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L'inviato
speciale di ElbaSun a cura di Diego Pretini |
Il teatro della guerra e la sua popolazione: l'AFGHANISTAN.
Il Territorio e la popolazione
L'Afghanistan non è il massimo del divertimento per uno che deve farci la guerra,
soprattutto per chi, come i Talebani, sono all'estremo fondo del barile, in fatto di
risorse finanziarie e più strettamente alimentari. L'unico vantaggio che possono trarre
da questa terra per niente attraente è che la conosco, a differenza degli americani. Per
fare un esempio: l'Oruzgan, la catena montuosa a sud-ovest di Kabul, è piena di grotte,
anfratti, nascondigli, rifugi. Dice che lo sceicco del terrore Osama bin Laden si nascosto
in uno di questi buchi. E chi lo trova.
L'Afghanistan,
grande due volte la nostra penisola, è infilato nel cosiddetto "altopiano
iranico", che, dice l'enciclopedia, è "steppico e arido, diviso dalle alte
catene (oltre 5000 metri) del Paropamisus e dell'Hindukush in due sezioni: una a Nord
digradante verso l'Amudarja, l'altra a Sud, con vastii bacini lacustri a regime variabile.
Il clima è secco". Insomma non sono i Caraibi. D'estate fa caldo di giorno e freddo
di notte. D'inverno fa freddo sempre. Ed è forse per questo, che, nonostante abbia uno
spazio doppio rispetto al suolo italiano, gli afgani sono solo un quinto del popolo
italiano: 13 milioni e rotti. E solo il 20 per cento di questi vivono in città. Vale a
dire, calcolatrice alla mano, due milioni e sei cento mila persone: meno della sola
popolazione di Napoli. Quello che fa rabbrividire è quella che i libri di geografia
chiamano "speranza di vita". La speranza di vita è in pratica la media tra le
varie età in cui gli abitanti di un certo territorio va all'altro mondo, in sostanza. In
Italia, tanto per intendersi, è di 75 anni per gli uomini e di 81 per le donne. In
Afghanistan la media per i maschi è di 46 anni e per le donne 45. E' significativo che il
dato delle donne, qui in Afghanistan, sia in controtendenza con tutto il resto del
pianeta, dove sono le donne a vivere sempre più degli uomini. Anche nel poverissimo
Burundi, il Paese più vuoto di soldi, salute e felicità del mondo, è così. Qui, in
Afghanistan, non è così. E questo, se ci pensate bene, suggerisce qualcosa.
L'Afghanistan politicamente e
geograficamente
Politicamente la forma di governo afgana viene definita "Stato islamico". La
capitale è Kabul, una capitale dalle 700 mila anime, il numero di pisani e livornesi
messi insieme, tanto per capire bene cosa vogliono dire questi numeri. Numeri messi lì a
farsi imparare a memoria dai bimbi delle elementari e poi dimenticati con Sumeri, Assiri e
Babilonesi (sì, ci ricordiamo dove hanno vissuto, ma quando? Che usi avevano? Come
vivevano? Il nulla pervade
). Kabul e Kandahar sono le due città più importanti
dell'Afghanistan. Kabul è più al centro del Paese, spostata verso est, verso la Cina.
Kandahar invece è tuffata nel profondo Sud afgano, tocca quasi il Pakistan.
La storia recente dell'Afghanistan
17 luglio del 1973: in Afghanistan viene proclamata la Repubblica. La nuova forma di
Stato, però, tiene poco, tanto che nel 1978, con un colpo di Stato, viene i
nstaurato per lungo tempo un
duro regime di carattere comunista, appoggiato, poi, dall'anno successivo, dalle truppe
sovietiche. Presto nacque una sanguinosa guerriglia contro il regime, sostenuta da Usa e
Pakistan, mossi, ci mancherebbe altro, da interessi economici del Paese (il Tagikistan,
confinante con l'Afghanistan, è zeppo di giacimenti petroliferi). Nell'89 i russi
lasciarono il Paese e tre anni dopo gli insorti islamici abbatterono il regime comunista.
