VENTI DI PACE?

«…Noi facciam scendere dal cielo acqua purissima - per vivificare con essa un paese morto (…) e la distribuiamo fra lor perché meditino, ma i più degli uomini tutto rifiutarono fuorché l’ingratitudine empia (…). Ma tu no obbedire a coloro che rifiutano la Fede, ma combattili con la Parola, in guerra grande (…)».
«I servi del Misericordioso son quelli che camminano sulla terra modestamente, e quando i pagani rivolgon loro la parola rispondono: “Pace”».
(Corano: XXV, 48-52, 63, trad. A. Bausani)

Quando un essere umano, semplice cittadino o governante che sia, predilige un attitudine di guerra lo fa perché non si è ancora emancipato dall’idea del conflitto come alternativa, non ha ancora maturato e compreso in sé il valore intimo della Pace. (— Creative Thinking —)

Dall’epigrafe, in cui riporto dei passi dal Corano, il testo sacro dell’Islàm, una cosa risulta per me evidente, l’Islàm come tutte le religioni, propugna ed educa alla Pace. “Combattere con la Parola” non significa ‘a parolacce’! O come si vede fare nei dibattiti televisivi. Ha un significato infinitamente più nobile, significa esprimere il valore della Fede in una azione vivificatrice, poiché la Parola (con la ‘P’ maiuscola) è come acqua purissima, è il Verbo. Infatti solo il Verbo è capace di “vivificare un paese morto”. E di fatto, chi è seguace della Parola opera il bene e “… chi (….) opera il bene, a Dio si rivolge davvero” (Corano: XXV, 71).

Il male è connaturato all’essere umano? Perché, si sceglie un’attitudine di guerra pur avendo visto (potremmo dire statisticamente) che è sempre controproducente? Oggi più che mai, poiché le armi di distruzione sono così potenti e così facilmente reperibili.

Una questione religiosa? Della legge del taglione (che, all’atto pratico, non è mai stata prerogativa unica degli ebrei) io credo non ne abbiamo mai penetrato la funzione educativa. Non una legge mirata alla soluzione dei conflitti, ma un monito per gli uomini ad apprendere che: il male che hai fatto a un altro l’hai fatto anche a-te-stesso. Essa ha inteso educare le genti nel rapporto fra l’azione e il suo effetto su chi la compie. Ha avuto una funzione propedeutica alla comprensione di quella successiva: ‘ama il prossimo tuo come te stesso’/ non fare ciò che non vuoi ti venga fatto, ma fai agli altri ciò che consideri un bene anche per te. Se il concetto di ‘me-stesso’ associato al rapporto di causa-effetto non fosse stato acquisito dall’umanità, come avrebbe potuto poi comprendere quello di fare ciò che voglio venga fatto a-me-stesso? Cosa voglio per me stesso?

Ma cos’è un conflitto? Dove nasce? In quale processo deviato della nostra ‘mente’?

Ascoltando i media mi rimane quasi sempre un senso di insoddisfazione. Per lo più si tende a travisare la realtà quando si è troppo presi dal bisogno di semplificare eccessivamente un tema così complesso, cercando di individuare il ‘cattivo’ di turno.

Prendiamo la soluzione del conflitto interno ad una coppia: come si può dire chi è la vera vittima e chi è invece il carnefice? Ognuno di essi ‘sa’, perché ‘lo crede’ fermamente, di essere la vittima, cioè di essere il buono della situazione. Chi accetta, con sincerità, di dirsi ‘il cattivo’? Il problema, affrontato così, io ritengo che sia impossibile capirlo e risolverlo.

Come si fa a sapere quando e chi ha iniziato il conflitto fra Arabi ed Israeliani? Qualcuno potrebbe addirittura farlo risalire all’ingiustizia subita da Isacco (da cui discende la Nazione islamica), che per essere il primogenito avrebbe dovuto succedere ad Abramo… Ma, a questo gli Israeliani, discendenti di Giacobbe, potrebbero avere qualcosa da obbiettare. Allora, quel pezzo di terra collocato in quelle coordinate spaziali e chiamato Gerusalemme, è importante perché Salomone vi ha edificato il Tempio custode dell’Arca dell’Alleanza? Perché il Cristo l’ha ‘buttato giù? O perché da quel punto (proprio da quello!) il Profeta dell’Islàm è asceso al Cielo? (La moschea di Omar, che circoscrive il punto dell’ascensione mistica, si trova esattamente all’interno del perimetro delle mura del Tempio di re Salomone).

