Pensieri e Parole

In fondo

In fondo, il problema sta tutto lì, in quell’adlerglas sudicio di quel ciccione sudato e pelato. Il problema sta tutto in quel suo bicchiere succhiato da quella bocca fetida che si ritrova, che bolla il lato del suo bicchiere come un timbro da posta. E’ appena tornato da chissaddove dopo aver fatto passare la mezz’ora più terribile della vita ad una poveraccia che ha trovato sulla strada che da San Giorgio in Valle porta giù a Logonzo. Puzza di cipolla fritta e carote lesse e anche se le carote lesse, in fondo, con un po’ di sale, non sono tutta questa disgrazia, insieme alla cipolla fritta, al sudore del ciccione e al fetore del suo fiato, anche le carote lesse, perfino le carote lesse, diventano la cosa più indesiderabile e vomitevole che il nostro Signore (che ci protegga) possa solamente iniziare ad immaginare.

Ormai dovrei sapere anche il nome di quel sacco di spazzatura con le sembianze umane, ma ho paura a parlare troppo con i miei clienti, forse per paura che il rintronamento da alcool li aiuti a spifferare alle mie orecchie proprio ciò che le mie orecchie vogliono evitare di sentire. Tutti i loro segreti, tutti i loro scheletri, anche quelli più orribili, quelli più ridicoli, tipo come fanno a farlo in silenzio per non farsi sentire dai bambini o come sono riusciti a soffiare un intero pacchetto degli assegni alla suocera. Come hanno tradito la moglie a poche centinaia di metri di distanza o come sono riusciti a dare le polpette avvelenate al gatto del vicino senza che nessuno, neanche in famiglia, se ne accorgesse. Dei loro sogni più perversi, delle loro paure più infantili, di quanto piangono nei loro letti per paura di non arrivare neanche alla metà del mese, di quante volte sono stati tanto così dall’andare nel vuoto e non è tanto per dire, la cosa è proprio letterale. Iniziano a dire tutte queste cose ridendo, urlando, gesticolando e te, lì davanti, che sorridi come un ebete per fargli capire che non è né il momento né la sede e men che meno la persona giusta quella che ha scelto per dire quelle cose.

Queste cose, io non le voglio sapere, perché non sono mica il loro psichiatra, io, non li posso mica curare, io, e non ho mica il segreto istruttorio, io, potrei dirlo ai quattro venti ciò che loro, sotto le ferite di Bacco, dicono a me. Io servo loro solo pozioni magiche con le quali far galleggiare i cervelli in attesa della prossima botta di sfiga, do loro un metodo per trascinarsi avanti. Do loro recipienti di jazz con il quale possono mettere la mente in prigione e non ragionare per qualche ora, allungata e elasticizzata dal sonno che porta il trip fino alla mattina successiva, quando devono ripartire daccapo, devono portare i figli a scuola, devono pagare i bollettini alle poste, devono portare la mamma al poliambulatorio, devono, tra le altre cose, lavorare per comprare qualcosa da mangiare e arrivare così a notte fonda, quando anche i gatti neri si vergognano di uscire, quando la luna si è già dimenticata da quanto tempo è annegata nel cobalto, quando le luci della notte ti cannoneggiano solo malinconia e la radio in macchina manda solo canzoni d’amore e per chi cazzo le manderà, se mia moglie se la fa con un commercialista di fuori città.

Io gli sorrido, tolgo i cadaveri che lasciano, derelitti, sul mio bancone traslucido, li infilo nella grande cesta per lavarli, passo uno straccio umido sul bancone e passo al successivo. Loro o continuano, esigendo la mia attenzione costante di qui a quando non li prenderà Morfeo e se li porterà a casa, o iniziano, teneri come vecchietti, a parlare da soli, come se raccontarsi di nuovo tutte quelle cose potesse svuotarli delle colpe, liberarli dalle catene della vita, permettergli di vivere meglio, ora.

Ma non so, francamente, se li preferisco ora, di notte, o domattina, quando tornano, pronti per andare a lavoro, a fare colazione, tutti in fila e pettinati a chiedere brioche e caffemmacchiato.

Ora mi sembrano eterni nella loro onestà, nella loro trasparenza, ora sono lucidi fuori per quanto sono opachi nella loro mente. Domattina si dovranno convincere ancora che tenersi tutti i problemi dentro sarà l’unica soluzione, per il bene di tutti.

Poi torneranno, qui, fra qualche sera, chiederanno una birra, un rum, un po’ di whisky o comunque qualcosa di forte. Poi ne chiederanno un altro po’, e un po’ ancora, e ancora, mi insulteranno se gli dirò che “non è acqua tonica” e per l’ennesima volta mi sentirò in colpa per averli rispediti a casa fradici, basculanti e mezzi pazzi. Ma, a parte il fegato, la mia è una colpa o, almeno per pochino, faccio del bene?

In fondo, la verità sta tutta lì, in quell’adlerglas di scotch, mezzo pieno e mezzo vuoto.

O9E

 

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