Finanziata non certo dai lievi portafoglio afgani, la guerra è continuata, assumendo un
carattere etnico (tra afgani, pathan, tagichi e uzbechi) e politico-religioso (tra
musulmani sunniti, 75% della popolazione, e musulmani sciiti, 24%). Nel luglio di 5 anni
fa, 1996, i pathan e i tagichi si allearono per dare vita a un governo unitario, ma pochi
mesi dopo, in settembre, le milizie integraliste dei Taliban (tradotto: "studenti di
religione", sono sunniti), guidati dal mullah ("dignitario religioso")
Mohammed Omar, hanno occupato Kabul instaurando la sharia (legge coranica) come legge
fondamentale dello Stato e proclamando il 26 ottobre del '97 l'Emirato islamico. Il
governo ha sede a Kabul, ma il centro principale del potere è proprio la città di
Kandahar, sede del consiglio supremo (Shura) dei taliban.
Le principali forze che si oppongono ai taliban sono:
il
gruppo di etnia tagica Jamat-i-Islami, capitanato dall'ex-presidente Burhanuddin Rabbani e
dal suo capo militare, Ahmed Shah Massud, morto ammazzato due giorni prima dell'11
settembre, quasi fosse la sirena per riunire i vari kamikaze sparsi in America (gli
"sleepers", i "dormienti", come li chiama la Cia) e dir loro
"Guardate questo è il via. E' il momento di agire". Di piegare gli Stati Uniti.
Jamat-i-Islami ha il controllo di un'area a nord-est di Kabul (fino al confine con
Tagikistan e Pakistan);

la fazione sciita filoiraniana Hezb-i-Wahat (leader
Usted Karim Khalili) controlla parte delle province centrali dell'Hazarajat
il
gruppo di etnia uzbeca (comandato dal generale Abdul Rachid Dostam, in concorrenza con
l'altro generale Abdul Malik Pahlawan) che controlla parte delle province a nord-ovest di
Kabul (fino al confine con l'Uzbekistan).
Quel che conta, in Afghanistan, non sono le alleanze politiche, ma le alleanze tra etnie. Quelle sono davvero importanti. E al diavolo tutto il resto. Solo i soldi possono sfaldarle.
L'ascesa dei Talebani
"Taliban", tradotto, viene letteralmente "studenti di religione", che
gli esperti, poi, insistono nel precisare in "studenti del Corano". Sono del
ramo sunnita della religione musulmana, ramo che rappresenta, come abbiamo già detto, la
maggioranza della popolazione afgana. Nel '96 le milizie integraliste dei Taliban arrivano
con la forza al potere, delegittimando il governo della coalizione dei gruppi pathan e
tagico.
Tre anni fa, l'8 agosto del 1998 il governo
integralista dei Taliban ha ulteriormente esteso il proprio controllo a più dell'80% del
territorio conquistando la città di Mazar-i-Sharif, quarta città più importante
dell'Afghanistan dopo Kabul, Kandahar e Herat. Mazar-i-Sharif era la principale roccaforte
dell'opposizione, quella di Rabbani e Massud, soprattutto. Amnesty International dice che,
durante le operazioni dei Taliban, sarebbero stati uccisi migliaia di civili della
minoranza sciita hazara (il secondo gruppo di quelli sopra) e sono stati imprigionati
alcuni diplomatici e giornalisti iraniani. Per questo due mesi dopo, erano i primi giorni
dell'ottobre del 1998, ammassò circa 250mila soldati alle frontiere con l'Afghanistan. Il
14 ottobre il governo afgano decise di liberare tutti i prigionieri iraniani. 
