L'inviato speciale
Livorno, 29 settembre 2001

L'inviato speciale di ElbaSun
Livorno:
Speciale "New War"

a cura di Diego Pretini
diego-pretini@elbasun.com

Davide contro Golia: La Guerra ASIMMETRICA.

E' una guerra strana, poche volte se n'è viste in giro. E se ci si pensa, lo si comprende subito da come questo nuovo conflitto è nato. Con 20 taglierini, coltellini svizzeri o apriscatole che fossero, 20 persone hanno potuto fare ciò che hanno voluto. Passare il check-in di un aeroporto. Arrivare al gate giusto. Salire la scaletta dell'aeroplano. Mettersi comodi sulla loro poltroncina. Aspettare che l'hostess fosse appena passata. Tirare fuori la misera arma. Alzarsi. Andare verso la cabina di pilotaggio fra gli strepiti di una 70ina di persone con la morte in faccia. Far alzare gli increduli piloti che si aspettavano di tutto tranne che arrendersi a un taglierino. Prendere in mano il "manubrio" dell'aereo. Puntare verso le Torri Gemelle, il World Trade Center, il cuore economico di New York, degli Stati Uniti, del mondo. Oppure puntare verso il Pentagono, il luogo considerato il più sicuro del mondo. Far terminare sette mila vite, come la mia, come la vostra. E tra quelle sette mila ci sono anche le loro vite, quelle, comunque preziose, degli assassini. Il tutto (che richiede un allenamento di anni, finanziamenti a fiotti, spostamenti continui) alla faccia della Cia (Central Investigation Agency, l'agenzia centrale di investigazione), dell'Fbi (Federal Bureau of Investigation, l'ufficio federale di investigazione), dell'Nsa (National Security Agency, l'agenzia della sicurezza nazionale), di Echelor (ovvero il Grande Orecchio, il sistema che può sentire ogni conversazione fino al polo nord e al polo sud), dei satelliti che, da lassù dove il cielo non è più blu ma nero, possono vedere anche di che colore abbiamo le mutande, noi, oggi. Affiancate la terza frase che ho scritto all'ultima qui sopra. Vi aiuto. "Con 20 taglierini, coltellini svizzeri o apriscatole che fossero, 20 uomini hanno potuto fare ciò che hanno voluto" (fino a uccidere 7mila persone, loro stessi compresi), "il tutto (che richiede un allenamento di anni, finanziamenti a fiotti, spostamenti continui) alla faccia della Cia, dell'Fbi, dell'Nsa, di Echelor (ovvero il Grande Orecchio, il sistema che può sentire ogni conversazione fino al polo nord e al polo sud), dei satelliti che, da lassù dove il cielo non è più blu ma nero, possono vedere anche di che colore abbiamo le mutande, noi, oggi".

Il Paese che si sentiva più sicuro in assoluto, con tutte le sue sofisticate trovate tecnologiche, con i suoi bip bip, con i suoi sensori, con le sue fotocellule, con le sue camere a circuito chiuso, è stato messo in ginocchio da 20 taglierini.

Ecco allora che questa guerra viene definita "asimmetrica".

Chi ha scatenato l'inferno di Manhattan ha usato mezzi mille, dieci mila volte inferiori rispetto al Paese attaccato. Osama bin Laden (ammesso che sia lui il colpevole: nessuno lo ancora ha fatto vedere nero su bianco, dimostrato con prova da tribunale) sarà miliardario quanto gli pare, ma con la sua organizzazione terroristica non può arrivare in nessuno modo al patrimonio economico, militare e, parlando più cinicamente, materiale (in senso di uomini coinvolti) di cui può disporre l'America. Ecco l'asimmetria. Davide contro Golia. Davide per sconfiggere Golia ha bisogno di una buona balestra e di una buona mira. E il relativamente piccolo esercito dei terroristi fanatici islamici per colpire al cuore l'America ha usato un taglierino e una magistrale organizzazione e coordinazione (ricordo che solo per un gesto eroico di alcuni passeggeri, uno dei quattro aerei si è sfracellato tra i funghetti di Pittsburgh anziché sulla forfora del Presidente degli Stati Uniti).

Ora è Golia che si deve muovere. E non lo fa neanche da solo. Lo fa alleandosi con altri elementi che stanno a metà tra Golia e Davide, ma che, sicuramente, tendono più al primo genere che al secondo. Tutti accanto all'America: dall'Italia all'Arabia Saudita. Pensate un po': l'Arabia Saudita, il Paese che ha dato i natali ad Osama bin Laden, 44 anni fa. "Un Paese che ha finanziato fino all'altro ieri segretamente e opportunisticamente i movimenti irredentisti islamici per avere pace" dice Vittorio Zucconi, esperto di storie degli Stati Uniti e, di conseguenza, di guerre e di cosa c'è intorno.

