TEMI SCOTTANTI: BAMBINI E SCUOLA

Disturbi dell’apprendimento

I cosiddetti disturbi dell’apprendimento sono chiamati anche “Disturbi dell’età evolutiva”. Vedi le prime difficoltà scolastiche che incontrano gli scolaretti (e anche le loro mamme) alle prese con le maestre che lamentano già dai primi giorni la poca capacità di gestire questi mocciosetti tutti ancora carichi dalle vacanze estive… e se questa difficoltà prosegue anche nei mesi successivi all’ingresso nella prima piccola società rappresentata dalla Scuola, il maniferstarsi di episodi di mancato progresso nel processo dell’apprendimento non deve essere trascurato ma, al contrario, è necessario intervenire prontamente.

Per un bambino di sette anni è abbastanza azzardato fare diagnosi precoci di qualsiasi tipo, sia per quanto riguarda i disturbi mentali (che generalmente si diagnosticano in età ormai adulta, una volta stabilizzato il carattere attraversando pubertà e adolescenza) che sui deficit neuro-biologici: il fatto che un bimbo sia molto vivace, che cerchi di mettersi sempre in evidenza facendo mostra di tutte le sue energie, non è detto che un domani sarà un soggetto irrequieto, così come un bambino che sembra spesso “estraniato” o imbambolato, o troppo timido, non è detto che sarà soggetto a manifestazioni depressive o maniacali ma, sia nell’uno che nell’altro caso, può significare che abbiano una certa predisposizione a soffrirne entrambi, anche se così apparentemente diversi nel comportamento.

Sarebbe buona norma non ignorare eventuali campanelli d’allarme quali per esempio la difficoltà di applicarsi, di concentrarsi, fin dal primo giorno di scuola elementare. L’incapacità di rimanere fermo al proprio posto, o la pigrizia fisica e mentale potrebbero essere causati proprio da una difficoltà di applicazione “alla base”, dall’avere la mente distratta su altri “compiti” che loro ritengono prioritari piuttosto che eseguire compiti imposti da estranei, in questo caso la maestra.

E’ il primo contatto che hanno con una persona che non è “di casa” e si impone con una certa autorità: non sempre capita che questa “intrusione” venga immediatamente recepita positivamente dai bambini abituati a essere trattati e educati dai genitori o dai nonni, da chi comunque li ama.

E’ facile immaginare quanto sia importante che questo cambio di guardia avvenga nella maniera più indolore possibile.

Purtroppo ciò non sempre avviene. Molti bambini particolarmente sensibili si mostrano intimoriti, altri fanno mostra di aggressività in atteggiamento di difesa: sono coloro che hanno maggiore bisogno di essere seguiti e aiutati nell’avviamento all’applicazione. Capita molto spesso che vengano invece trascurati, messi da parte i più innocui, o messi “fuori” i più irrequieti, parcheggiati in attesa di essere incanalati verso la burocratica procedura per la richiesta dell’insegnante di sostegno. Che poi difficilmente viene autorizzata, facendo quindi perdere in alcuni casi anche il primo anno di insegnamento al piccolo.

Vengono quindi facilmente seguiti i bambini che vanno avanti da soli senza sforzo alcuno da parte degli insegnanti, se non gli innumerevoli elogi che servono d’esempio a coloro che invece non riescono ad applicarsi (che sono poi in fondo un esiguo numero, due-tre bambini su una classe di venti alunni).

Sono quei bambini che potenzialmente troveranno più difficoltà nella lettura, nel riconoscimento delle lettere e nella loro interpretazione (dislessia), nella matematica (discalculia) e necessiteranno di una adguata preparazione professionale da parte degli insegnanti per affrontare gli studi per essere “alla pari” con i compagni di classe. E’ necessaria una corretta integrazione, tanto più che questi bambini hanno nella maggior parte dei casi un’intelligenza brillantissima che però non riescono a dirigere, quindi non devono essere considerati “diversi”, ma semmai “speciali”, quindi con il diritto di ricevere considerazione e di ricevere “educazione” come gli altri, con attenzione e accuratezza a seconda del necessario.

E’ qui che il problema assume i connotati più invisibili: quelli che si sviluppano all’interno della personalità del bambino. Se il bimbo viene già escluso o maltrattato, o ridicolizzato, o considerato un "diverso", con molta probabilità il suo carattere tenderà o a chiudersi in se stesso o a sviluppare una aggressività superiore alla norma. Se, perdipiù, agisce in maniera impulsiva e non riesce a controllare le sue esuberanze (per es. il tono della voce, il bisogno di battere il piede contro il tavolino continuando a sgambettare, l'essere sempre a caccia di mosche anche solo con lo sguardo) manifestando irrequietezza in maniera persistente (impedendo per esempio il regolare svolgimento della lezione in classe) viene etichettato come "elemento di disturbo". Come dare a questo punto torto agli insegnanti?

Quello che fanno generalmente gli insegnanti è quello di essere più rigidi e severi che con gli altri bambini. Credono di avere a che fare con bambini malamente educati, viziati e, che con il pugno di ferro, con la soppraffazione e l'autorità, possano impartire loro l'educazione attraverso la nota, la punizione, l’umiliazione di fronte ai compagni. Nulla di più sbagliato. E' l'esatto contrario di quel che dovrebbero fare.

Generalmente questi bambini hanno una sensibilità superiore alla norma, sono veramente iper-sensibili: ciò li porta ad avere degli alti e bassi d'umore, degli scoppi d'ira apparentemente immotivati, e degli accessi di ilarità altrettanto ingiustificati. Attacchi d'odio imprevisti e imprevedibili. Altresì manifestano affettuosità morbose con cambi di fronte repentini.

