L'inviato speciale

Livorno, novembre   2000

L'inviato speciale di ElbaSun
Livorno:
Livorno nel pallone
C'è fame di calcio, per cui la Partita è sempre un evento

a cura di Diego Pretini
diego-pretini@elbasun.com

 

 

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ZolaAlla televisione rispunta Zola. Era tanto che non si vedeva su una televisione di casa nostra. Ora lo si vedeva su Rai Uno in un’ora assurda per il gioco del pallone, l’una del dì. Era l’ora del Giubileo degli Sportivi. Era l’ora in cui perfino Karol Woityla si disperava per un errore di Del Piero. Era l’ora in cui finalmente veniva celebrato lo sport per com’è, cioè attività motoria, dove l’agonismo è tutto, ma la cattiveria gratuita è nulla e i soldi pure. Cioè fatto di quel così famoso fair-play, che è sulla bocca di tutti, ma nella mente solo di alcuni. E allora Mihajlovic (laterale della Lazio) prima tratta Vieira (avversario di colore dell’Arsenal, in Coppa Campioni) come il peggiore straccio da garage, poi chiede ai tifosi laziali di non riempire di fischi e insulti i colored avversari, dopo ancora partecipa al Giubileo degli Sportivi. Bel climax, complimenti. E c’era ancTifosihe Zola, allora. Lo si riconosce subito da uno dei suoi tipici lanci misurati al millimetro, con la faccia di chi sa già che il pallone, che è appena decollato dal collo del suo piede, arriverà 35 metri più lontano precisamente sulle stringhe di un compagno. Se poi quel compagno è Inzaghi, pazienza. Zola è uno di quelli che fanno venire la voglia di vedere la partita di pallone, uno sport sempre più basato sulla preparazione atletica e sugli schemi ordinati del gioco. Zola, invece, è uno di quelli che mette a soqquadro tutto. Avanza palla al piede, dribbla il primo, si fuma il secondo, mette a cuccia il terzo difensore, arriva il quarto disperato, Zola avrebbe la possibilità di scaricare pallone e responsabilità sulla fascia al suo compagno, libero come l’aria. E invece. E invece, sempre pallone legato alla caviglia, se ne va attratto da quel tizio con la maglia diversa dalla sua che avrebbe il pressante desiderio di rubargliela, quella palla collosa, appiccicata al piede. Ha la faccia cattiva, quel tizio. E guarda il pallone. Ma purtroppo per lui non c’è solo quello. Ci sono anche i piedini svelti di Zola. Anzi, non anche: solo. Perché gli occhi di quel tizio diventano strabici, quando Zola mette in moto quelle macchinette infernali che si ritrova fisicamente sotto il bacino, ma teoricamente tutto qui, nella sua testolina. Paso doble, ballando, veronica, e via, palla al piede. Poi magari Zola gliela passa anche, la palla, a quel disgraziato, libero come l’aria anche ora, che si era sganciato sulla fascia che ponza come un bufalo per lo scatto appena terminato. Gliela passa anche la palla. Ma solo ora.

A Livorno il pallone è religione. C’è fame di calcio. In Serie A il Livorno c’è stato e anche facendo la sua bella figura nel periodo schifoso della Grande Guerra Ballerisfiorando addirittura per un punto lo scudetto, dietro a quello che 5-6 anni dopo diventerà il Grande Torino. Stare a raccontare cosa vuol dire Grande Torino prenderebbe anche le pagine del Guest Book e l’Archivio della Frase del Giorno, ma chi sa di calcio capisce cosa voleva dire arrivare al secondo posto dietro a quei mostriciattoli granata. Ora il Livorno è segregato in Serie C, con alle spalle già tre anni di promesse, molte poche volte mantenute. Allo Stadio Armando Picchi c’è Livorno-Modena. Non è una partita, è un evento. Perché il Modena è primo in classifica. E perché il Modena ha vinto 8 volte di seguito, non ha mai perso e mai pareggiato, ha vinto solo e sempre. Il record finora di vittorie consecutive è del Livorno 96-97, quando un giovanissimo allenatore, Paolo Stringara, 38 anni o giù di lì, prima portò il Livorno dalla C2 alla C1 e l’anno dopo sfiorò la promozione in B, dopo appunto quelle 9 vittorie consecutive, il record. Poi Stringara fu sguinzagliato senza interesse. Ora quello Stringara è secondo in classifica, in C1, nel girone meridionale (girone B) con L’Aquila, dove si conosce bene il rugby, ma di pallone finora… Livorno-Modena è la partita con la P maiuscola. Perché rischiava di essere il simbolo del definitivo saluto al primato in classifica e la conseguente promozione diretta nella categoria superiore. Questo se vinceva il Modena. E rischiava di essere il saluto al record di quel Livorno di tre anni fa. Troppo romantico per lasciarsi andare nelle mani "greedy", avide del Modena. E allora ci pensa un ragazzetto di 22 anni a prendere per mano il Livorno e portarlo per i sentieri della felicità. Si chiama Giuseppe Alessi, ma il suo nome dice poco ai cosiddetti addetti ai lavori. E’ nato e cresciuto in Campania, ma calcisticamente, come dicono i giornalisti sportivi, è cresciuto al Torino, da sempre stupendo liceo per i giovani calciatori. A Livorno è venuto dalla Salernitana e lo scorso anno ha giocato qualche partita con la maglia del Napoli. E’ uno di quelli, Beppe Alessi, che porta i calzettoni abbassati sulle caviglie, che lo vedi subito quando guardi la partita. Di solito Quello con i calzettoni giù è quello che ha fantasia, che mette disordine, uno come Zola, insomma. Ma anche un’ala (Balleri, livornese del Lecce, è uno di quelli). Dipende, insomma. Fatto sta che se c’è un giocatore con i calzettoni abbassati, si vede subito, si riconosce appena si volge lo sguardo sul campo. (Ora visto che se si continua si invade Spazio Scuola e Passione Cinema, sarà meglio andare avanti la prossima volta, con la conclusione della partita ovviamente.)

