L'inviato speciale
Livorno, 12 luglio 2002

L'inviato speciale di ElbaSun
Livorno:

Civiltà superiore

a cura di Diego Pretini
diego-pretini@elbasun.com

Oggi volevo buttar giù il pezzo dell’Inviato Speciale sul concerto di De Gregori, Pino Daniele, Ron e Fiorella Mannoia. E invece, giusto il giorno dopo il concerto in cui ho visto non pochi miei coetanei cantare La donna cannone e La storia siamo noi come se fossero filastrocche imparate all’asilo, devo leggere sul giornale della mia città di un fatto che al solito non so qualificare se non con parolacce.

A Livorno c’è l’ippodromo. I ragazzi vanno lì per prendere un po’ d’aria, un gelato, stare insieme, per mettere in atto il famoso metodo dello struscio. E allora subito fuori dall’ippodromo (che è a cinquanta metri dal mare) si possono vedere schiere insondabili di culi di motorino. Di ogni forma, volume, colore, pulizia. Una volta mi pare d’averne parlato, delle “corse”, nelle pagine dell’Inviato Speciale.

I luoghi dove vengono parcheggiati i motorini sono molto spesso coperti da siepi. E dove non ci sono le siepi i marciapiedi rimangono deserti per ore. La strada (Viale Italia che è il lungomare livornese) è a scorrimento molto veloce, uno che guida non fa caso a cosa gli passa rapido ai suoi lati. E allora mentre i ragazzi adolescenti sono dentro l’ippodromo a fare di tutto tranne scommettere sui cavalli, fuori dell’ippodromo ci sono altri ragazzi, ugualmente adolescenti, ma molto molto meno simpatici. Questi ragazzi trovano nei motorini parcheggiati il modo di fare soldi, di divertirsi, chissà. Fatto sta che fanno razzia di tutto quello che si può smontare da un motorino. Caschi, specchietti, tasti d’accensione, frecce. Ieri sera, però, il gioco stava quasi per finire. Il gruppetto di adolescentucoli, che stava smontando tutto lo smontabile da un motorino, non ha fatto i conti con i genitori delle ragazze. Perché loro, i maschi, i genitori li fanno rientrare all’ora che vogliono: mezzanotte, l’una... Le ragazze, invece, soprattutto a sedici anni, hanno orari diversi. I loro genitori (“di quelli come dico io” dice la mia mamma quando si arrabbia) le vogliono a casa all’undici e mezzo, al massimo mezzanotte. E allora la ragazza sedicenne (mettetele un nome voi, a me i nomi fittizi fanno immensa tristezza) esce dall’ippodromo alle undici e mezzo, insieme a tutti i suoi amici. Che, però, hanno i motorini da un’altra parte rispetto a lei. Lei ha i genitori di una pasta diversa e il babbo le ha detto “Posteggia dove non dà fastidio”. Ok. Lo posteggia fra due auto, sull’altro lato della strada, non sul marciapiede come la quasi totalità degli altri giovani. Un posto un po’ isolato, forse, ma almeno lì non dà fastidio.

Davanti al suo, ora, alle undici a mezzo, c’è un altro motorino. Strano. Sopra c’è un ragazzo. Poi vede altri tre omuncoli. Che smontano tutto lo smontabile del suo Booster. Quello sopra il motorino dev’essere il palo del gruppo. Di solito il palo è il più scemo di tutti, il che significa che ha sostanzialmente il cervello sottovuoto.

