Maria
Pescara, 6 marzo 2001

L'inviato speciale di ElbaSun

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Driving through
Udriving through

(Guidando attraverso gli U.S.A.)

a cura di Maria
maria@elbasun.com

Sistemati i bagagli si parte alla volta di St. Louis; fatichiamo non poco, senza fra l’altro riuscirci, a trovare l’ingresso Route 66della Route 66. E’ poco segnalata, almeno qui…..poco male, la prenderemo a Wilmington. La percorriamo per un bel pezzo….è ora che cominci ad imparare a guidare questa automobile, la strada è tranquilla e non ci dovrebbero essere particolari difficoltà…..Sorpresa!!!!! C’è un cartello che dice pressappoco così: strada chiusa… usare strada alternativa. Parlano bene loro…. quale sarà mai la strada alternativa??? Per non correre rischi riprendiamo la I55 e a tratti, nei pressi dei paesi percorriamo la Route 66. La cosa che salta all’occhio in questi posti è la totale mancanza di (e ora tenetevi forte) biancheria stesa ad asciugare. Già, proprio così, è rarissimo vedere biancheria stesa e questo da l’impressione che leSt Francis Cathedral case siano disabitate, è difficile da spiegare ma è proprio questa la sensazione che abbiamo avuto. Sono paesini graziosissimi con villette stupende, piscina in giardino, giochi …. tutte linde ed ordinate da sembrare prive di vita; è raro perfino sentire le risate gioiose dei bimbi. Ho come un flash nella mente: mi viene da pensare a quando alla tv fanno vedere i "quartieri spagnoli" a Napoli… panni stesi fra una casa e l’altra, risate e grida di bimbi e donne che spettegolano da un balcone all’altro; con tutte le problematiche che ci possono essere in questo posto, è un dato di fatto che lo senti vivo, lo senti Canyon Roadpulsare di vitalità, senti che appartiene alla gente che ci vive. Decidiamo di fare un gioco: ci segnaleremo, se si presenterà l’opportunità, ogni casa in cui vedremo dei panni stesi! A Glenarm vediamo un gruppo di motociclisti fieri sopra le loro Harley, li guardo da lontano con una punta di bonaria invidia… avessi almeno la faccia tosta di chiedere loro una foto! Macchè! Ridendo e scherzando abbiamo macinato anche per oggi i nostri 480 km.. Pernottiamo poco prima di St. Louis; a fatica troviamo un motel, pare che si siano dati tutti appuntamento qui!!! E’ domenica e si parte alla volta di St. Louis; la città è semideserta, niente traffico… ottimo! Si va dritti verso il Missisipi a vedere il Gateway Arch, simbolo della città: è qualcosa di spettacolare; un maestoso arco dai riflessi d’argento che si staglia imponente nell’azzurro del cielo di questa splendida mattina di agosto. Parcheggiamo inGateway Arch divieto di sosta (ehehehehe) e ci fondiamo sotto di esso per le classiche foto. Purtroppo l’ascensore che porta alla sua sommità (ben 192 metri) è chiuso, si deve quindi rinunciare a vedere la città dall’alto, in compenso ci godiamo la vista dei più famosi battelli di St. Louis di cui due a vapore. Il paesaggio comincia a cambiare: si passa dalle immense pianura dell’Illinois al paesaggio collinare del Missouri. Via, oggi i km da percorrere sono 650….. si parte alla volta di Tulsa facendo una piccola deviazione per il Kansas. Domani si giungerà in Texas ad AmarillO passando all’esterno di Oklaoma City e viaggiando per altri 600 km. Il paesaggio del Texas è brullo e arriviamo ad Amarillo in un pomeriggio infuocato in cui ci sono almeno 40°, alloggiamo in un motel con piscina e subito ci mettiamo alla ricerca Cadillac ranchdi un posto di cui abbiamo sentito parlare: "Cadillac ranch". Lo intravediamo mentre siamo sull’autostrada; deve essere per forza quello!! Dieci cadillac piantate nel bel mezzo di una piazzola ai margini dell’autostrada. Ci sfuggono sia lo scopo che il significato di tutto ciò, ma poco importa: è un monumento al cattivo gusto … ben venga anche questo. La parte più interessante del viaggio sta per arrivare…..Santa Fè, stiamo arrivandooooo. Da Santa Rosa pieghiamo verso nord…. ci siamo quasi.OLE’. Nel primo pomeriggio arriviamo a Santa Fè, il tempo di una doccia al volo e si va in centro. Qui è proprio come ce lo aspettavamo: una piazza molto bella, colorata, vivace e chiassosa. Ci sono, o meglio ci sarebbero molte chiese da visitare se non fosse per gli improbabili orari di apertura (dalle 10 alleS. Francisco de Asis 17). C’è un negozio molto carino e curioso in una delle piazze adiacenti a quella principale: è una sorta di caffetteria che vende anche saponette coloratissime ed altri oggetti di artigianato. La cosa che però mi attira di più è la scritta "ESPRESSO LAVAZZA" che campeggia sugli ombrelloni posti fuori dal negozio. Ci vuole poco a fare il conto... è una settimana che sono costretta a carburare senza un buon espresso espresso; decido di rischiare. Male che dovesse andare mi rifarò con la moka elettrica lasciata in albergo! La