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2° minuto, di Livorno-Modena. I babbi non hanno ancora finito di girare lo zucchero nel caffè e i bimbi hanno appena scartato la coppetta Del Pierovaniglia-amarena, che finiranno i babbi, perché ai pargoli non piacerà. 2° minuto. Punizione per il Livorno. 30 metri, più o meno. Palla a terra, vicino a questa sono in due. Tra i due c’è il tizio con la maglia numero 8; a Spezia nella partita precedente aveva fatto abbastanza schifo, non aveva toccato palla. E quando l’aveva toccata, aveva sbagliato uno dei gol più facili. Sulla palla c’è lui, il numero 8, Alessi. La barriera dei canarini (la maglia del Modena è giallo limone) è distante. Troppo ad occhio e croce. Meglio. Alessi non aspetta nemmeno il fischio dell’arbitro. Come nelle partitelle tra bimbetti. Si tira quando si vuole, nel calcio senza regole. Così. BottaProtti impressionante. L’istinto guida questo gesto. Lordata pazzesca. E non è una meta, un tiro nell’atmosfera come a volte succede e che quando succede causa un frastuono tipo Aeroporto di Malpensa, per i fischi che attira. No, no, quel pallone scagliato a velocità vertiginosa, va a posarsi nel sette. Sotto l’incrocio dei pali. In questi casi i cronisti sono innamorati della frase Dove il portiere proprio non può arrivare. 1-0. Dopo due minuti. Il caffè del babbo è finito sulla testa di qualcuno sotto di un gradone. Il gelato del bimbo, forse, su un gomito di un vicino. MA chi se ne frega. Si vince. Intorno al 20° il ragazzino riceve il pallone, lo droga, lo cucina ben bene e lo serve caldo sulla sinistra dove arriva il gregario, l’ala sinistra, Doga si chiama, carnagione molto scura. Se non si chiamasse Alessandro di nome, diresti che è camerunense o marocchino o senegalese. Italianissimo, invece. Doga stoppa quel pallone dolce dolce che gli è arrivato dal cerchio di centrocampo, si porta avanti questo pallone, riesce a trovare il fondo, come si suol dire, e la serve nel mezzo dove è pronto, che aspetta, Igor Protti (capocannoniere in Serie A nel 96 con il Bari, l’anno dopo giocò nella Lazio, ma sposò una livornese e al cuor non si comanda…). Protti è pronto ma il cross di Doga è di un niente lungo, si deve allungare, Protti, per prendere quel pallone viscido che altrimenti andrebbe via indifferente, menefreghista, andrebbe sulla destra dove non c’è assolutamente nessuno. E invece no: Protti s’allunga diventa 1 metro e 80, invece che quel metro e 60 o poco più che è in realtà. Allunga la gambetta, tocca la bigliona quel tanto che basta per farla andare dolcemente verso il portierino canarino che non si sa come fa a parare, tutto sdraiato, sbilanciato, di pancia, di inguine, di coscia, fatto sta che la para, mentre Protti è sempre disteso forse provato dall’allungamento della sua gambina, che era diventata di gomma per l’occasione, Protti è sempre lì, disteso, il pallone è sempre in gioco, se ne accorge quando vede la palla staccarsi dal corpo-diga del portiere, allora Protti si alza, felino, mentre il portiere e il difensore, arrivato purtroppo per lui in ritardo, si stanno muovendo come le belle statuine per riprendersi quel pallone maledetto, in tutte le posizioni possibili e immaginabili, Protti ce l’ha lì il pallone, tra i piedini, e allora, ora sì, lo sa cosa fare, per forza, deve prendere quel cavolo di pallone e di piatto (né colli pieni né pallonetti: piatto) metterla dove portiere e difensore non possono più farci nulla, lo può fare, lo sa fare, lo