Io credo che i nostri Padri lo abbiano fatto apposta! Sono convinto che si siano messi d’accordo: voglio dire, i veri Capi, quelli che le cose le fanno ‘dall’Alto’. Quelli sì! Loro sono riusciti a mettersi d’accordo sul fatto di utilizzare lo stesso quadratino di terra per fare delle cose portentose… ma ‘er popolino’ (come dicono a Roma), quello… niente da fare! Eppure, se avendo a disposizione la Terra si sono concentrati ‘tutti’ su quel pugno di sabbia, questo vuol dire che di spazio ce n’è abbastanza per ognuno! (Ma forse, Loro, questi Maestri dello spirito, volevano indicarci una Gerusalemme molto più ampia, la mistica Gerusalemme Celeste, la Gerusalemme dell’anima, non del corpo!).

Insomma, il problema di un conflitto, secondo me, sta molto più a monte e non va cercato nei semplici ‘fatti’. Certo! Oltre ai fatterelli, molto più in là: dove inizia la-lettura-dei-fatti. Chi non capisce che i fatti, tutti i fatti, sono soggetti a interpretazione, allora o fa il furbacchione o è molto (ma molto!) ingenuo. Quindi, il vero nodo, quello che ci può salvare dal conflitto, sta nell’accettare che la realtà dei fatti è sempre volutamente manipolata a favore-o-a-sfavore di una delle parti: e questo avviene nella stessa misura in cui è grande IPOCRISIA (cercate l’etimologia e capirete lattualità di questa parola!).

Di fatto, è soltanto l’ipocrisia che non permette che i fatti siano collocati nel loro giusto contesto, quello attinente alla reale motivazione. Se fra due parti che litigano, ognuno accettasse la parzialità della propria percezione dei fatti, difficilmente si giungerebbe a un conflitto poiché entrambi sarebbero stati sinceri.

L’ipocrisia implica sempre che al di là, cioè davanti al mio dito, si debba sempre trovare un nemico o un colpevole: sempre qualcuno da combattere…

L’ipocrisia (il suo contrario è la sincerità) è come se fosse una benda che rende parziale la visione dei fatti. Immaginate questo, è come se una persona bendata, sentendo ricevere un colpo incominciasse a dare sberle e botte ‘da orbi’! Solo per paura di essere aggredita. La visione, dall’alto, è di una sfilza di gente, bendata, che dalla notte dei tempi si prende a sberle e a calci… Poi si chiedono: Ma chi ha iniziato per primo? (… E per favore, non diamo sempre la colpa a quei poveracci di Adamo ed Eva!)

Ogni tanto passano di lì persone che gli occhi ce li hanno ben aperti: un Mosè, un Buddha, uno Zarathushtra, un Cristo e oggi un Bahá’u’Lláh e incominciano a gridare: ‘Toglietevi le bende dagli occhi!”. (Purtroppo, per lo più, vengono presi d’assalto dall’orda inferocita e ci rimettono la pelle). Quei pochi che invece hanno il coraggio di strapparsi quella maschera d’ipocrisia*, quelli, dal primo all’ultimo, gli ex picchiatori, si rendono conto che ‘il nemico’ era un altro poveraccio che aveva ricevuto per sbaglio un colpo. *(… E vi assicuro che sono sempre molto pochi, poiché l’ipocrisia diventa come una seconda pelle e in genere uno ci si affeziona, se la coccola, poi quando va al mare si abbronza bene, forse meglio di quella originale, e certo, e uno ne va orgoglioso della sua ‘immagine’!).

Ma cos’è che li ha resi nemici? Poiché in seguito, dopo, lo sono diventati veramente! Ciò che li ha resi nemici è stato ‘il modo in cui hanno scelto di interpretare i fatti’: “Se ho sentito un colpo, significa che qualcuno mi vuole aggredire!”. Ma avrebbe potuto anche chiedere: “Mi vuoi aggredire?”. O interpretarli come: “Se ho sentito un colpo, forse qualcuno è inciampato! Diamogli una mano!”.

LA GUERRA NON AVVIENE MAI PER SCONFIGGERE UN NEMICO ESTERNO A NOI, MA PER DISTRUGGERE IL PROPRIO NEMICO INTERNO: UNA VISIONE DISTORTA DELLA REALTÀ.

Vi sottopongo questo breve passo di un testo illuminante: La Promessa della Pace Mondiale:

«… La guerra non è una mera faccenda di firme di trattati e protocolli: è piuttosto un compito complesso che esige nuovi livelli nell’impegno di risolvere questioni che di solito non vengono associate alla ricerca della pace. Basata solo su accordi politici, l’idea della sicurezza collettiva rimarrà una chimera. (…) la principale difficoltà per trattare problemi inerenti la pace consiste nell’innalzare la situazione a livello dei princìpi, prescindendo dal puro pragmatismo. Infatti, la pace fiorisce da uno stato interiore sostenuto da una visione spirituale o morale, ed è soprattutto nel suscitare tale atteggiamento che si può rintracciare la possibilità di durature soluzioni. (La Promessa della Pace Mondiale, Scritti Bahá’í)

Chi vuole sapere dove reperire il testo completo o desidera che l’argomento venga ulteriormente approfondito, mi scriva pure cliccando, dolcemente, sulla @…

Pace.

  

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