Pensieri e Parole

Fine

A chi? A cosa servo più, ora? Solo a far divertire i ragazzini, che a certe età sanno essere ferocissimi, che mi prendono in giro per come cammino, per come basculo, per come m’appoggio, per come sbavo, per come sputo catarro.

A questo punto, me l’aspetto. La aspetto proprio. Sarà il sollievo. Ho raggiunto l’età giusta perché lei arrivi. È il momento giusto perché arrivi. Non è mai esistito un momento migliore perché lei arrivi.

La vecchiaia mi sta intorpidendo, mi sta arrostendo tutte le giunture, ho dolori da tutte le parti, sto diventando marcio e lo so benissimo, lo sento benissimo, ad essere precisi.

La vecchiaia non è qualcosa che si sa, è qualcosa che si sente. La vecchiaia, quando arriva per davvero, si sente. Io la sento anche meglio, ora che quel male dannato mi rosica, affamato e avido e insensibile, quel nulla che mi rimane da campare, mi brucia i nervi, mi strazia, mi piega in due.

La vecchiaia e il male dannato sono per me qualcosa di cui non ho mai tenuto di conto. Sono venuti tutt’e due all’improvviso. O forse sono sempre stati qui, davanti ai miei occhi, qui davanti, solo che non c’avevo mai fatto caso, li avevo evitati grazie a quel casino che mi sono sempre ritrovato davanti.

Tutte quelle persone che mi circondavano sempre, ogni giorno, tutto il giorno, m’avevano fatto scordare che un giorno sarebbe toccato anche a me. A lei, la morte, non gliene frega un beneamato se io sono il primo, sono l’unico, sono il solo al mondo. Io, la primadonna, sempre al centro dell’attenzione, nel fulcro dello spettacolo, sotto i riflettori, io, l’unico, inimitabile, il solo nel mondo. Io, l’inimitabile, il primo, l’unico, morirò come morirebbe qualunque altro nel mondo, nel modo più becero, più comune possibile.

Mi guardo le mani, sempre più magre, tremano e m’arrabbio sempre più, le cosce sempre più ossute, faccio schifo. Mangio sempre meno, perché con questo dolore, ti passa anche la voglia, la forza di mangiare. Preferisci stare a guardare fuori, gli uccellini che volano, il sole che batte forte come un cuore, la pioggia sprezzante sulle foglie secche, le foglie secche che si lasciano cadere, si lasciano morire, buttandosi a terra lentamente, ché hanno tutto il tempo. Come me.

Come se non stessi già male, m’hanno rinchiuso in questa specie di grotta, dove non posso più vedere nessuno, tranne qualche idiota vestito di bianco che ogni tanto mi guarda, mi controlla, mi buca il braccio, cerca di farmi mangiare qualcosa e se ne rivà, chiudendosi la porta alle spalle, scotendo la testa, credendo che non me ne accorga, che non lo veda, da qui, il cretino.

Il tumore ce l’ho in pancia, mica agli occhi.

M’hanno rinchiuso qui dentro, non posso più vedere nessuno, non vedo nessuno.

La gente mi ha sempre circondato, è sempre stata con me, la gente è sempre stato il mio lavoro, è il mio lavoro. Quante volte ho sognato, quante volte mi sono illuso che un giorno sarei potuto uscire di qua e andare con loro, seguirli nei loro rifugi, dove vivono e fare tutto con loro, giocare con loro, in compagnia. Non mi possono tenere chiuso qui per molto, non possono.

Sospiro, mi metto a ridere da solo, per quello che dico. Loro possono. Sono loro che mi hanno sempre curato, accudito, come un figlio, mi hanno nutrito, mi hanno coccolato. E se mi hanno messo qui, ora, vuol dire che ci sono tutte le ragioni, che è giusto che io la finisca qui, la vita. In fondo io sono sempre stato solo nella folla. Loro erano di là, io di qua, che compagnia è mai stata? Ora sono solo, per davvero però, e quando si è soli con un dolore che ti sgretola e il respiro che ti rimbomba nelle orecchie, è sempre peggio.

Ormai non mi muovo più, non mi gratto più neanche, non muovo più neanche le labbra. Ecco di nuovo il cretino vestito di bianco, mi fa il solito buco nel braccio, la solita porcheria che mi fa stare un po’ meglio per qualche ora e si trasforma subito in un’illusione, l’ennesima, forse l’ultima della mia vita.

All’unico gorilla albino esistente, Copito de nieve (Fiocco di neve), malato terminale di tumore, furono risparmiate inutili sofferenze. Morì per eutanasia il 24 novembre 2003 a Barcellona, la città che l’aveva adottato per più di trent’anni nel suo parco naturale, dove la mascotte della città è stata coccolata da tre generazioni di turisti che gli hanno reso visita arrivando da tutto il mondo.

Copito de nieve

O9E

 

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