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Il sale nella vita
La linea bianca disegnata dal sale dopo tre giorni era
lunga un braccio. Quella, decise, sarebbe stata la metafora della sua vita.
Finché la linea rimaneva lunga quel pezzo, avrebbe voluto dire che la sua vita
sarebbe arrivata fino in fondo, cioè fino al polso.
E siccome non c’era Dio che rispondesse, né idiota con cui incazzarsi, né sasso
per una pedata - perché dove lo trovi un sasso a portata di mano nell’oceano -,
scelse di piangere. Piangere forte, ben intesi, di come si piange due o tre
volte nella vita, con la gola che brucia, i lamenti a scemo, la voglia di
addormentarsi per secoli, il sale in bocca e tutto il resto. Non che il sale
fosse necessario, data la situazione, ma di lacrime dolci non si è mai sentito
parlare.
La linea bianca era lunga, avrebbe resistito per molto
tempo. Ok: molto tempo. Ma abbastanza tempo?
Pianse, dunque, era contento di piangere, perché aveva qualcosa da fare. Il
sapore delle lacrime si mescolò con quello delle guance, almeno fino a dove
arrivava la lingua, anche se il verbo mescolare non è il massimo dell’aderenza
alla realtà. Ora: non aveva un Devoto-Oli lì nell’oceano, ma di certo mescolare
avrà voluto dire qualcosa come mettere insieme elementi diversi che diventano
tutt’uno: tra sale di lacrime e sale di mare, c’era poco da mescolare. Sale si
aggiungeva a sale. Sale che saliva in groppa al sale, sale su sale, sale che
sale su sale. Hai voglia di cercare un centimetro, sulla pelle, dove il sapore
di voglia d’acqua fosse scomparso.
La linea bianca era lunga, quanto il braccio – da
spalla a polso – e se niente di eccezionale fosse successo (un maremoto, una
tempesta perfetta, una balena) avrebbe resistito per molto tempo. Ok: molto
tempo. Ma abbastanza?
Hai voglia di volere, non per forza qualcosa di dolce, ma solo qualcosa senza
sale. Qualcosa che non facesse strofinare la lingua al palato per ore, per
giorni, senza pause. La lingua cercava qualcosa di meglio. No, bugiardo: solo di
meno salato, che rendesse più lieve la bruciatura, la lenta agonia, il
flemmatico disarmo dei sensi. Se almeno fosse esistita l’assuefazione da sale.
Almeno non avrebbe più percepito nulla: neanche di essere vivo, ma nel frattempo
neppure il sale. Fosse esistita l’overdose da sale: uno sarebbe rimasto lì,
stecchito e il medico legale avrebbe detto “Niente da fare, è morto di sale”, ma
almeno sarebbe finita. Un quarto d’ora e tac, freddo. Invece no: capelli di
plastica, pelle di carta, labbra d’acciaio, lingua di colla. E la vita che
chiede di vivere.
Non un centimetro senza sale.
La linea bianca era lunga quanto il braccio, ma andava
a tratti. Valeva sempre, non bariamo, perché l’inizio era sulla clavicola e la
fine all’orologio. Sul gomito scompariva, perché era pur sempre una curva e le
curve nella vita sono difficili da prendere.
Stare lì a cercare quel centimetro di pelle era inutile esattamente come lui lì
in mezzo all’oceano. Lì un pesce, grande medio o piccolo non ha importanza, è
utile, un professore di storia dell’arte no. Cos’è, ci sono cattedrali in mezzo
al mare? Archi, secondi piani, ogive da spiegare? Posture di marmo, Stonehenge,
graffiti? Un pesce sì. Un pesce ci vive. Piccolo, medio o ics-elle non è
essenziale. Lì ci mangia, ci beve, ci dorme, avrà una vita sociale. Se proprio
c’è da spiegare qualcosa di artistico, lì sotto – e lui proprio non ne vedeva:
tutto blu - avranno avuto un loro professore di storia dell’arte che si metteva
a spiegare chi aveva composto i coralli, chi aveva smussato gli scogli, chi
aveva allungato le posidonie. Ma lui cosa c’entrava?
La linea bianca aveva un buco enorme, da metà omero a
metà avambraccio, come se in mezzo fosse passato un asciugamano, l’asciugamano
del destino, che aveva portato via tutto. Invece si era solo grattato. Rischiava
di avere avuto lui la mano del destino.
Cosa ci stava a fare un cretino con la cravatta su un canotto giallo e salato –
anche lui – il ventisette (o ventotto? o ventinove?) di marzo (o già aprile?)
nei ventricoli dell’Oceano Pacifico (o già Indiano?)? Semplice: il cretino.
Detto per inciso, poi, possibile che il canotto giallo e salato avesse scritte
in indiano, congolese e cipriota e non in italiano? Nulla contro il congolese,
ma perché il naufrago italiano si deve rompere ottantatre secondi di più
rispetto al restante novantacinque per cento dei naufraghi del mondo che può
leggere le istruzioni nella propria lingua? Avrebbe fatto un esposto, formato un
sindacato dei naufraghi, un’associazione di consumatori per chi si trova solo,
affamato, assetato e salato in mezzo all’oceano e in più deve patire la beffa di
non poter leggere le istruzioni del canotto nella propria lingua. Metter
l’italiano avrà preso solo otto centimetri in più. Più l’eschimese e il marziano
– le altre due lingue che mancavano – sarebbero stati ventiquattro: che perdita
era mai?
La linea bianca non era nemmeno qualcosa di
artificiale. Non poteva ingannare il destino. Il segno del sale che resta sul
corpo non è qualcosa che puoi metterti lì a farlo: o viene da sé o non viene. Il
destino gli somigliava davvero.
Il cretino dalla cravatta, l’avranno chiamato i gabbiani (avvoltoi? Corvi?).
Dove ci sono gabbiani, o terra o umani, gli avevano detto. Sarebbe andato
volentieri da quello che gli aveva messo in testa questa enorme saggezza
popolare e gli avrebbe detto volentieri quattro parole nell’orecchio: tipo “Non
è affatto vero”. Oppure: “Sai dove devi andare?”. Quattro parole.
Perché altro che terra e altro che umani: a destra c’era il mare, il sole e due
gabbiani, davanti il mare, il sole, tre nuvole piccole, a sinistra il mare, il
sole, una vela e due quattro sei gabbiani; dietro, il mare, il sole, due nuvole
nere, tre piccole, otto velate e… A sinistra, cosa?
La linea bianca era tornata visibile, d’un bianco da
olio su tela, bianco di neve, e lunga, dalla spalla al polso, passando
addirittura sotto l’orologio. La linea passava il tempo e andava a dritto.
Sarebbe durata per molto tempo. Abbastanza per essere sciolta da una doccia.
O9E
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