L'inviato speciale
Livorno, 11 settembre 2002

L'inviato speciale di ElbaSun
Livorno:

Anno I d. M.

Twin Tower

a cura di Diego Pretini
diego-pretini@elbasun.com

Niente sarà più come prima, si disse. Ora, dopo un anno, tutto sembra tornato esattamente come prima. Segno buono, segno malo, chissà. I ricordi di un undici settembre che ci rimarrà dentro finché avremo la forza di pensare.

"La notizia più sconvolgente degli ultimi anni mi giunse nel modo in cui si parlano i ragazzini: un Sms sul cellulare. Io mi trovavo sulle montagne di Yalta, con Solana e il primo ministro belga. L’atmosfera era irreale. Mentre alcuni bambini suonavano pezzi jazz su un prato, dopo un incontro fra la Ue e l’Ucraina, noi stupefatti ascoltavamo le notizie. All’inizio pensammo tutti a un incidente. Ma poi arrivarono il secondo aereo, l’attacco al Pentagono, il crollo delle Torri… Il viaggio di rientro a Bruxelles durò tre interminabili ore. Appena atterrato, ci fu una drammatica conferenza stampa. Poi, a mezzanotte, nell’ufficio della Commissione, vidi finalmente le immagini che tutto il mondo aveva già sofferto e che non dimenticherò mai".

Romano Prodi – Presidente della Commissione Europea

"Ero a Castengandolfo, ero solo, seduto alla scrivania del mio studio. Poco dopo le tre ricevetti una telefonata dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Angelo Sodano. Era stato avvisato da Joaquìn Navarro Valls, quando vide la seconda esplosione decise di chiamarmi. Rispose il mio segretario Stanislaw Dziwisk, che mi passò la comunicazione. ‘Santo Padre, non si ancora di preciso cosa sia accaduto a Manhattan, ma tutto lascia pensare a un attentato’. La mia reazione si condensò in una parola: Preghiamo. Poi domandai che venisse inviato un telegramma al presidente Bush. Accesi la tv e guardai le immagini tutto il pomeriggio. Il mattino dopo andai nella cappella privata e celebrai una messa per le vittime".

Karol Woityla – Pontefice della Chiesa cattolica

"Ero appena rientrato al Quirinale. Stavo andando verso lo studio, quando mia moglie Franca mi chiamò: ‘Vieni a vedere, è una cosa terribile’. Mi sintonizzai subito sulla Cnn e pensai ‘E’ un crimine spaventoso, un crimine contro l’umanità’. Ricordo l’angoscia e il dolore che provai. Mandai subito un telegramma al presidente Bush e decisi di pronunciare un messaggio a reti unificate: L’Italia è in lutto, la civiltà è in lutto".

Carlo Azeglio Ciampi - Presidente della Repubblica Italiana

Succede, per oscene leggi che nessuno saprà mai spiegare, che le cose veramente storiche vengano giù quando uno non ci pensa proprio. Le guerre hanno gli ultimatum e le dichiarazioni. Ma se i loro risultati sono diversi da quelli che ci si aspetta sono più storici degli altri.

Non so se riuscirò mai a spiegare questo pensiero.

La storia è una cosa concreta, è una cosa che accade, è la matematica dell’uomo, solo che Twin Towernon ci sono formule da rispettare e lì sta la bellezza perversa della storia. Nulla si può calcolare prima, nella storia. Sì, le guerre hanno gli ultimatum e le dichiarazioni. Ma nessuno avrebbe mai detto prima del 1861 che l’Italia si fosse unita da Pinerolo a Bronte, in una manciata di giorni, con una manciata di uomini. Sconfiggendo l’esercito spagnolo, che per quanto antiquato e arrugginito poteva essere, rappresentava il regno che aveva conquistato le Americhe. Nessuno avrebbe mai detto che l’esercito degli Stati Uniti d’America avrebbe trovato così tante sofferenze nel fare la guerra ad un minuscolo Paese asiatico, il Vietnam.

Era un bigio undici settembre, lì dov’ero io. L’autunno iniziava a dare qualche spallata meno carina all’estate, per farsi spazio. Era, l’undici settembre, uno dei giorni in cui avrei detto addio ad uno degli amori più intensi che abbia mai avuto, quello per lo sport praticato, la mia passione, quella stessa cosa che mi fa piangere come un bambino senza lecca-lecca, quando vedo un qualsiasi atleta azzurro (anche del pallone, pensate) che vince con i nostri colori azzurri. Vince un italiano e io piango, questa sì sembra quasi una formula matematica, da quanto è ricorrente.