Poco prima, il 20 agosto '98, la marina militare statunitense lanciò un attacco missilistico contro alcuni campi dei "mujaheddin" (letteralmente "combattenti, guerrieri") presso Khost e Zhavar Kili Al-Badr. Siamo vicini a Kabul. Questa azione militare degli Stati Uniti, allora guidati da Bill Clinton, fu considerata come rappresaglia, come risposta ai due attentati alle ambasciate americane di Nairobi (Kenya) e Dar es Salama (Tanzania), nel cuore dell'Africa, entrambi datati 7 agosto '98 e attribuiti all'organizzazione terroristica di Osama bin Laden, miliardario di origine saudita rifugiato in Afghanistan, nascosto dai Taliban, come i bimbi quando giocano a nascondino e si mettono dietro alla gonnella di mamma.
Il 14 marzo 1999 il regime dei Taliban ha acconsentito alla formazione di un governo di unità nazionale con i rappresentanti di tutte le etnie. L'accordo ha indotto L'ONU a riportare nel paese la propria forza di pace, ritirata dopo l'assassinio di un suo membro (il Tenente Colonnello italiano Carmine Calò) nel corso delle proteste scoppiate a Kabul dopo l'attacco statunitense.
Come si vive in Afghanistan
Non si vive bene. La lunga guerra ha provocato, oltre a centinaia di migliaia di vittime e
dispersi, la fuga dal Paese di oltre due milioni di profughi, tutta la Calabria in fuga
per far capire ancora una volta l'entità di cosa stiamo dicendo. Della speranza di vita
abbiamo già parlato. E abbiamo visto come l'Afghanistan sia in controtendenza rispetto ad
ogni Paese del resto del globo: le donne, qui, in Afghanistan, hanno una speranza di vita
minore rispetto a quella degli uomini. Si sente dire tante cose sulla condizione femminile
in Afghanistan. I diritti che per noi sembrano i basilari, fondamentali per le donne in
Afghanistan vengono calpestati, stritolati, presi a botte. Come loro stesse, se non si
coprono a sufficienza. Blob l'altro giorno ha mostrato uno spezzone del telegiornale di
Emilio Fede, Rete Quattro. Faceva vedere qualcosa di orribile, che mi ha bloccato, con un
dolore al petto. Una donna veniva picchiata con un bastone da un uomo, un altro la teneva
ferma. Non si era coperta sufficientemente la faccia. Oppure aveva alzato, per un istante,
lo sguardo, non l'aveva tenuto basso come avrebbe dovuto.
Non è tutto nero o tutto bianco. Spesso è tutto grigio. Non c'è il Bene e il Male in
luoghi distinti, spesso sono mescolati nello stesso luogo. Non si può dire "Sono per
l'America" o "Sono per i Taliban". Non si può, perché in entrambi i casi
parliamo di Stati che hanno commesso e stanno commettendo errori. L'America sarà pure un
Paese democratico, ma conserva in molti Stati la pena di morte. Se è questa la civiltà
superiore, signor Berlusconi, complimenti vivissimi.
Sperando di nuovo in un' "operazione chirurgica" (espressione che sentimmo già
al tempo del Kosovo e di Slobodan Milosevic, rimanendo fregati), prendiamo in prestito
dall'enciclopedia De Agostini alcune parole per spiegare com'è regolata la società
afgana giuridicamente. Per tutti gli argomenti la vecchia De Agostini ha particolari e
dettagli. Qui, all'argomento "Giustizia", per l'Afghanistan l'enciclopedia
riserva sei righe:
"Legge e ordine sono imposti dalle autorità politico-militari locali. I diritti di libertà personale e di associazione, così come quelli sociali e politici sono molto limitati, in particolare nei confronti delle donne. La giustizia è amministrata dai tribunali religiosi che applicano alla lettera la legge cranica anche con punizioni pubbliche".
Alle quali non è stata sottoposta, per fortuna, la giornalista inglese del Sunday Express, la bionda Yvonne Ridley, entrata clandestinamente in Afghanistan, ma accusata solo dopo che, per fare una foto, si è scoperta la testa. La differenza tra cultura islamica e cultura occidentale eccola qui. Qui chi crede in quelle abitudini è libero di farlo. In America o in Europa non costringeranno mai una donna musulmana a vestirsi con fuseaux o minigonne. La differenza è questa, lo ribadisco. E nessuno può dire che è giusto così. Non deve essere una lotta Occidente-Islam. Ma possiamo dire che non è giusto.