signora è gentilissima ed accoglie la mia richiesta di un buon espresso con una risata divertita…."I’m italian"…. (il che, considerando che si parla di caffè, non ha bisogno di ulteriori spiegazioni…..ehehehehehe). Tazze da bar neppure a pensarci, mi viene mostrata una triste tazzina di plastica ed una gigantesca tazza di vetro che personalmente userei per mettere il tè tanto è grande. Scelgo Loretto Chapelovviamente il vetro e chiedo gentilmente che il caffè sia short short short (in poche parole corto, moooolto corto!!!) WOWOWOW è davvero buono questo caffè… la signora è contenta ma io lo sono sicuramente di più. Firmo il guest book e la saluto. Facciamo un giro in centro e più precisamente a Canyon Drive, la strada degli artisti. E’ un posto bellissimo, ha, secondo me, quell’aria vagamente bohemienne della Place du theatre di Parigi. Tante gallerie d’arte, violetti con delle case carinissime, localini all’aperto, ristoranti, caffetterie pieni di gente. Cena al solito fast food e via di filato in motel, domani ci aspetta il pueblo di Taos. E’ notte quando torniamo in motel, esco fuori per l’ultima sigaretta della giornata. Siamo a quasi 2000 metri di altitudine, finalmente un cielo stellato degno di questo nome; il Grande Carro è proprio qui davanti a me, pare quasi di poterloThe store different toccare.….che bella giornata….. Sveglia prestissimo e si parte verso Taos, la prima sorpresa la ho appena accesa la radio: le calde note di Angie dei Rolling Stones invadono tutto l’abitacolo ma ancor di più il mio cuore e la mente ritorna alla prima volta che ascoltai questa canzone. Sulla strada che ci porta a Taos vediamo una curiosa roccia che si chiama Camel rock, in effetti a guardarla bene pare proprio un cammello! Taos dista circa 1 ora e mezza da Santa Fè, ci dirigiamo verso il Pueblo e…..sorpresaaaaa! Un tipo in un fuoristrada ci dice che il pueblo è chiuso, pazienza, ci ciondoliamo per Taos fino alle 16, la piazza è molto simile a quella di Santa Fè e vi sventola permanentemente la bandiera americana in onore di Kit Carson di cui visitiamo la casa museo in cui sono raccolti tutti i cimeli del pioniere. STOOOP… poco fuori Taos veniamo attratti dalla croce di una Camel rockchiesa, non è sulla strada, ci dobbiamo infatti internare in un vicolo non asfaltato che si apre su di una piazzetta polverosa. La chiesa è intitolata a San Francesco d’Assisi ed è in stile adobe. La Vergine di Guadalupe ed un’icona russa ci accolgono nel piazzale prospiciente la chiesa. Dentro non si possono fare foto ma le pitture naif sulle pareti e la frugalità degli arredamenti la rendono così particolare, così bella ed intrisa di quel senso di Dio che mi è difficile trovare nel lusso sfrenato delle chiese che vedo qui da noi. Torniamo in albergo ci tiriamo a nuovo e si prende la strada del centro… Singh, sob….  I locali sonTaos puebloo chiusi e la piazza deserta…anche stasera, tanto per cambiare si mangerà al volo e poi di filato a nanna…..domani si torna di nuovo a Taos nella speranza di avere più fortuna! L’indomani ripercorriamo di nuovo la strada che ci separa da Taos e poi ancora 5 km a N\E per raggiungere il pueblo. Per fortuna oggi non ci sono divieti e riusciamo ad entrare. Taos sorge ai piedi delle "Sangre de Cristo Mountain". Il villaggio è abitato da millecinquecento indiani tiwa; il pueblo ha mantenuto le caratteristiche originali: c’è la piazza centrale bagnata da un ruscello ed intorno ad essa ci sono costruzioni di paglia e St Jerome Chapelargilla a più piani; fuori le case possiamo vedere i forni in cui ancora oggi le donne del villaggio cuociono il pane e i biscotti. Mi attardo a parlare con una donna indigena da cui comperiamo pane e biscotti tipici e mi dice che siamo stati fortunati in quanto il mese di agosto il pueblo è quasi sempre chiuso per via delle cerimonie religiose a cui il pubblico non può assistere. La chiesa, sempre sulla piazza, è intitolata a S. Geronimo ed è una costruzione risalente al 1850, una delle più giovani del villaggio; spoglia nel suo interno di arredi ricchi ed opulenti ma molto vivace nelle pitture. Alcune case sono adibite a negozi e laboratori in cui si lavora l’argento; i pavimenti sono fatti di mattoni e l’arredamento è spoglio, privo di qualsiasi elemento superfluo. Il tempo corre veloce fra queste case addossate l’un l’altra, fra vialetti polverosi, fra la vita di questa gente, in un certo senso costretta a convivere con noi turisti fra i piedi. E’ un po’ come spiarli nel loro quotidiano, nelle loro cose più banali, nei giochi dei loro bimbi…. Si riparte per una nuova destinazione con la consapevolezza di aver fatto anche noi parte, anche se per poco, della vita di questa gente. Prossima destinazione? Sedona, la bellissima Sedona. Bye bye, ci si sente presto.


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