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OCCHI DEL MESSICO
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Vede
— diceva Ochwiya Biano —
come i bianchi (…)
hanno labbra sottili, narici a punta, i visi
solcati da rughe e deformati. Gli occhi
hanno un’espressione fissa, sono sempre alla
ricerca di qualcosa. Cos’è che cercano? Noi
non sappiamo cosa vogliono. Non li
comprendiamo e a noi sembra che siano matti!
Gli chiesi, quindi, perché pensava
che i bianchi fossero matti. Mi rispose:
“Loro dicono di
pensare con le loro teste”.
Certo, naturalmente! Con cosa dice di
pensare lei? Gli chiesi ammirato.
Noi pensiamo qui,
disse lui, indicando il cuore. |
Mi
sento molto felice di trovarmi ancora una volta
qui con voi.
Vi devo le mie scuse per non esser potuto intervenire con la dovuta puntualità ai nostri incontri. Ma vedrete che c’è una ragione.
Vi scrivo dalla città di Monterrey in Messico, nello stato del Nuevo Leon.
Pochi giorni fa ho avuto l’onore di poter partecipare in qualità di conferenziere al primo Congresso nazionale di Psicologia della Salute che ogni anno si svolge in una delle maggiori località del Centro e Sud America. In questa sede mi è stato chiesto di presentare la ‘ Teoria della Comunicazione Creativa’ che è stata accolta con il plauso di tutti i partecipanti.
Io sono molto legato alla cultura latino-americana da diversi anni e da varie ragioni. È inevitabile che il vento degli eventi mi conducano più o meno saltuariamente a visitare queste meravigliose culture, ricche di vita e di sentimento.
La prima volta che
decisi di venire nelle Americhe fu negli anni
novanta. Mi preparai lungamente per quell’evento.
Un viaggio durato circa sei mesi. In quell’occasione
avevo soltanto uno zaino e tanta voglia di
conoscere. Non è stato un viaggio facile. Ho
percorso gli Stati Uniti, versante orientale, in
treno dopo essere approdato a New York.
Da
Miami sono volato con pochi dollari a Caracas dove
ho ripercorso le orme di mio nonno paterno, che vi
era giunto da immigrante.
Ho avuto il piacere di incontrare amici e familiari che da tempo avevano perso il legame con la terra d’origine. Ho conosciuto i loro figli e i figli dei figli. Arrivarono tutti con la speranza di fare ‘fortuna’ e qualcuno per un po’ ce l’ha fatta (onestamente). Ma il crollo economico che il Venezuela subì, passando da paese straricco, con un cambio al pari del dollaro, a paese del ‘Terzo Mondo’, è costato alla gente l’impossibilità di ricongiungersi con frequenza alle famiglie d’origine.
Dal Venezuela, via bus sono arrivato in Brasile, la mia meta. Sono sempre stato attratto dalla cultura brasiliana, profondamente diversa da quella di lingua spagnola. Ho sempre amato l’arte dei suoi poeti, scevra di romanticismo e ricca di vita quotidiana, di profondità dell’animo e di leggerezza dello spirito.
Gli anni trascorsi a Panama per le mie ricerche, poi, mi hanno donato la bellezza dell’incontro con il pensiero e la visione delle culture indigene locali. Quanto mi ha arricchito quell’incontro! Posso dirvi soltanto che ha dato ali alla mia mente di occidentale!
Oggi sono ancora qui. Se voi mi chiedeste cosa amo di più di questa gente, vi risponderei senza indugio: i loro occhi.
Quando
ritorno qui ricomincio ad abbeverarmi ad una nuova
fonte, a parlare una lingua dimenticata,
accantonata dietro lo sguardo di occhi che ormai
non vedono più.
Quanta bellezza in occhi che brillano come due perle! Trasparenti e sinceri. Vorrei condividere con voi questa esperienza, vorrei che foste qui con me. Quanto profonda può essere la comunicazione fra due individui che, senza paura, hanno il coraggio di guardarsi negli occhi.
Quello che percepisco qui è il profondo desiderio di un incontro sincero, la ricerca di una verità di cui si conserva ancora il senso del sacro. Allora in pochi giorni, in un luogo in cui non conosci nessuno, improvvisamente e per magia, ti senti a casa. Dov’è la casa? È in due occhi trasparenti e brillanti che ti guardano. Dietro quegli occhi c’è l’abbraccio di un cuore.
Un abbraccio anche a voi dal mio cuore! … E scrivetemi!

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