Si fa coraggio, la ragazza, e parte: “Cosa fate? Scusate? Andate via, prima che chiami qualcuno”. Le rispondono male: “Ma che cazzo vuoi? Vai a fa’ una giratina, vai, bella”. Lei insiste. Il capo-cretino interviene per la prima volta. “Stai zitta, va bene?” le dice il sovrano dei dementi, facendosi avanti. Lei fa qualche passo indietro, agguanta la sua borsetta, di quelle piccolissime di quelle come vanno di questi tempi, dove c’entra il portafogli e poco altro. Il poco altro che desidera ora la ragazza è il cellulare, magari per chiamare i suoi amici che si sono avviati a prendere i loro motorini un po’ più in là, ma sono sempre nei paraggi. Arriva un vice-imbecille, le strappa di mano il telefonino e lo lancia, stile Giochi senza Frontiere, il più lontano possibile. Lei, ovviamente, inizia ad avere qualche timore. Loro, invece, sono sicuri, perché sono in quattro, sono in gruppo, è una mandria, come le bestie e in gruppo è tutto più facile, soprattutto se si è vigliacchi come loro. Torna il re degli idioti e la stringe da dietro, “la strizza” come si direbbe a Livorno. Lei cerca di muoversi, di levarsi quelle braccia schifose di dosso, addirittura più schifose del cervello, pensate. “Ma lui mi tiene stretta stretta. Mi manca anche il respiro. Ed ho una paura cane. Perché, cosa vogliono fare?”. E’ il turno della terza testa di vitello che deve dire la sua, perché non vuole perdere punti nella speciale graduatoria interna al gruppo che premia il più tarato mentale. Vuole acquisire così tanti punti che dice qualcosa di un po’ esagerato: “Falla finita e non gridare o per te finisce male davvero”. Ha detto una cosa troppo seria per un gruppo di codardi come questo.

LA ragazza, però, ragionevolmente ha paura, adesso. La povera creatura è abbastanza atterrita: “Sto in silenzio. Non penso al motorino che mi stanno distruggendo. Ma a me stessa. Mi sembra di essere in un sogno”. In un incubo. Che finisce quando il capo-cretino (che per chi non l’avesse capito è quello che faceva il palo) dà uno spintone alla ragazza. Gli altri scappano con i pezzi del motorino in mano. LE gridano un’altra boiata finale: “Si sa chi sei, quindi chetati e stai bona”. Che in italiano vuol dire: sappiamo chi sei, quindi non parlare di questo a nessuno.

La povera bimba torna dentro l’ippodromo dove aveva visto dei carabinieri. Stavolta la loro proverbiale astuzia non c’entra. La ragazza non sa riconoscere i ragazzi. Avevano tutti il casco, innanzitutto. E poi lei era occupata a allontanarli, quei ceffi, non a fare le loro radiografie. Si vede che ha sedici anni. Mentre veniva abbracciata dal boss degli imbecilli poteva notare qualcosa. Mani, posture, scarpe, pantaloni, braccialetti, orologi. Non è fondamentale sapere come sono fatti gli occhi, il naso e la bocca. Ma al solito tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E dire queste cose seduto ad una scrivania davanti ad una tastiera è la cosa più semplice del mondo dopo i cruciverba di Chi. Quello che non torna è il fatto che loro abbiano detto “Sappiamo dove trovarti” e lei non li abbia riconosciuti in nessun modo.

Ora penso a quei ragazzi. Di come si sono sentiti, facendo quello che stavano facendo. Del motivo per cui lo facevano. Del luogo remoto da cui prendevano l’energia per fare tutto quello. Da dove è venuto quell’impulso? Sono cadute le ideologie e i giovani non si riconoscono più in nulla. I giovani d’oggi sono anti-tutto e pro-nulla, spesso. Non tutti, però, e avete un esempio che respira proprio davanti a voi.

Quei quattro esserini che cos’hanno provato nell’umiliare una povera ragazza, che poteva essere benissimo una ragazza di uno di loro quattro? Si sono sentiti forti? E quando ci vogliono quattro maschi per fermare una femmina vuol dire essere forti? Si sono sentiti orgogliosi? Rubare pezzi di motorino, comprato con il lavoro di un padre di famiglia esattamente come quello di ognuno dei quattro personaggiucci da strapazzo rende orgogliosi? Si sono sentiti “ganzi”, come si dice qui a Livorno, si sono sentiti “figure” (altro termine livornese)? Hanno sentito il vero sapore della vittoria? Mi sento rimbombare già nelle orecchie le frasi insensate dei loro genitori, le loro scuse puerili del tipo “Ma è giovane”. Come si arrabbieranno quando si sentiranno dire che i loro figli hanno compiuto un gesto da teppisti. Diranno “io il mi’figliolo l’ho educato di morto bene” che vuol dire “mio figlio ha ricevuto tutte le buone maniere dai suoi genitori e non ha bisogno di nessuno che gliele insegni”.

Non sempre i genitori sono come quelli che dice la mia mamma.


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