Pensieri e Parole

Oblìo

Armin non rientra più. Sono ormai tre ore che il nasone l’ha chiamato. “Funfundzwanzig-siebenundvierzig-nullzwei” e poi gli ha detto qualcosa su dei mattoni da spostare o robe del genere.

Ormai diciamo sì per riflesso condizionato.

Ci ordinassero di ammazzarci, lo faremmo senza battere ciglio, anzi forse chiederemmo impazientemente un’arma.

La morte a volte pare l’unica amica, l’unica che ti sa comprendere, che ti ascolta, che finalmente ti toglie dai problemi, l’unica. Altro che dio.

E così, se ce lo ordinassero, penso che in pochi direbbero di no.

Quando Armin è uscito, non aveva la faccia da Che palle. Aveva la faccia da Speriamo sia l’ultima volta, qualunque cosa questo volesse dire. Il nasone l’ha preso di mira, forse per quel fare di Armin che ride sempre, in continuazione e un po’ lo fa per nervosismo e un po’ lo fa perché l’ha sempre fatto, perché non l’ho mai visto con il muso lungo anche nei momenti più duri della sua vita.

La morte del padre; la scoperta di un uomo che non era lui a stretto contatto con sua moglie e, cosa ancor più imperdonabile, nel suo letto; la figlia sparita in chissà quale culo dell’America a cercare un posto da “cantante di jazz”, come dice sempre Armin con la bocca storta e gli occhi spalancati, iniziando poi a blaterare sul fatto che Marta “primo, non è negra; secondo, non ha mai studiato musica; e terzo, che poi è la cosa più importante, è di Baden-Baden e d’inglese sa solo hello, drink e music”.

E pensare che in qualunque culo fosse stata in questo momento, Marta era l’unico motivo per Armin per continuare a tenersi la vita, perché un giorno nel futuro avrebbe potuto prendere un vapore ad Amburgo e trovarsi, dopo qualche giorno aldilà del mare, in America, e iniziare a cercarla e rivederla, bionda di un biondo così bello che non aveva mai avuto e magari scoprire che alla fine non aveva neanche iniziato a cercare di cantare in un night, ma aveva aperto una biblioteca, era sposata con un uomo che amava, con cui aveva messo al mondo due ragazze splendide come la mamma e la nonna. Sperando che non avessero l’indole da troia, come la nonna.

Sento dei rumori in questa specie di stalla dove ci tengono rinchiusi da più di un mese, credo.

Ho smesso di contare i giorni o forse è una giustificazione per dire che ho perso il conto.

Nemmeno più ho voglia di voltarmi a veder cosa succede alle mie spalle.

Ho sentito anche aprire la porta, ma è entrato il Biondo e quando entra il Biondo si può star tranquilli. I suoi ordini sono imponenti quanto il suo cervello e la sua voce di gallina. Ha una voce stridula da ridere dalla mattina alla sera.

Sta chiamando due, tre ragazzi. Alfred, Marino il Napuletanno e Franz.

Da questa parte, verso me, non guarda mai e nemmeno mi considera. Forse perché lo metto a disagio, in difficoltà, chissà, con questo sguardo un po’ menefreghista che mi ritrovo e che non mi invento apposta, è il mio sguardo da quarantatre anni scoccati il 3 luglio passato.

Quando entra il Nasone, quando entra lui, sì che abbiamo paura.

Paura di sentir risuonare il numero che abbiamo sul braccio nel puzzo di piscio della stalla.

Quando chiama lui c’è sempre da fare qualcosa che ti metteresti a piangere (e qualcuno lo fa).

Tirare fuori cadaveri dalle docce con la bocca piena di qualcosa di blu che dev’essere veleno, punire quelli che lavorano poco e male (a giudizio del Nasone) aldilà della ferrovia, correre per chilometri intorno alla rete, al recinto.

Siamo trattati come degli animali.

Peggio degli animali.

A certi animali danno da mangiare.

Ai cani, ai gatti, alle mucche, alle pecore, alle galline, ai conigli, ai cavalli.

Ci siamo chiesti il perché e ci hanno dato la risposta. Ce l’hanno detto così tante volte, che quasi quasi qualcuno ne è rimasto convinto.

Chi ha il nostro sangue non può vivere.

Quasi quasi qualcuno dei nostri ne è rimasto convinto.

Ci siamo chiesti il perché e ci hanno dato la risposta. Il problema è che non l’abbiamo capita, la risposta.

Ci mettono contro l’un l’altro, per vederci umiliare tra noi, per vederci lottare per qualche secondo in più. Se qualcuno qui dentro sopravviverà, quando finirà tutto, se finirà tutto, se qualcuno avrà il coraggio di dire Non è giusto, chi sopravviverà non sopravviverà mai del tutto.

Come i naufraghi o quelli caduti in un pozzo, non saranno mai salvi del tutto.

Ho sonno, ma non mi riesce chiudere gli occhi, quasi non lo sento.

Ho sete, ma non mi riesce aver la gola secca.

Ho fame, ma non mi riesce aver fame.

Ho freddo, ma non mi riesce avere i brividi.

La paura spesso si trasforma in speranza.

Speranza finalmente di farla finita. E di essere l’ultimo a dover soffrire una cosa del genere.

Ti prego salvami, mio Dio.

O9E

 

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