![]() Livorno, ottobre 2000 |
L'inviato
speciale di ElbaSun diego-pretini@elbasun.com |
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5 ore di treno ed
è Milano. Si vede subito. Dicono tutti che è una città frenetica. E vero. Siamo
appena usciti dalla carrozza dellIntercity, che la gente sè messa a camminare
in un modo così veloce che non si può star loro dietro. In cima ad una scala, che porta
fuori della Stazione, si ha una magnifica visione di insieme. Tante formichine che vanno
tutte in direzioni diverse, a velocità vertiginose. Non lasciando mai, per nessun motivo
la propria traiettoria. Anzi incrociandone infinite altre, ma mai scontrandosi fisicamente
con le proprietarie di quelle rotte. Cè uno strano destino in queste traiettorie:
formano tutte insieme una trama fittissima, una ragnatela, ma mai assolutamente causano
scontri o incontri. Ognuno per la sua strada e bene così. Per arrivare alla meta
cè da prendere la Metropolitana, sul depliant dellufficio informazioni
cè scritto Linea 2, ma qui la chiamano "la Rossa". Scendiamo a prendere
la Rossa, ma come noi cè, sì e no, un altro centinaio di persone (forse di più).
La fila (cha caldo, che noia e che odore) viene comunque ben diluita dagli agenti, messi
lì a posta. Quello che davvero ha impressionato è che sono abituati i milanesi a tutta
questa immensa confusione. E non si perdono danimo, anzi. Piazzano uomini dove
devono, piazzano
parcheggi dove devono, piazzano stazioni di
metropolitana o di autobus o di tram dove devono. Il bello di tutto ciò è che sanno
sempre cosa fare, come farlo, perché e dove. Straordinario. Anche da questo si vedono i
caratteri di una metropoli, di questa che può essere considerata la seconda capitale
dItalia. Ritorniamo dentro il trenino. Il paragone con le sardine qui, sia pur
banale, è quello che rende meglio lidea. Scendiamo a Cadorna per prendere la
coincidenza per Amendola Fiera con la Verde (Linea 3). Questi nomi non dicono nulla
neanche al vostro osservatore, perché tutto il tragitto viene percorso underground e non
vediamo altro che neon, cartelli luminosi, rotaie, porte scorrevoli, le famose sliding
doors inglesi. Nel film ("Sliding Doors", appunto) la causa scatenante di tutto
è proprio una di queste perfide porte, che sei non stai attento o ti lasciano a piedi o
te li tagliano, i piedi. Eppoi oltre a tutto questo cè tanta tanta gente. E di
tutti i tipi. Dai loschi figuri che si vedono nei film americani (muso duro, barbuto,
scuro, spaventoso nel senso che fa paura) alle signore con la busta della spesa, dai
signori che leggono Quattroruote ai ragazzi che si spostano in coppia o in trio fino a
scuola. Arriviamo alla Fiera, che di fiera sinceramente ha poco. E un vero e proprio
museo del futuro. Tutto lo scibile tecnologico in una decina di padiglioni. Sarebbe meglio
dire grandi magazzini, più che padiglioni. Davvero immensi. E insomma sandava dagli
ormai
celeberrimi DVD (videoregistratori e macchine fotografiche adiòs) agli
stereo Hi-Fi ultima generazione, immensi, grandiosi, che fanno sentire la canzone come se
il cantante o lorchestra fosse dentro il tuo padiglione auricolare. Dalle stampanti
di ogni tipo di getto (anche a distanza) ai cellulari di ogni genere (palmari, auricolari,
chissà cosaltro inventeranno: ve limmaginate i telefonini linguali o labiali,
con lantennina che ti spunta tra i denti
). Grande attrazione, tutto. Il
padiglione ovviamente più interessante è quello delle telecomunicazioni con gli stands
di Mediaset, Italia 1 (ma qui niente di stellare), Radio DeeJay, Ansa (che accozzo
),
ma soprattutto quello che ci dà possibilità di parlare da qui, quelli che muovono questa
benedetta baracca che proprio ora sta coprendo le nostre testoline, la Rete. Tin (con il
suo, nostro caro C6), Free web, Ciao web, Tiscali, Libero, Virgilio. Eppoi cera chi
per attirare lattenzione usava altri metodi. Perché a volte non era solo
unesibizione degli utensili del futuro, ma a volte anche e soprattutto un vero e
proprio One-man-show. Come Teo Mammuccari (quello di "Libero", la trasmissione
di Rai Due di scherzi telefonici, per intenderci) allo stand della Siemens, vero e proprio
mattatore. O come quello di Laura Freddi a quello della Tiscali. Le altre presenze (e solo
quelle, davvero): Susanna Messaggio da Blu e Marco Berri (la "Iena calva" di
Italia1) alla Tin. Poi cè laltro modo, si diceva, per attirare gli occhi
fuggitivi delle macchinette in costante moto, cioè i visitatori. Per noi maschietti è
sicuramente il modo più piacevole, più efficace e più adatto. E per le aziende, forse
più economico che pagare un vip o presunto tale. Basta prendere un cubo, metterci sopra
una bella figliola, farla ballare, una bella lucina viola di traverso sul suo bel
corpicino e les jeux sont faits. Queste del personaggio famoso e della ballerina erano le
correnti di pensiero più utilizzate in assoluto per spalmare del miele sullo stand di
modo che gli orsi-visitatori (nessunoffesa, ci mancherebbe) potessero avvicinarsi
allalveare. Poi ce ne sarà state tante altre, che sono passate in secondo piano.
Insomma, un museo del futuro, sè detto, di questo (o questa?) Smau. Sperando che
però il futuro non sia fatto solo di questo. Che le comunicazioni continuino ad essere
anche scritte (oltre che digitate), orali (non solo con chat-voice o quel che può
essere), visive (ma senza cristalli liquidi). E, badate bene, sto rischiando grosso.
Guardate da dove vi parlo

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