In
Afghanistan si vive con 600 dollari all'anno, in pratica un milione e 200cento mila
all'anno. In Italia un milione e due si guadagna al mese. In Afghanistan al mese hanno 100
mila lire.
In
Afghanistan quasi sempre ci si nutre con la misera frutta che viene dalla campagna, e che
campagna tra freddo e gelo. E allora la ricchezza diventa un figliolo che lavora in un
bazar e per pochi spiccioli si spacca la schiena e le mani trasportano pesi da muli da
soma.
In
Afghanistan ci sono 39mila insegnanti. Pochi. E questo è effetto o causa del 68 per cento
di analfabeti nel Paese. Su 13 milioni di persone, 9 milioni non sanno né leggere né
scrivere. In Italia ci sono 900mila insegnanti e la percentuale di analfabeti è del 2,1 %
dei nostri 58 milioni: in Italia ci sono solo un milione e 200 persone non sanno leggere e
scrivere. La proporzione è mostruosa.
In
Afghanistan vanno a scuola solo pochi bimbi di famiglie privilegiati. Sono scuole dove la
porta fa da lavagna, dove l'insegnante scrive con un pezzo di carboncino, con i bimbi che
osservano dai loro posti. Seduti sul cemento.
In
Afghanistan, sentite questa, ci sono di gran lunga più televisori che telefoni, 250mila
monitor contro 29mila cornette.
In
Afghanistan ci sono solo 12 giornali. Ovviamente debbono piacere al Consiglio dei Taliban,
altrimenti il giornale non può esistere. Pensate a quanti giornali quotidiani,
settimanali, mensili abbiamo nel nostro Paesetto e di quanti generi, di quante correnti.
E' segno anche questo di una profonda differenza. La libertà d'opinione, una delle cose
che amo di più al mondo.
In
Afghanistan ci sono solo 32mila auto, forse perché quelli che non lo hanno o si muovono
in bus o non si muovono proprio. Muoversi per andare dove?
In
Afghanistan ci sono 21mila chilometri di strade, ma solo 2793 sono asfaltate. Il resto è
polvere. Che sale negli occhi, nel naso e nella gola, che bruciano.

I bambini afgani
In
Afghanistan solo il 6% dei bambini può arrivare ad una fonte d'acqua. E solo il 29% può
farsi curare da un dottore. (Fonte Unicef 2000)
In
Afghanistan solo l'8% delle nascite è assistito da un personale medico. E chissà dove si
partorisce.
In
Afghanistan il 20% dei bambini nasce sottopeso, vale a dire sotto i due chili e mezzo.
In
Afghanistan ogni giorno muoiono o vengono ferite 10 persone per l'esplosione di una mina.
5 di questi sono bambini.
In
Afghanistan il 12% della popolazione è rimasta coinvolta in esplosioni di bombe.
In
Afghanistan ci sono 11 milioni di mine, in un'area equivalente all'11% del Paese. Per
capire meglio: è come se fossero coperte da bombe Abruzzo, Molise, Campania, Puglia,
Basilicata e Calabria, tutte messe insieme.

Le donne afgane
In Afghanistan le donne hanno l'obbligo di indossare il "burqa", un lungo velo che dai piedi copre fino alla testa. Davanti agli occhi una grata di cotone. Le donne che non obbediscono a questa regola vengono frustate. Il Corano, al quale ipocritamente i Taliban fanno ricadere i motivi per questa legge immonda, non fa alcun riferimento all'obbligo del velo. L'unico accenno è un versetto lungo 19 parole che dice: "E nel libro ricorda Maria quando s'appartò dalla sua gente lungi in un luogo d'oriente ed essa prese, a proteggersi da loro, un velo". Questo vale una frustata.
In
Afghanistan le donne non possono usare cosmetici. Se una donna si mette un po' di smalto
sulle unghie, se scoperta, si dovrà dimenticare di averle mai avuto le unghie. Le
verranno tagliate le dita.
