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L'inviato
speciale di ElbaSun a cura di Diego Pretini |
Nella parte precedente dello Speciale ci siamo immersi in un'atmosfera particolare. Particolare nel senso di diversa da quello che vediamo e conosciamo nel nostro mondo di tutti i giorni. Molto spesso quel che per noi è particolare, lo è perché non si è mai vista una cosa del genere. L'atmosfera dell'Afghanistan è "particolare" perché creatura di una società diversa dalla nostra, differente, Altra, come ha detto Umberto Eco nell'articolo che ha pubblicato Repubblica il 5 ottobre, un pezzo che ha avuto più successo del Grande Fratello, fortunatamente. Ad ognuno il suo pubblico. E, francamente (e lo dico vantandomene, lo ammetto), preferisco le parole di Eco ai devoti di Daria Bignardi (e nessuno mi leverà mai dalla testa che c'è un copione, nel Gieffe, come lo chiama la mia amichissima Ilaria).
Tornando a monte faccio un salto triplo da pazzi: dal Grande Fratello all'Afghanistan di queste ore. L'Afghanistan delle donne.
Prima, però, voglio riscrivere la lista dei divieti che il regime dei Taliban pone alle donne. Non per sadismo, ma per recuperare il filo di un pesante (ed importante) discorso che ora amplieremo.
Dico a chi ha già letto la scorsa settimana la raccapricciante enumerazione di divieti cui sono sottoposte le donne afgane, che questa lista che segue è incrementata da ulteriori proibizioni ancora più insensate per il nostro mondo (le donne afgane non possono fare attività sportiva, per esempio; datemi una ragione razionale che faccia diventare logica questa frase).
Ebbene: mentre nella nostra
civiltà superiore parliamo di Lorenzo e Tati che finalmente hanno dimostrato che non
erano capaci solo Pietro il Palestrato e Cristina la Bagnina a farlo davanti a una
milionata di occhi sconosciuti; mentre nella nostra civiltà superiore scriviamo articoli
sulla crisi di audience del programma di Bonolis del sabato sera (e io ammetto,
preoccupandomi, che li leggo con assiduità); mentre nella nostra civiltà superiore il
ministro Lunardi insiste battendo i piedi come un bimbo per farci andare a 160 orari sulle
autostrade a tre corsie; mentre nella nostra civiltà superiore mettiamo delle multe da 50
a 500 carte per i chewing-gum gettati per terra (siamo nella Provincia della Civiltà
Superiore di Treviso); mentre noi che rappresentiamo la civiltà superiore diamo fuoco ai
nostri ospedali (nella PCS di Ancona); mentre nella nostra civiltà superiore i
delinquenti avranno sempre meno da temere dalla giustizia dopo che il reato di falso in
bilancio (truffa allo Stato) è stato quasi eliminato e dopo che la legge sulle rogatorie
internazionali costringeranno i giudici a chiedere documenti (magari prove schiaccianti)
ad autorità giudiziarie estere, facendo i salti mortali con avvitamento; mentre nella
nostra civiltà superiore c'è chi va a dire in giro (commettendo proprio l'errore che fa
Osama bin Laden) che una civiltà può essere superiore ad un'altra e chi va a dirlo in
giro non è un macellaio di San Gimignano o un meccanico di Pozzuoli ma il Presidente del
Consiglio, ebbene mentre nella nostra civiltà superiore succede tutto questo, a due ore
di aeroplano da noi succede qualcosa che i discorsi dei capo della provincia superiore non
sfiorano neanche.
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In Afghanistan le donne hanno l'obbligo di indossare il "burqa", un lungo velo che dai piedi copre fino alla testa. Davanti agli occhi una grata di cotone. Le donne che non obbediscono a questa regola vengono frustate. Il Corano, al quale ipocritamente i Taliban fanno ricadere i motivi per questa legge immonda, non fa alcun riferimento all'obbligo del velo. L'unico accenno è un versetto lungo 19 parole che dice: "E nel libro ricorda Maria quando s'appartò dalla sua gente lungi in un luogo d'oriente ed essa prese, a proteggersi da loro, un velo". Questo vale una frustata.