Era, l’undici settembre, uno degli ultimi giorni che con gli amici ci trovavamo al mare. In jeans, perché la temperatura stava pian piano sdraiandosi, cercando la tranquillità, dopo essersi scalmanata per tre mesi o poco più.

Al mare ci ritrovammo in due e al mare in due si fa molto poco.

Allora, prima degli allenamenti, andammo a cercare di passare il tempo in una sala-giochi, nella nostra sala-giochi, quasi la nostra parrocchia, la nostra piazzetta. Che, poi, succede che giochiamo pochissimo e ci mettiamo a parlare lì, nella sala-giochi.

Parcheggiammo i motorini, io e Luca. Ci avvicinammo alla sala-giochi in un silenzio assurdo, a pensarci dopo.

Sì, erano le quattro e qualcosa del pomeriggio, ma quel silenzio, a pensarci dopo, doveva essere preoccupante e null’altro. A pensarci dopo. Entrammo e nella sala c’era pochissima gente. Non feci caso alla tele che è in alto a destra, appena si entra.Twin Tower

Chiesi subito due gettoni, pagati a quel tempo ancora con le mille lire. Mi diressi verso l’unico gioco che merita la mia attenzione, cioè quello del calcio virtuale. Presi la Tunisia, come al solito, perché io ho sempre sognato di guidare una nazionale di qualcosa di un Paese meno potente e portarlo al successo e alla gioia.

Sono uno fatto così. Per la cronaca persi con il Brasile, perché (me lo ricordo benissimo) presi un palo e Ronaldo, lì dentro il gioco, l’hanno fatto che va il doppio più veloce di tutti gli altri giocatori. Quando prende il pallone, lì dentro il gioco, sei maledettamente fottuto.

Ogni tanto mi voltavo verso la televisione, distrattamente. Mi sarei preso a schiaffi, a pensarci dopo. Vedevo tutto quel fumo uscire dalle due Torri di New York e mi rigiravo dall’altra parte, senza leggere bene cosa diceva la sovrimpressione della Cnn.

Pensai subito che Sarà un incendio, si sarà scaldato qualche computer, si sarà rotto le balle qualche computer. Perché sono fatti così, i computer. Quando non te l’aspetti, loro decidono che è l’ora di finirla. E allora si bloccano, si spengono, fanno le bizze. O prendono fuoco. Basta un niente e ffff, la fiammata.

Poi bastava che la padrona del computer fosse in bagno a farsi bella per il moraccione di due scrivanie più in là o fosse al bar a farsi un tramezzino tonnolive e la fiammata diventava incendio. Finita la partita (Tunisia zero, Brasile uno) mi voltai. E restai voltato per sempre.

Quel momento rimarrà per sempre nei miei occhi. Mi voltai per sempre. In quel movimento rotatorio su me stesso di meno di centottanta gradi c’era il passaggio dalla infantile innocente e sana ignoranza alla feroce famelica dilaniante conoscenza.

Twin TowerVidi il fumo, vidi le torri, vidi un’ombra cadere giù da una delle Towers, vidi la sovrimpressione: America under attack. Una scritta quella, under attack, che avevo visto solo in certi giochetti per il computer dove si guerreggia per divertirsi.

Under attack. Stavo assistendo ad una guerra in diretta.

Il cellulare iniziò a piangere messaggi di Genie.it che mi dicevano cose strane del tipo un aereo – un aereo – aveva preso in pieno una torre.

Poi il secondo messaggio che mi diceva che un altro aereo – un altro – aveva preso in pieno l’altra torre.

Iniziai a capire piano piano che la storia si stava facendo, si stava creando lì, davanti ai miei occhi che stavano spalancandosi sempre più, in un misto di eccitazione e di paura.

Agli allenamenti non andai, quel giorno. Me ne andai a casa mia con Luca e per le scale, mentre salivamo i gradini a tre a tre, mi ricordo che mi venne fuori dalla bocca una frase terribile.

A me queste cose mi piacciono.