Golia si muoverà e accanto a lui ci saranno tutti: i suoi vecchi amici e anche qualcuno che non si sarebbe mai aspettato. LA Russia? Naaa… Impossibile, dai. Anche la Russia, Sir. Il Pakistan? Naaaa… Impossibile, dai. Anche il Pakistan, yankee. Addirittura l'Arabia Saudita? Non è possibile. Possibilissimo, yankee, guarda tu stesso. Golia si muoverà e in fila dietro a lui ci sono tutti. MA dove andranno? Contro chi dirigeranno questa guerra, "che combatteremo e vinceremo tutti insieme", ha detto Giorgio Secondo dei Bush agli Stati alleati?

Prima dell'11 settembre, viceversa, i conflitti erano sempre stati "simmetrici". Stato contro Stato. Esercito contro Esercito. Divisa contro divisa. Bandiera contro bandiera. Aeroplano sui cieli nemici. Ora non c'è nulla di tutto questo. Non c'è un aeroplano nemico che ha varcato i confini nazionali e ha sganciato una bomba nel New Jersey. Non c'è. E non c'è un confine da difendere. Non si può arretrare o avanzare la trincea. Non esiste un punto di contatto tra Stati Uniti e Afghanistan. C'è solo un vecchio contatto, che risale a una quindicina di anni fa, quando lo Zio Sam regalava agli ingenui nipoti afgani fuciletti e affini per resistere al regime comunista creatosi dopo il colpo di Stato del 1978 e poi fortemente appoggiato dall'Urss. E probabilmente sono le stesse armi con cui i Taliban cercheranno di fermare i corpi speciali americani. Sia che siano 350mila (come dicono, tronfie e bugiarde, le fonti ufficiali di Kabul), sia che siano 35mila come sembra davvero, secondo il mio parere da 19enne, i Taliban avranno davvero poco da sparare, la fine del loro regime e di parte delle loro vite è già in parte segnata. Per questo mi pongo fortemente contro questa guerra. E nello stesso tempo contro il regime illiberale, non democratico, che è la prima prerogativa di una civiltà vuota, secondo la mia concezione di "civiltà".

Civiltà così vicina e così lontana: l'ISLAM.

L'altro giorno parlavo con uno dei miei amici se fosse giusto o meno che gli Americani reagissero con tutta la loro forza contro un Paese in condizioni così già misere. Tutt'e due eravamo d'accordo sulla risposta: no. Ma lui, che è più a sinistra di me politicamente parlando, aveva ragioni del tutto diverse. In alcune sono d'accordo, in altre meno. Lui dice che gli Americani, superpotenza mondiale, hanno le redini di tutto l'andamento politico, militare ed economico del pianeta, o quasi. In questo sono d'accordo, aggiungendo che chi fa sbaglia e chi sta fermo è chiaro che non sbagli.

Ma gli errori degli Stati Uniti sono stati tanti a partire dalla fine della Guerra del Golfo nel '92 fino alla radicalizzazione dello scontro israelo-palestinese negli ultimi 12 mesi, che ha visto l'assenza assoluta dell'arbitro americano.

Perché gli Stati Uniti sono arrivati ad un passo dal detronizzare Saddam Hussein in Iraq e non l'hanno levato di torno? (Levato di torno, intendete bene, non in senso fisico; intendo in galera, eliminato politicamente). Forse perché il petrolio iracheno è come lo zucchero nel caffè per i raffinatori americani?

E ancora: perché gli Stati Uniti negli ultimi sei mesi sono stati latitanti politici e indifferenti al massacro che è stato crescente in Palestina ed in Israele? Le responsabilità sono solo di chi litiga? O anche di quello che sta a guardare e, pur avendo la forza di intervenire e fermare lo scontro, non fa nulla? Giorgio Secondo dei Bush doveva pensare allo stramaledetto scudo spaziale, che si è rivelato più inutile di un costume da bagno in Alaska?

  • In un anno di Intifada (guerriglia israelo-palestinese): 822 morti
  • 630 palestinesi, 169 israeliani, 15 arabo-israeliani, 8 stranieri. I palestinesi colpiscono in Israele con i loro kamikaze. Gli israeliani colpiscono in Palestina con carri armati e elicotteri Apache.