Le donne afgane non possono usare cosmetici. Se una donna si mette un po' di smalto sulle unghie, se scoperta, si dovrà dimenticare di averle mai avuto le unghie. Le verranno tagliate le dita.
Le donne afgane non possono indossare colori vivaci. Sono considerati sessualmente attraenti.
Le donne afgane non possono chiedere a un sarto maschio di prenderle le misure. E' vietato.
Le donne afgane devono coprire le caviglie. Se le caviglie non sono coperte a sufficienza, la donna viene frustrata.
Le donne afgane non possono indossare i pantaloni, neanche sotto il burqa.
Le donne afgane non possono mettersi tacchi alti, ai piedi, perché fanno rumore e un uomo non deve sentire i passi di una donna. La donna non deve attirare l'attenzione degli uomini, in nessun caso. La donna, se fa rumore, può essere picchiata da qualunque uomo incontri.
Le donne afgane non possono lavorare fuori da casa propria.
Le donne afgane non possono camminare per strada, se non accompagnate da un mahram (parente stretto: padre, fratello, marito). Se una è orfana, figlia unica e zitella non si può muovere da casa. Immaginatevi la punizione, in caso contrario.
Le donne afgane non possono commerciare con clienti maschi.
Le donne afgane non possono essere curate da medici maschi. O ci sono delle dottoresse o si resta malate o, peggio, morte.
Le donne afgane se sono soltanto accusate (senza un verdetto, basta un'accusa) di adulterio, vengono lapidate. E non so se sapete cosa vuol dire questo.
Le donne afgane non possono parlare o dare la mano a uomini non "mahram" (parente stretto).
Le donne afgane non possono prendere un taxi se non accompagnate da un mahram.
Le donne afgane non possono parlare alla radio, apparire in televisione o partecipare a incontri pubblici.
Le donne afgane non possono ridere ad alta voce. Nessuno straniero dovrebbe sentire la voce di una donna.
Le donne afgane non possono fare sport e non possono neanche avvicinarsi ad un impianto sportivo.
Le donne afgane non possono andare in bicicletta o in moto se non con un mahram, ovviamente.
Le donne afgane non possono incontrarsi in occasioni di festa o per scopi ricreativi.
Le donne afgane non possono lavare il bucato vicino a fiumi o luoghi pubblici.
Le donne afgane non possono vivere in case che non abbiano le finestre oscurate con la vernice. Figuratevi, poi, se le donne, in Afghanistan, possono affacciarsi ai balconi delle loro case.
Le donne afgane non possono viaggiare su autobus, se non è quello a loro riservato. Mi ricorda tanto il razzismo americano o sudafricano negli anni '60, nei confronti dei neri.
Le donne afgane non possono fotografare o filmare.
Le donne afgane non possono essere ritratte in fotografia.
Le donne afgane non hanno a disposizione bagni pubblici.
In Afghanistan dal 1996, anno in cui i Taliban hanno preso il potere instaurando uno spaventoso regime, i nomi di luoghi che includevano la parola "donna" sono stati modificati. Per esempio esistevano a Kabul i Giardini delle Donne. Sono diventati i Giardini di Primavera. Dire Donna pare quasi peccato.
Ma non è stato sempre così. Qui non siamo nel Medio Evo (come l'ho sentito chiamare orrendamente da qualche telegiornale, Studio Aperto per esempio) perché ci siamo sempre stati. Non è, come dice il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, una civiltà "rimasta indietro di 1400 anni". Assolutamente. Fino al 1972 tutte le donne potevano studiare, lavorare, guidare, andare in giro come pareva loro (velo, non velo, cappellino da baseball), donne afgane sedevano anche al consiglio dei ministri. Il 1972 è l'ultimo anno della monarchia retta dal re Zahir Shah, un sovrano liberale e coraggioso in fin dei conti, lui che potrebbe tornare a guidare il suo Paese dopo trent'anni di esilio e 86 di vita.
