L'inviato speciale
Livorno, 14 novembre 2002

L'inviato speciale di ElbaSun
Livorno:

Un passo indietro

a cura di Diego Pretini
diego-pretini@elbasun.com

Non sono uno che crede alle persecuzioni. Però nei mezzi di comunicazione nazionali di Livorno sento parlare sempre per cose negative. Per il derby Livorno-Pisa a rischio violenza. Per le messe nere in ville abbandonate. Per la maglia nera per l’inquinamento. Per l’assassinio di Quercianella. Per le tragedie che purtroppo quel mostro così meravigliosamente potente che si chiama mare ogni tanto ci obbliga ad ingoiare, quando lui, il mostro, ingoia vite simili a quelle di tutti noi.

ProttiNon si dice, per esempio, che a Livorno c’è una delle sue clac sportive più calde d’Italia.

Non si dice che a Livorno convivono in grande civiltà una nutritissima comunità ebraica (l’ex presidente nazionale Toaff è livornese) e la maggioranza cattolica (l’ex vescovo di Livorno Ablondi è vice-presidente della Conferenza Episcopale Italiana).

Non si dice quasi mai che a Livorno c’è il Premio Piero Ciampi, come dire che la musica pura è più qui che a Sanremo.

Non si dice che Livorno ha una bellissima costa di un paio di chilometri che fa rimanere a bocca aperta chiunque vi appoggi le pupille. E c’entra anche il mare, quel mostro così oscenamente stupendo.

Eppure ai telegiornali piace parlare di Livorno sempre per le cose più bieche, grigie, tristi. Studio Aperto, Tg5, Tg1 hanno parlato di Livorno, non perché, per esempio, dopo trent’anni la squadra calcistica era tornata in serie B e aveva iniziato divinamente, ma perché nella trasferta di Messina 42 signori tifosi si sono permessi di dare del (leggo) “bastardo, pezzo di merda” al capitano del Livorno, farcendolo di sputi.

Igor Protti, il capitano, è un signore che è stato nel 1996 il capocannoniere del campionato di serie A, quando giocava nel Bari. Poi andò nella Lazio. Poi, ad un certo punto, avendo sposato una livornese, decise di tornare qui a Livorno, dove aveva già giocato da giovanotto, per prendere per mano la squadra in C e portarla, finalmente, buona sorte ha voluto, in serie B. C’è riuscito. Protti è il signore che ha segnato più reti con la maglia amaranto in tutta la storia del Livorno, dal 1915 al 2002. E’, ora, il capocannoniere della serie B con 7 reti.

ProttiMa Protti, in un’intervista a Repubblica (perché ci si mettono anche i giornali), dice una cosa bellissima: “A giocare al calcio non sono un fenomeno, la mia forza viene dal cuore”. E’ una frase stupenda per chi, come me, ha praticato sport (a livello medio) per tanti anni. La natura mi ha dato molto poco (sono 66 chili bagnato), ma, per quella stessa forza che dice Protti, sono riuscito a restare a galla per tanti anni in uno sport come (state a sentire) il canottaggio.

Ora: succede che Protti nella trasferta di Messina riceva dalla sua ex-società siciliana una targa di riconoscimento per i suoi 31 gol con la maglia giallorosa. E succede che Protti ricambi portando sotto la curva dei messinesi un mazzo di fiori in memoria ad un tifoso che si trovò un paio d’anni fa nel momento sbagliato nel posto sbagliato, visto che un razzo partito dalla curva del Catania lo prese in pieno. Protti lo fa perché ha un cuore grande così, tanto grande, abbiamo scoperto, da essere il primo motore di un 35enne che è quasi sempre il principale autore dei successi della sua squadra.

A Messina arrivano 42 ultrà livornesi. E’ gente che in testa ha il Livorno dalla mattina alla sera, facendo pause di un’ora effettiva al giorno. In quell’ora al giorno pensa a ciò che non è il Livorno. Si fa tutte le trasferte, anche le più terribili. Salerno, Palermo, ora Messina. Da Livorno non è una passeggiata. E’ il cuore rosso del cuore rosso di Livorno. In tutti i sensi. Hanno più volte provato a dir loro che non è bello mettere la politica nello sport. La risposta è sempre stata una: se un certo carattere politico fa parte della tradizione di una città, è giusto mostrarla. Il centrosinistra a Livorno ha vinto con quasi il 70% che non è certo una bazzecola. Anche se parlare di centrosinistra ai capi ultrà del Livorno è un po’ come offrire uno spumante dolce o un chinotto ad un alcolizzato. Storcerà la bocca, anche se se lo berrà di certo, piuttosto del chinotto.

Dopo mille chilometri gli ultrà erano sconvolti dal viaggio, c’è chi dice che fossero stati a Firenze, al Social Forum, dove forse hanno alzato anche un po’ il gomito e da dove sono ripartiti direttamente per Messina, si dice. Sono attenuanti generiche, prese a caso.

Ma giustificazioni non ce ne possono essere per dei signori che quasi settimanalmente escono a cena con Protti, che dalla curva inneggiano a “Igor Protti, capo degli ultrà” (a questo punto non so quanto potrà essere un valore), che chiedono (e spesso ricevono) le maglie del capitano del Livorno a fine partita, che, per altro, si pavoneggiano di predicare la tolleranza e l’uguaglianza (tranne che ai pisani, è ovvio).Protti

Protti ha vissuto a Messina, come ha vissuto a Bari, come a Roma, come a Reggio Emilia. La sua è una vita come quella di ognuno di noi e in ciascuna di quelle città Protti ha dei ricordi, la sua vita (come quella di tantissimi giocatori) è un puzzle formato da tutte quelle città, da tutti quei campi di gioco, da quelle reti che ha gonfiato lì come gonfia a Livorno e con la maglia del Livorno. Al saluto dei suoi ex-tifosi avrebbe dovuto voltarsi e far finta di nulla?