Ci si trova ad avere a che fare con una instabilità emotiva che conseguentemente si ripercuote in tutti gli ambienti che interessano la quotidianità nelle relazioni con gli estranei: fare la spesa al supermercato diventa un’impresa da caporalmaggiori, andare in visita da qualcuno o dal dottore rappresenta un’incognita perché non si sa come potrà reagire il figlioletto per esempio trovandosi di fronte una persona che assomiglia alla maestra; insomma ogni normale fatto viene vissuto con stress, con il fastidio di sentirsi giudicati anche da famigliari e conoscenti per la scarsa resa scolastica del figlio che non riesce a “prendere il giro” mentre per altri bambini è normalmente più facile, o per il comportamento particolarmente disinibito che non si addice in società…

Quante volte capita che il bambino chieda con insistenza, ossessivamente davanti agli altri di andare via, di tornare a casa: dimostra uno stato d’ansia che necessita di essere placato, rassicurato. Poi chiede ancora quanto tempo manca, quanti minuti, quanti secondi, insaziabile, fino a quando stremato il genitore ringrazia, saluta e lo asseconda. Si torna a casa e il bambino si annoia e non sa che fare: è scontento. E’ scontento fuori casa e dentro casa. Lo portiamo in palestra, magari a judo. Il bambino non si diverte, maestro dice che non è portato. Lo si porta in piscina, pare che i primi tempi vada bene, ma poi si annoia anche lì. Insomma non sembra mai soddisfatto. E non ha voglia di fare i compiti e il pensiero che il giorno dopo deve rientrare a scuola gli provoca dei veri e propri stati di tristezza e di angoscia. I compagnetti invece sono più spensierati e organizzati anche nei loro giochi, i loro zaini più ordinati, nei loro comportamenti sono meno scoordinati. Sono più sereni e sicuri di sé. Può essere che si tratti di un periodo di transizione, che l’infantilismo sia ancora prevalente e che il bimbo abbia bisogno di più tempo per “razionalizzare”.

Se il bambino con la crescita non riesce a "entrare in sintonia", rischia col tempo di somatizzare e trasformare i problemi di relazione, del rapportarsi con gli altri, in disturbi psicologici (riguardo al proprio Io) e psichici (che implicano le funzioni mentali) che a loro volta si possono rivelare attraverso sintomi organici o funzionali: non solo malattie mentali quindi, ma anche vere e proprie esternazioni fisiche (tremori, cefalee, stipsi, emorroidi, disappetenza..)

Crescere, diventare adolescenti con uno sbilanciamento emotivo di questo genere significa possedere un terreno fertile per la germinazione di malattie complesse quali anoressia, bulimia, disturbi di alimentazione della serie “abbuffate”, ansia, attacchi di panico, fobie di vario tipo che attecchiscono con maggiore facilità nelle persone dotate di più spiccata sensibilità, coloro che in qualche modo siano “scoperte”, ovvero “non protette” o dotate di auto-controllo emotivo, e non abbiano trovato quella serenità interiore che permette di affrontare le difficoltà della vita in maniera più equilibrata.

Tutto ciò considerato, credo sia nostro compito di genitori quello di seguire i nostri figli nel loro percorso di vita: vederli di fronte a difficoltà che non sanno come affrontare dovrebbe farci riflettere con un occhio allo stesso tempo più amorevole e più distaccato: inutile vergognarsi delle loro inadeguatezze, ma accettarle e aiutarli mettendosi al loro fianco, mano piccola nella mano grande a disegnare a, b, c…

Non colpevolizzarli per non innescare in loro un processo di rifiuto, di opposizione, di bassa autostima. Aiutarli con lezioni di recupero, se necessario, e affrontare a viso alto gli insegnanti forti della propria “maternità”, non farsi intimorire dai loro atteggiamenti talvolta minacciosi, ma sapere dare ascolto anche al proprio “cuore di mamma”. E non nascondersi dietro al velo di omertà quando si riconoscono altre mamme alle prese con gli stessi problemi, ma scambiarsi e condividere.

Fare attenzione ai cambiamenti di umore dei bambini, far sentire la propria presenza ma assolutamente evitare di essere troppo ansiosi e iper-protettivi: i bambini hanno bisogno di fare dei piccoli errori per poi imparare a sapere come gestirsi di fronte ai grandi errori. Hanno bisogno di cadere, di capire cosa è la sofferenza e imparare a sopportarla, di sentire il brivido del pericolo per riconoscere il limite, sentire la paura e imparare a farsi forti e coraggiosi.

Riconoscere il proprio figlio un “inetto” significa aver fallito come genitore, padre o madre che sia. Smettere di dare amore e coccole a un bambino perché è “difficile” e perché deve imparare a “crescere da solo” equivale a una omissione di soccorso. Proprio come fanno alcuni insegnanti, per fortuna non tutti. Ma quelli che lo fanno sbagliano, pur sapendo di avere moralmente sulla coscienza il futuro di quei due o tre bambini per classe che ogni anno si ritrovano come funghi non appetibili, e che nessuno protegge.

Ecco, questi sono alcuni dei pensieri che non mi fanno dormire la notte, ma ben vengano se li posso condividere con qualcuno per poterci scambiare punti di vista, esperienze, e pechè no, che ne giunga anche un po' di consolazione.

AmilgaAmilga

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