A dare una sterzata alla storia afgana fu il
continuo e costante conflitto tra potenze piccole e grandi per accaparrarsi questa grande
terra per ragioni strategiche e non per altro. I primi a farlo furono i russi, prima
favorendo il colpo di Stato che rovesciò Zahir Shah e poi invadendo l'Afghanistan. Con
l'occupazione russa arrivarono truppe non solo di soldati, ma anche di pedagoghi comunisti
che predicavano l'emancipazione femminile stile Urss: sesso libero e cervello uniforme. Il
burqa nacque anche qui.
Non
materialmente, ma virtualmente. La maggioranza delle donne afgane decisero di andare in
esilio. Tra queste la fondatrice di un'associazione che ancora in questi giorni cerca di
progredire la condizione femminile in Afghanistan, "Rawa". Questa signora si
chiamava Meenah e fu assassinata nell'87 in Pakistan. Ormai era già da un po' nelle liste
di proscrizione sia del Kgb che dei mujaheddin che combattevano i russi, nella fattispecie
le truppe di Gulbuddin Hekmatyar, uno finanziato dall'Isi (i servizi segreti pakistani) e
armato dalla Cia: un tagliagole. Nella Rawa l'assassinio di Meenah fu un accordo tra le
due parti, che non hanno mai rifiutato brevi alleanze tattiche. Tra l'uccisione di un
patriota e una di un dissidente i russi lanciarono un'idea: una specie di campagna per il
matrimonio tra giovanissimi (in licei, università) senza il consenso dei genitori. Non lo
pensate come qualcosa contro natura: fino a quel momento il matrimonio si concordava come
un contratto commerciale, tra famiglie, come si faceva qualche secolo fa in Europa. Il
problema fu nel fatto che l'Afghanistan di allora, come probabilmente l'Afghanistan di
oggi, era basato su questa istituzione, del matrimonio concordato da famiglie, appunto.
Quando i russi cercarono di rimediare, realizzando dell'errore che avevano commesso, era
già troppo tardi. Tantissima gente vedeva ormai il comunismo come la forma più paurosa
di anarchia e la Russia la sua più grande patria. Poi l'Armata rossa se ne andò e i
Mujaheddin che erano stati armati dallo zio Sam per cacciare l'orco russo si divisero e
iniziarono a spararsi fra di loro, fra diverse etnie per il potere di Kabul. E come i
bimbi quando tirano da una parte e dall'altra un giocattolo perché lo vogliono tutt'e due
e nessuno dei due è disposto a scendere a compromesso, alla fine il giocattolo si rompe.
E il giocattolo chiamato Afghanistan è sulla strada della rottura, dopo 20 anni
ininterrotti di guerra civile nella completa indifferenza, in questo caso, dei governi
occidentali, che diventano paladini della giustizia solo quando pare a loro. Dopo un
regime di 7 anni che si avvicinava a quello dei Taliban, ma a cui mancava poco, ecco, nel
novembre del 1996, che al potere arrivano gli "studenti del Corano", i Taliban,
appunto. Studenti proprio diligenti non devono essere, poi, visto che il Corano lo
leggono, lo studiano e lo predicano in un modo strano, per emanare leggi che dicono basate
sulle Sacre Scritture islamiche e invece è creazione loro, quasi pura (nel Corano c'è un
solo quasi insignificante accenno al velo per la donna)..
Dopo sei giorni dal loro insediamento nel governo afgano, il particolare dipartimento di polizia che si chiama "per la repressione del vizio e la propalazione della virtù", emana un editto che inizia con queste righe:
"Donne, dovete restare in casa. E se uscite, non dovete vestire alla moda o essere truccate o apparire davanti agli uomini come accadeva prima dell'Islam".