La gelosia è un brutto male e a volte rovina gli amori, ma spesso è quello che li cementa. Però l’amore è fatto anche di fiducia reciproca e anche se per un momento uno può pensare qualcosa di brutto, subito dopo ha il dovere – il dovere – di dirsi che No, non è possibile, sono io l’unico. Perché per Protti Livorno rimarrà sempre un gradino sopra alle altre città, perché qui ha trovato moglie, perché qui vivrà per sempre, visto che ha preso casa nelle campagne qui intorno, perché qui lo amano come nemmeno a Rimini dov’è nato.

Quei signori tanto bene hanno fatto al Livorno, seguendolo in tutte le parti d’Italia, da Trieste a Catania, passando per Leffe, Cittadella, Lumezzane, belle realtà del calcio professionistico, che però sono sempre state strette come fuseaux ad una città scoppiettante e bonariamente invadente com’è la mia. Ora invece, come tutti gli amanti che amano troppo tanto da poter ammazzare – ma è vero amore, quello? -, quei signori hanno ucciso dentro il loro capitano, il loro capo. “Ci siamo sentiti traditi”, dicono. “Se ti piace tanto Messina” gli hanno detto attraverso la rete dopo il saluto allo stadio siciliano “restaci pure”. Uno dà giustificazioni, allora. Uno scatto d’ira, ti viene a mente. Ok. L’ira prima o poi finisce. Dopo l’ira ci sono le scuse, come in tutti i rapporti. “Non so cosa m’è successo, cosa stavo facendo. Scusa. Potrai mai perdonarmi?”. No, loro insistono.

“L’ultrà è un tifoso sempre pronto a lottare, nel bene o nel male. Ed è uno che non ama essere sostituito, neanche per un giorno. E’ proprio per questi lati da combattente oltranzista, che abbiamo deciso di appellare un giocatore come ultrà, perché lui, Protti, e ne siamo certi, non ama essere sostituito da nessuno. Vedere uno stadio intero (quello di Messina) che lo incita come “uno di loro”, vederlo che corre a salutare tutti i suoi ex-tifosi limitandosi a un ciao, dal centrocampo, per gli amici che hanno fatto tanti chilometri, ci ha scosso, ma non abbastanza da impedirci di cantare 90’ minuti, nei quali abbiamo trovato un Protti remissivo, che si limitava a fare il suo dovere. La faccia di Igor che impazzisce quando il Livorno perde è l’atto di fedeltà più grosso al quale adoriamo assistere. Non avrebbe dovuto preparare i suoi tifosi e amici a tale impatto? E adesso cosa succederà a Bari? Comprendiamo il rispetto, quanto il gesto onorevole dei fiori e questo Igor lo sa bene, come lo sa qualche malpensante: sfruttare questo sfogo per agitare un polverone non fa bene a nessuno, se non a chi ci vuole male”. (Il Tirreno, 12 novembre)

Gelosia (“Vedere uno stadio intero che lo incita come uno di loro”), invidia (“vederlo che corre a salutare tutti i suoi ex-tifosi”), infantilità (“limitandosi a un ciao, dal centrocampo, per gli amici che hanno fatto tanti chilometri”), dietrologia (“abbiamo trovato un Protti remissivo, che si limitava a fare il suo dovere”). Un discorso che non sta né in cielo né in terra, giustificazioni incomprensibili (“le trasferte sono lunghe”, “il trattamento della polizia è duro”, “le parole non hanno ucciso mai nessuno”, leggo ancora dal Tirreno). Da queste frasi esce tutto il valore di queste persone, la loro cultura, la loro concezione di essere tifosi e di essere calciatore. Sono arrivati a dire che, dopo aver ricevuto insulti e sputi, Protti ha avuto una reazione esagerata.

E allora ci chiediamo perché, invece, il gruppo delle Bal, le Brigate Autonome Livornesi, cuore del cuore del cuore del Livorno, non ammettano serenamente di aver sbagliato, di aver fatto una vigliaccata, una vera e propria stronzata, di essere stati dei caproni punto e basta, di non aver capito un bel nulla di com’è fatto lo sport e di come sono i suoi personaggi. E ricominciare daccapo. Non so con che faccia entreranno allo stadio domenica prossima, quando probabilmente Protti non giocherà (domenica ha detto: “Smetto di giocare”. Non ci crediamo. Ma lo speriamo per quei 42).

A me resta in mente la frase di Protti: “A giocare al calcio non sono un fenomeno, la mia forza viene dal cuore”. E quando il cuore è svuotato, lui non può, non sa giocare. Gli è caduto il mondo addosso, è iniziato un incubo, non ci credeva.

E senza dubbio ha ragione lui.

Livorno ha sempre la capacità di rovinare, per troppo amore, le cose belle che ha la fortuna di vivere. I livornesi, sentite cosa mi esce dal cervello e dalle dita, dovrebbero imparare ad amare di meno. Non so se è facile da comprendere, ma è la verità.

(Le responsabilità di queste opinioni sono esclusivamente dell’autore)


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