Pensieri e Parole

Andate

Il treno stava partendo dal terzo binario. Berkeley sapeva bene che quel numero che aveva il binario non c’entrava un maledetto fico secco con ciò che stava volendo dire per lui. Il binario aveva il numero tre, il numero perfetto, e in quel momento quel binario era il patibolo della sua vita. Non che morisse davvero, ma certamente stava morendo dentro. E certe volte morire dentro è lontano tanto così dal morire fuori. Berkeley si rigirava tra le mani quella stilografica, come se non sapesse che farne. E invece lui sapeva bene che farne di quella stilo. Amava scrivere. E amava chi gliel’aveva data, quella penna. Berkeley si rigirava tra le dita quella stilografica e continuava a guardare quell’ipocrita del numero tre.

- Guardami, Berkeley.
- Ti guardo.
- Ti voglio rivedere. Esattamente su questo binario.
- Su questo.
- Non piangere, sennò viene voglia anche a me. Come fa quel proverbio?
- Quanto manca?
- Cinque minuti. Un’eternità.
- Poco per guardarti mille volte.
- Prova ad arrivare a cinque.
- Ti scrivo.
- Con quella.
- Con questa.
- L’ho fatta cercare da mamma. Ha gusto.
- Non il mio. Ma la terrò sempre qui, così mi verrà in mente Downtown. E te. E mamma. Anche se non ci sarà certo bisogno di una penna per ricordarmi della mia vita vera.
- E non ci sarà bisogno di un fischio di un treno per farmi venire a mente la tua testolina nera.
- …
- Testolina.
- …

Joan lo guardò da sotto in su, come solo le donne, certe donne, sanno guardarti. Spostò quel ciuffo pece di capelli che gli copriva sempre l’occhio destro, neanche fosse un pirata. E sì che non aveva proprio nulla di un pirata. Amava rimanere sempre nei confini della legge. E amava una che adorava uscire fuori dalla legge, dalle regole, dalla conformità. Joan spostò quel ciuffo pece e vide che gli occhi pece erano pieni fino all’orlo e non avrebbero retto un minuto di più. Sembravano quel tipo di chewing-gum che ci fai le bolle e aspetti che ti scoppi tutto in faccia e non scoppia mai e aspetti con gli occhi chiusi e non scoppia mai. E quando poi ci rinunci, scoppia davvero e il viso: Dio santo, che schifo.

- Quanto manca?
- Tre minuti.
- Niente.
- Già.
- Quando torni, andiamo da Lillo’s. Ok?
- Da Lillo’s.
- Testolina.
- Sei bella, sai?
- Non più di te.

Questo era il momento in cui gli occhi di chewing-gum non avevano retto più e il pianto scottò la gola di Berkeley e le orecchie di Joan. Avrebbe voluto rimanere fredda, per riempire almeno un pezzettino del cuore ormai svuotato di Berkeley.

Berkeley: che nome. Gliel’aveva dato suo padre. Berkeley è un paesino della costa pacifica. Qui sulla costa dell’Oceano Pacifico era sgorgato il fiume più impetuoso del pacifismo di tempo di guerra. Quasi che il nome di quel mare così buono che nei film si vede così poco avesse dato un pezzettino della sua bontà a quella cittadina.

Suonava da dio, Berkeley. Scivolava, proprio. Anche nel suono dava il senso della pace. Eppure proprio lui, Berkeley, doveva partire vestito così bene, tutto di verde, con il cappellino e pochi distintivi sul cuore. Sulla spalla, la bandiera americana. Lui non infrangeva una sola regola, ma dell’abbigliamento le infrangeva tutte. E allora vestito così in tinta unita, di verde, con il cappellino (obliquo, ma preciso) dell’esercito a Joan non sembrava più lui.

E’ per questo, forse, che lei gli prese il primo bottone della camicia e glielo sganciò. Lui fece per rimetterlo a posto, ma lei
- Quando sei sul treno.

Lui non disse nulla. La guardò. Quando le diceva che era bella, non lo faceva mica così, tanto per dire. Una così è difficile rivedersela negli occhi, si diceva. La guardava con gli occhi ancora fradici e gocciolanti come una camicia appena uscita dalla lavatrice. Lei sorrise. Non c’è nulla di più bello di un sorriso di una donna. Un sorriso sincero di una donna. Magari con la testa leggermente abbassata, con gli occhi che ti guardano da sotto in su. Così fece Joan. E quell’immagine rimase sempre nella testa di Berkeley. Nella testolina.

La guardò. E vide in lei tutto quello che gli sarebbe mancato un minuto dopo. La voce orrenda ripeteva per l’ennesima volta con toni inumani che il treno del binario tre era in partenza.

Si baciarono: lui era sul secondo gradino del treno, lei giù, sulla piattaforma, come la chiamano qui. Le mani di lui nei capelli pece di lei. Le mani di lei sul collo di lui, a sfiorargli i capelli pece. Nemmeno a farlo apposta. Sembravano fratelli. Capelli neri, occhi profondi. E neri. Sembravano fratelli. Ma la loro non era esattamente fratellanza.

- Non piangere, Berk, sennò viene voglia anche a me. Come fa il proverbio?
- Non piango. No.
- Ci vediamo, Berk.
- Ci vediamo, Jo.

Avevano sempre avuto questa fissazione di abbreviare le parole. E allora si chiamavano Berk e Jo. Anche se non sarebbe stato per niente faticoso finire i loro nomi.

- Ci vediamo

Ci vediamo. Come se la mattina dopo lui fosse stato di nuovo sotto al suo portone, con la bici. E poi via sul mare o chissà dove altro.

La ghigliottina si chiuse senza nemmeno avere un po’ di pietà per quei due poveretti. La ghigliottina, la porta del treno, si chiuse e quello era il segnale che, per ora, era finita. Ci si può voler bene anche a distanza, certo. Ma non è proprio la stessa cosa. La testolina uscì dal finestrino e lei sorrise di nuovo. Sorrise. E anche lui, ora, per la prima volta, sorrise. Sorrise. Si passò la mano destra sulla guancia, facendo finta di grattarsi un occhio, per non farle vedere che stava piangendo. Eccome. Lei si avvicinò con quel suo passo strano che a lui è sempre piaciuto un barile. Poi sussurrò:

- Pensami.

Così. Pensami. Imperativo, come se non fosse sottintesa, la cosa. E infatti l’aveva detto sussurrando, quasi vergognandosi, sottovoce, per non sembrare insensibile. Lui quasi non lo sentì, ma

- Puoi scommetterci.

Si sfiorarono le mani dal finestrino, alto, troppo alto per lei. Poi il fischio. Il treno si mosse. Lei non corse dietro al treno, le pareva patetico.

Lui fece ogni scompartimento, ogni vagone all’indietro, passando tutte le porte scorrevoli, prendendo a pedate tutte le valigie, scavalcando gambe, spingendo porte, scavalcando gambe, evitando signore, spingendo porte, evitando valigie, signore, porte, signore, valigie, porte, porte, valigie, porte. Porta. Chiusa. The end.

Lei non c’era più, lì fuori, ora. Lui tornò evitando tutti gli sguardi dei viaggiatori, che neppure sentiva addosso, tanto erano inutili. Si mise a sedere. Guardò fuori e

- Vidi mangiare e me ne venne voglia.

Il proverbio.

O9E

 

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