In pratica da ora in avanti le donne dovranno
indossare lo stramaledetto burqa. Non l'hijab, il velo che copre solo i capelli, usato in
vari paesi islamici non
integralisti, come la Giordania. Non il rosari, una veste che copre corpo, capelli ma non
la faccia e che in Iran chiamano chador. Non il niqab che veste i sunniti, anzi, pardon,
le sunnite, e comunque si avvicina molto al burqa: l'unica differenza è che il niqab
lascia aperta solo una piccola fessura all'altezza degli occhi. Il burqa afgano neanche
quella.
(Prima di andare avanti apro una parentesi e insieme un immaginario megafono che parla ai Taliban e ai loro convinti seguaci. Cari Taliban, sentite qui. Guardatele le vostre donne, senza il velo sulla faccia. Hanno facce splendide. Davvero. Le vostre donne hanno una bellezza particolare che in nessun altra parte del mondo, credo, possa essere sfoggiata. Se davvero siete uomini, cari Taliban, come volete ostentare con le vostre violente vergognose "virili" leggi, vogliate bene alle vostre bellissime donne, facendo loro mostrare i loro splendidi visini, senza deformarli a botte o secchiate di acido.)
Tutti i divieti elencati sopra si sono trasformati, di fatto, in un femminicidio protrattosi stancamente nel tempo, per fame, per infezioni, ma anche più terribilmente per lapidazioni pubbliche. Per esempio per presunte adultere, magari prostitute vedove di un marito morto nella guerra civile che dovevano pur dare qualcosa da mangiare ai figlioli.
Da noi, in Europa, tutto questo venne visto con un punto di vista stavolta troppo liberale, secondo me. Nel senso che si diceva che tutto questo era frutto della loro cultura, che di conseguenza andava rispettato. Certo l'Onu si mosse, ma nemmeno un pound arrivò nelle casse vuote della Rawa, fondato da quella Meenah di cui parlavamo prima. Detto così Rawa sembrerebbe un'altra delle parole incomprensibili che riempiono in questi giorni i dossier e i reportage giornalistici, Rawa pare arabo. E invece è un acronimo di parole inglesi: Revolutionary Association of Women of Afghanistan. E proprio per quella R, per la parola "revolutionary" le organizzazioni mondiali non hanno mai aiutato Rawa. Quella R è incompresa: la rivoluzione non è contro un governo stabile e moderato, ma contro un regime dispotico che calpesta i diritti più basilari.
Che le donne possano ricominciare a fare quello che facevano prima del '72. Quella è la rivoluzione di Rawa.
E ci prova lo stesso, comunque. Mettendo su, per esempio, delle home-schools, come a Kabul. Qui le bimbe afgane possono studiare insieme alle ragazze di Rawa. Queste scuole domestiche sono sopportate dal regime, ma se vengono trovate in flagrante, le ragazze di Rawa, rischierebbero la pena mortale. Come in Texas, Stati Uniti.
Per capire davvero cosa vuol dire vivere in Afghanistan per una donna, devo prendere una voce reale, proprio una di Rawa, che ha quindi anche capacità politica, un'istruzione che va aldilà del saper leggere e scrivere, che è già rarissimo tra le donne afgane.
Questa è una donna che si deve ritenere fortunata. Si chiama Marina Malin, è portavoce di Rawa a Islamabad, capitale del Pakistan. L'intervista è di Stefania Di Lellis, di Repubblica, la mia fonte ufficiale in questi giorni, per me che sono ancora un embrione di giornalista e che non mi posso muovere dall'amatissima Livorno.
"Sa cosa vuol dire avere paura e non poter fuggire? Pensare ogni mattina che le bombe stanno per cadere sulla tua testa, ma tu non puoi muoverti, uscire, andare a chiedere informazioni, unirti ad altre persone, cercare un rifugio? Ecco, così le donne dell'Afghanistan aspettano la guerra, nella prigione che i Taliban hanno imposto loro e che ora rischia di diventare una tomba per mano degli americani"
Com'è la situazione delle donne a Kabul?