deve fare. Lo fa. 2-0 e tripudio infernale. Più tardi c’è gloria anche per un difensore, diventato il più longevo con la maglia amaranto, Geraldi. E’ abituato, quasi viziato, lui, a non farli fare, i gol. E invece no, questa è una partita particolare, magica quasi. Quindi: corner per il Livorno lo batte il ragazzino, Alessi, palla che atterra sulla testona di Geraldi e si insacca nell’angolino, lo stesso della punizione di Alessi. E anche ora il portiere non può fare niente tranne che andare a riprendere la sfera in fondo a quella porta maledetta per lui. Intervallo sul 3-0. C’è tempo per notare che intorno a noi c’è la più grande varietà di facce. Facce da stadio. Chi allo stadio ci va una volta ogni tanto, per esempio. Il vostro osservatore, per esempio, e il Tifosisuo accompagnatore paterno (pur essendo Mister di calcio) sono di quelli. Poi c’è chi ha l’abbonamento e non se ne perde una di partite. Allo stadio ci va anche con la labirintite. Una signorina con il giacchettino di pelle rosso, occhialini stretti rettangolari, giovane, ma sola. Strano, ma la sensazione è molto piacevole. Strano e piacevole, perché è difficile vedere signorine sole allo stadio, di solito ci sono i fidanzati, accanto. Che spiegano ogni movimento della palla, asfissianti. Vedi…ha preso il pallone e….ecco…glielo ha dato, perché…sentito?…l’arbitro ha fischiato, eh…perché…se non gliel’avesse dato… E via per 90 minuti più recupero. Poi ci sono quelli che commentano le scelte del tecnico. Disgraziatamente ce ne capita un paio proprio sul gradone sopra. Vi potete immaginare il mio accompagnatore paterno in che stato è all’85°. Coma irreversibile. Per le opinioni strampalate che gli arrivavano traditrici alle spalle. Al triplice fischio è liberazione per lui, e non solo per il Livorno. Nel secondo tempo succede poco o nulla. Il Livorno non ha più voglia di giocare, come un bimbo viziato, e lascia un po’ (troppo) spazio al Modena, incazzato nero, si capisce. Prima ci prova con un omino con il numero 18, che entra in area, Fanucci (Livorno) lo stende con un colpo di kung-fu, è rigore. Lo batte lo stesso omino, pelato sulla parte anteriore della testa. Il duello è degno di Mezzogiorno di Fuoco o Il Buono, il Brutto e il Cattivo: Ivan, portiere del Livorno, contro questo 18 del Modena. Gioco di sguardi. Vince Ivan in questo gioco che ipnotizza meglio di Casella (sicuramente…). Tiro, Ivan si butta dalla parte opposta del pallone, ma quest’ultimo oggetto si ferma sulla traversa. Il 3-0 resta, per ora. Poi c’è un assalto al Fort Knox del Livorno, cross dalla destra degli ormai giallognoli dalla rabbia e non più gialli limone, spunta l’omino numero 18 e di testa, la mette nello stesso benedettissimo angolo dei tre gol del Livorno. 3-1. Finita. Manca 10 minuti e niente più. Sì, il Modena comincia a premere ma ci doveva pensare prima. Il record possibile del Modena diventa un castello di carte nella bora triestina, il primato in classifica resta. Contenti loro, contenti noi.


P.S. La vittoria del Livorno con il Modena è stato solo un focolaio: la giornata seguente la squadra amaranto ha perso ad Arezzo per 2-1. Vinceva (gol di Abbruscato, un tizio con un nome vagamente famoso, Elvis), poi nel secondo tempo è scomparso nel nulla e l’Arezzo prima ha pareggiato e poi ha vinto con il gol dell’italo-argentino Adrian Ricchiuti, ex Livorno lo scorso anno. Uno di quelli con i calzettoni abbassati, uno di quelli che ti fanno venire voglia di vedere la partita di pallone.