In
Afghanistan le donne non possono camminare per strada, se non accompagnate da un mahram
(parente stretto: padre, fratello, marito). Se una è orfana, figlia unica e zitella non
si può muovere da casa. Immaginatevi la punizione, in caso contrario.
In
Afghanistan le donne non possono commerciare con clienti maschi.
In
Afghanistan le donne non possono essere curate da medici maschi. O ci sono delle
dottoresse o si resta malate o, peggio, morte.
In
Afghanistan le donne se sono soltanto accusate (senza un verdetto, basta un'accusa) di
adulterio, vengono lapidate. E non so se sapete cosa vuol dire questo.
In
Afghanistan le donne non possono ridere ad alta voce. Nessuno straniero dovrebbe sentire
la voce di una donna.
In
Afghanistan le donne non possono fare sport e non possono neanche avvicinarsi ad un
impianto sportivo.
In
Afghanistan le donne non possono lavare il bucato vicino a fiumi o luoghi pubblici.
In
Afghanistan le donne non possono vivere in case che non abbiano le finestre oscurate con
la vernice. Figuratevi, poi, se le donne, in Afghanistan, possono affacciarsi ai balconi
delle loro case.
In
Afghanistan le donne non possono viaggiare su autobus, se non è quello a loro riservato.
Mi ricorda tanto il razzismo americano o sudafricano negli anni '60, nei confronti dei
neri.
In
Afghanistan le donne non hanno a disposizione bagni pubblici.
Forse, allora, si capisce perché 3 milioni di persone se ne vanno dall'Afghanistan; tra questi ci sono un milione di bambini.
Riteniamoci nati con un culo così, ragazzi. Se fossimo nati a Kandahar o a Mazar-i-Sharif, anziché in via Menichetti a Livorno, o corso Buenos Aires a Genova o in via della Repubblica a Milano o in piazza Mazzini a Napoli, be' la nostra sarebbe stata tutta un'altra storia. Che Dio li protegga, di qualunque Dio si parli. Io non credo e questo può fregare a me e basta. Ma l'unico Dio di cui non voglio sentir parlare è quello che i fanatici terroristi vogliono far passare per uno che commissiona stragi. Non può, non deve esistere un Dio così. Dio è uno che crea il mondo e gli esseri che vi abitano. Ordina e, dicono, protegge le sue creature. Mi sa che ogni tanto si dimentica di certe une, privilegiando certe altre. In questi giorni tanti striscioni e canti corali hanno invocato verso il cielo "God bless America", Dio benedica l'America. Dio, se esiste, la prego di ricordarsi che non c'è solo l'America e l'Europa. Ma, la scongiuro, benedica e protegga anche e soprattutto chi soffre.
Anche chi, come la splendida Sharon Stone, sembra avere tutto quel che si può desiderare (fama, successo, soldi, bellezza, famiglia, figli) e poi un perverso meccanismo del sangue, che quelli che se ne intendono chiamano "aneurisma", la manda in ospedale a attaccarsi ai suoi ultimi respiri (i più belli della sua vita, non aveva mai respirato così).
E anche chi, come Luca Fossati, presidente della Star, per colpa di nessuno, o forse per colpa di una nebbia un po' più fitta, o forse per colpa della superficialità di un pilota che chissà quante volte l'avrà fatta quella manovra, ha terminato la sua corsa chiamata vita su un Cessna, un "aereino" da turismo. Come un africano malato di Aids o un pakistano malato di ebola o un keniano malato di malaria. Siamo tutti uguali davanti al Dio Thanatos, quello che i saggi greci identificavano con il dio della morte.
Almeno davanti a questo Dio nessuna civiltà si può ritenere superiore.
P.S.: Sul problema dei diritti calpestati delle donne, ci sarà un altro e più approfondito articolo nelle prossime settimane. DP.
(Le responsabilità di queste opinioni sono esclusivamente dellautore)

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