Quando, però, io e il mio amico ci siamo trovati a parlare dell'Islam, mondo incomprensibile (per noi) e più in particolare dei paesi coinvolti nella ventura guerra (Afghanistan, Pakistan e tutti gli altri con cui fanno rima) ci siamo trovati lontani. Per lui siamo tutti uguali, dal Marocco all'Indonesia, dall'Islanda all'Argentina, dall'Italia e dalla Francia all'Uzbekistan e al Kazakhstan. Che, detto così, sembrerebbe la legge universale della tolleranza civile e del quieto vivere, che io appoggio a pieni voti. Ma bisogna vederle bene le differenze, invece. Quando dico che la loro civiltà non è "civile", non dico che sono inferiori intellettualmente e che vanno eliminati, perché l'Occidente è superiore e vincerà. Rabbrividisco al solo scrivere anche con il "non penso che" queste follie. Semplicemente intendo per civile una società capace di dare la libertà di pensiero, di opinione e di stampa, che fa sempre bene, tranne che nel caso di "Chi" e "Gente". Una società che dà leggi, regole, che ti fa amare il rispetto del prossimo e in tutto quello che fa e pensa, ma una società che, per prima, ti rispetta nella tua persona, nella tua opinione, nel tuo pensiero, nelle tue azioni, se queste non ledono quelli che ti vivono intorno. L'Afghanistan è un Paese che ha un regime, quello dei Taliban, che è teocratico, cioè governato da personalità religiose (in Afghanistan il mullah, cioè "dignitario religioso", a capo dello Stato è Mohammed Omar, per altro genero di Osama bin Laden). E' un po' come se da noi invece che il sindaco governasse il vescovo, per intendersi. E' un paragone audace, mi correggano quelli che ci capiscono più di me. Ma più di questo è terribile la condizione della donna, indifesa contro le barbarie dei connazionali maschi. Il chador, il velo che tengono sulla faccia, è solo la punta dell'iceberg, solo l'icona di una quantità innumerevole di diritti fondamentali purtroppo violati, calpestati. O meglio: per me, italiano, cittadino di un Paese democratico, che crede nel liberalismo e che ha studiato un minimo di storia con le pagine nerissime dei regimi nazista, fascista e comunista, quei diritti sono fondamentali. Ma a volte sembra che, anche in quelle parti così vicine fisicamente eppur così lontane ideologicamente, un pensierino ad un altro tipo di vita lo facciano, anche loro. Quando un turista francese, italiano, inglese, americano visita un Paese di religione islamica viene guardato con occhi strani. Quella è invidia. Invidia di libertà. L'altra sera ad una delle trasmissioni di Michele Santoro sul tema era ospite una signorina di cittadinanza italiana, ma di origini musulmane e che solo recentemente se l'era sentita di abbandonarsi completamente alla religione, vestendosi in un certo modo. Ed anche in trasmissione è comparsa come vestono le donne musulmane: non si vedevano neanche le dita, coperte da guanti. Ma non è assolutamente un problema, questo. Non la sto criticando. Arrivo al punto. Non ricordo per quale motivo è entrata nel discorso, ma ad un certo punto ha rivelato: "prima io indossavo le mini-gonne e poi ho iniziato a credere davvero, ad ascoltare la voce di Allah e a vestirmi in questo modo". La risposta di Santoro è stata l'emblema del mio pensiero: "E' questo il punto, signorina Aisha. Lei, qui, in Italia, può vestire come vuole, con la minigonna o con i veli neri, in Afghanistan come in altre parti del mondo, questo non è possibile. La differenza è tutta qui". Ed è la stessa differenza, per cui l'altra sera ho detto al mio amico che la persona che vive, per sua completa scelta, in un Paese islamico, non è libera, perché vive in una società illiberale. Senza che si definisca questo discorso "razzista". I valori in cui credo sono precisi e determinati. Tanti di quei valori non sono presenti nella società islamica e per questo non mi sento di approvare quel tipo di scelte. Tutto qua. Non sapete la fatica che ho fatto a mettermi a scrivere cose del genere. E' stato il tratto più difficile, per me che scrivo in totale tre ore al giorno.

(1/continua)

(Le responsabilità di queste opinioni sono esclusivamente dell’autore)

Errata Corrige: Nella foga dello scrivere il pezzo precedente "Il sasso nel cuore", ho commesso alcuni errori. Il primo riguarda il rigo numero 8, dove scrivo: "L'organo che rende diverso l'uomo da tutte le altre specie umane è proprio quello che abbiamo dentro la scatola cranica.". La frase giusta sarebbe stata: "L'organo che rende diverso l'uomo da tutte le altre specie animali è proprio quello che abbiamo dentro la scatola cranica". Un lapsus che invece è meno leggero è quello che arriva più avanti: "Perché nessuno scrive su Elbasun per quel milione di persone?". Magari fossero solo un milione. Sono quasi un miliardo: 800 milioni. Volevo dire un miliardo, m'è venuto un milione. Il mio sogno si è infilato nelle mie dita.


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