Va peggiorando di giorno in giorno. Non possono fuggire, rimangono
chiuse in casa con la paura che cresce e sempre maggiori difficoltà di procurarsi cibo
per loro e per la famiglia, con la prospettiva che se oggi o domani ci sarà un
bombardamento, per loro cercare un rifugio sarà cento volte più difficile che per un
uomo. Noi di Rawa cerchiamo di portare conforto e aiuto, continuiamo a far funzionare le
scuole clandestine nelle case, ma è sempre pochissimo rispetto al bisogno."
Non sperate che un attacco americano
rovesci il regime dei Taliban e quindi porti a un miglioramento della condizione
femminile?
"Nulla può venire di buono dalla guerra. LE bombe semineranno
morte, decimeranno la popolazione civile. Non c'è più niente da distruggere in
Afghanistan dopo decenni di guerra. Morirà solo gente inerme. Se gli Usa vogliono
veramente cacciare i Taliban blocchino i rifornimenti di soldi e armi, costringano gli
alleati del regime di Kabul a cambiare davvero politica. E poi, guardi, non cambierà
molto per le afgane se gli occidentali continueranno a puntare tanto sui guerriglieri
dell'Alleanza del Nord".
Sono sempre migliori dei Taliban, no?
"Assolutamente no: sono dei criminali, terroristi,
integralisti, nemici delle donne, tanto quanto i Taliban. E' questo che gli Americani e il
mondo si ostinano a non capire".
Quale governo vi augurate per
l'Afghanistan?
"Re Zahir Shah potrebbe garantire una transizione democratica e
il ritorno progressivo al rispetto della dignità delle donne e dei diritti civili di
tutta la popolazione. Durante il regno di Zahir le afgane potevano studiare, lavorare,
guidare: insomma facevano una vita normale anche più delle donne che abitavano nei paesi
vicini. Anche il suo cane sarebbe meglio dei Taliban e dell'Alleanza del Nord".
Quanto tempo sarà necessario per
riparare i danni provocati dai Taliban?
"Non basteranno anni. A un'intera generazione di ragazze è
stata negata l'istruzione e quello che noi riusciamo a fare nelle scuole clandestine è
una goccia nel mare. I genitori abbienti hanno mandato le loro figlie all'estero e
difficilmente chi è partita e si è costruita una vita deciderà di tornare. Vivendo
all'estero, poi, le donne istruite avranno rimosso la nostra cultura e non riuscirebbero a
reintegrarsi in patria. Ecco, tutto questo non è stato considerato dall'Occidente che ha
tardato così tanto a capire quanto fossero pericolosi i Taliban".
E' troppo tardi per salvare
l'Afghanistan?
"No, ma il mondo dovrebbe riflettere bene su quello che sta per
fare. Il nostro martoriato paese non ce la farebbe a sopportare ancora nuovi errori".
(Copyright "La Repubblica")
Una forza impressionante nelle
sue parole. Che non possono essere commentate. Che non devono essere commentate. Ma sembra
che finora, dopo un mese e mezzo dall'orrendo 11 settembre, le parole di Marina siano le
uniche da ascoltare per dare una soluzione in questo gomitolo di interessi. Economici e
politici. E poco umanitari, nonostante che tutti mostrino tutto questo grande interesse
verso chi le bombe le prende in testa per colpa non sua. Ma di chi si scontra con
l'America per i gasdotti del Turkmenistan e il petrolio del golfo persico, usando lo scudo
della religione. Osama bin Laden combatte per i soldi e per il potere, non per la guerra
santa o per la causa palestinese. Diciamo le cose come stanno. E ciò che ha fatto,
quindi, diventa doppiamente riprovevole. Nel prossimo pezzo, parleremo dell'ambigua figura
di Mister TT, il Turbante del Terrore. Un imprenditore del terrore, nient'altro. E un
imprenditore pensa ai suoi affari, non a quelli degli altri, tantomeno dei più deboli,
fingendo di difenderli, a turno, perché sono poveri o sono palestinesi o sono musulmani.
(4/continua)
(Le responsabilità di queste opinioni sono esclusivamente dellautore)

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