Certo, non sapevo ancora che le Torri più tardi sarebbero crollate, che sarebbero morte qualcosa come quattromila persone, ma quella frase che mi venne fuori fu terribile e solo ora capisco bene perché la pronunciai. Perché la Storia era davanti a noi, ci stava guardando e noi la stavamo guardando, ecco perché. Perché ci stava dicendo, la Storia, Hey, ragazzi, io sono sempre qua, quando avete bisogno. Perché in un giorno inutile di settembre, nella noia mortale, dal nulla ti spunta la Storia davanti e non puoi dire niente e tutto quello che ti viene da dire è che, sì, porco d’un cane, quella roba lì ti piace da stare male. Twin Tower

Stetti a vedere l’edizione straordinaria del Tg Uno per tutto il pomeriggio, immaginavo lo stato d’animo dei giornalisti che dovevano dare notizie del genere, guardavo quanti telegiornali seguivano la Storia e la delusione fu grande quando scoprii che solo Tg Uno, Tg Tre e Tg Quattro erano partiti quasi da subito. Al solito Emilio Fede arrivò per primo e questo resta e resterà sempre uno dei grandi pregi di Fede. Sono splendidi nel fare le straordinarie e questa è l’unica cosa che mi piace del Tg Quattro. Al Tg Uno ammirai, e ne rimasi folgorato per sempre, la grandissima capacità di analisi di Antonio Caprarica che di solito fa il corrispondente da Londra e lì in studio mise insieme tutto e iniziò a rovesciare sulla scrivania tutto quello che aveva capito in mezz’ora di inferno. Quello che disse è semplicemente tutto quello che è stato detto e ridetto per tutto il mese successivo a quel martedì settembrino. La differenza era che lui lo disse a mezz’ora dall’accaduto. Tutti gli altri lo dissero pensando, ripensandoci e ripensandoci. Fu il primo, Caprarica, a dire che erano stati colpiti o dovevano essere colpiti il cuore economico, quello militare e quello politico dell’America e quindi del mondo, perché l’America è l’economia, è la guerra, è la politica.

Andai a mangiare da nonna, quella sera, e mi piazzai in salotto a vedere tutti i telegiornali possibili, perché il problema in quei momenti non è sapere come e perché, ma sapere cosa. Al mio fianco si mise mio zio, che è diametralmente opposto a me per quanto riguarda le idee politiche. Nonna, mamma e zia ci chiamarono tante volte, anche irritandosi. Io e mio zio ci ritrovammo uniti nello stesso pensiero per una delle poche volte e questo mi dette un grandissimo sollievo e un immenso piacere. Perché in quei momenti il problema non è sapere come e perché, ma sapere cosa.

Il dopo undici settembre è storia di una failure, senza dubbio. L’unico pregio che ha avuto la guerra in Afghanistan è stato quello di aprire il sipario su un palcoscenico che ci è sempre stato nascosto: l’Islam. Ora ne sappiamo leggermente di più e questo è solo bene.

In Afghanistan, di contro, sono state uccise centinaia di persone (non militari: civili) nella "guerra al terrorismo", per cercare di scovare Osama bin Laden, che inequivocabilmente fu ed è ancora additato come l’organizzatore del Manhattan’s Hell, dell’inferno di Manhattan. Il risultato è che il regime talib non c’è più, a guidare l’Afghanistan c’è un uomo di Bush (Hamid Karzai) che è detestato da tutti gli afgani, tutti i vicini pachistani e tutti gli iraniani, il mullah Omar è scappato in motocicletta – in motocicletta - Osama bin Laden è ancora a Tora Bora, è in Pakistan (forse c’è arrivato salendo in moto con il mullah, abbracciandolo da dietro per non cadere), è scappato via mare (con un materassino a forma di cellulare?). Nessuno sa dov’è, molti dicono che è vivo e vegeto e soprattutto libero. Il presidente pachistano Musharraf è uno dei pochi che dice che è morto e forse lo dice solo perché gli conviene.

Restiamo con il baco che ci gira per il cervello che ci sussurra, infido, se forse la Verità ci sia stata e ci sia ancora nascosta da qualcuno. Ma ci sussurra anche che la Storia, un giorno, tornerà. E con la sua freddezza e la sua compostezza prenderà la Verità, la aprirà e, soffiandoci sopra, ce la mostrerà.


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