L'inviato speciale
Livorno, 23 giugno 2001

L'inviato speciale di ElbaSun
Livorno:
Firenze
Via dei Georgofili:
1993

a cura di Diego Pretini
diego-pretini@elbasun.com

Ringrazio pubblicamente mamma (chi sarà la mia mamma?) per i complimenti che mi ha fatto sull'ultimo pezzo. E poi anche la collega Sunshine che mi ha mandato una lettera che tutti gli inviati vorrebbero ricevere dopo un loro articolo. Mi ha detto, più o meno, che "sei stato bravissimo a descrivere perfettamente la situazione politica attuale" e "magari tutti i giornalisti fossero come te". Prima, però, bisogna chiedere a quei "tutti" se a loro va bene, cara Mary. A me sì. Modesto, no?

Comunque, cara Mary, tutto si può dire tranne che ci capisco qualcosa di politica. Ho detto che l'Italia è stufa di essere moderata. E' tutto il contrario. C'è ancora il sangue democristiano, in giro. E non solo democristiano. Forza Italia si presenta come un partito moderato (?) di destra ed ha preso il 30%. La Margherita che è inequivocabilmente, senza ombra di dubbio alcuno, un partito moderato di sinistra ha preso il 12%. La corazzata (si fa molto per dire) CCD-CDU, democristiani fino al midollo, hanno preso il 4% (arrotondando, in realtà si sono fermati al maledetto 3,9%). In tutto fa 46%. Un'enormità. Senza contare D'Antoni, per esempio, con il suo bel 2%. E i DS. Scherzo. La pianto qui. Ora vi racconto una cosa, però.

Sono capitato a Firenze. Ma non alle Cascine o a Fiesole. No. Non che abbia qualcosa in contrario con quelle zone di Firenze, in particolare. Firenze è tutta bella. Catherine Zeta Jones - Mi scuseranno i fiorentini. MA io preferisco lei. Meravigliosa creatura.Nella sua integrità. Ma come Catherine Zeta Jones ha dei lati meno belli, Firenze lo stesso. Ecco: è come una bella donna, Firenze. E, per esempio, la Zeta Jones ha il suo solo lato meno bello nell'aver fatto con Michael Douglas non un matrimonio, ma un contratto aziendale (non vi immaginate le cifre in caso di divorzio). Be', Firenze ha il lato "meno bello" di… Niente, non mi riesce trovarlo. Ma c'è una parte di Firenze che è davvero Firenze. I lungarni, Ponte Vecchio, gli Uffizi. E poi Piazza della Signoria. Altro che cuore della città. Corpo anima e cervello, come diceva un tal Lorenzo Cherubini, Jovanotti per tutti. Corpo anima e cervello. I lungarni, il fiume, lì sotto che scorre quasi addormentato, il Ponte Vecchio che lo guarda scorrere lì sotto e si fa accarezzare e come ci sta a farsi fare il solletico, sono questi i momenti in cui il Ponte Vecchio ama e si fa amare dall'Arno. Mica quando 32 anni fa l'Arno si incazzò di brutto e mise tutto sottosopra, mettendo con l'acqua alla gola il povero ponte che lo implorava e gli chiedeva perché tutto questo. E l'Arno gli rispondeva Perché sì, perché non c'è risposta roba del genere. Lì vicino al ponte ci sono gli Uffizi, la Galleria degli Uffizi. Ci fa sempre fresco, qui. E ti diverti a mettere un piede su ogni piastrella, uno solo, perché l'altro non può andare sulla congiuntura tra due piastrelle. Sono sempre pieni zeppi di gente, gli Uffizi. Con cantanti e suonatori a cantare e suonare canzoni famose con un clarinetto o, a volte, con una vera e propria band portatile, con tamburi, piatti, chitarra, mandolino, tromba, violino, microfono e altoparlante. Il tutto in tre persone. Poi Piazza della Signoria. Ma non ci sono arrivato, a dirvela tutta, in Piazza. Mi sono fermato prima. Ad un certo punto, sulla sinistra, c'è una strada. E' incredibilmente silenziosa rispetto al caos generale delle logge degli Uffizi. Un caos fatto anche e soprattutto di un cocktail di lingue shakerate insieme. Inglese, tedesco, spagnolo, francese, giapponese, tanto giapponese, americano, australiano e magari anche "canese". In questa via che sto iniziando a percorrere non c'è tutta questa confusione. Silenzio. Qualche passo, laggiù. Una famiglia. Giovani, i genitori. Piccina, la bimba. Grande, il gelato della bimba. Qualche passo verso il centro di quella via. E sulla sinistra senti il rumore e l'odore della morte. E questo succede solo Uffizi - C'è sempre fresco. Sempre.dopo una cosa. Perché appena ti giri sulla sinistra vedi una grande cancello di legno che dice che quello è un cantiere e che quella strada è chiusa. E se dopo aver visto il cancello ti capita di alzare i tuoi occhietti, sempre poco perspicaci per capire davvero tutto, in quel momento ti senti svuotare il corpo. Come se improvvisamente la strada sotto le tue Lumberjack non ci fosse più e il vuoto fosse padrone del tuo corpo. Perché se ti capita di alzare gli occhi dal cancello e li appoggi, senza volerlo, su quel muro, lì, sulla destra, vedi la lastra bianca, di quelle di vecchio tipo, che ti dice il nome della via. Una via che è sempre stata, forse, la "parallela della Galleria degli Uffizi". Non sono fiorentino, è solo supposizione. Probabilmente quella è sempre stata solo la parallela degli Uffizi. Ma aveva un suo nome, quella via. E quel nome è Via dei Georgofili.

E' sera. Firenze è bella anche di sera. Ma queste vie sono buie e paurose, di sera. Se guardi Firenze da Piazzale Michelangelo è un conto. Se la guardi da una vietta buia e opprimente è tutta un'altra cosa.

C'è una Torre, lassù. Si chiama Torre delle Pulci. Ed è la casa della custode dell'Accademia dei Georgofili. La custode si chiama Angela Fiume. Fabrizio Nencioni è il marito di Angela. E tutt'e due sono i genitori di Nadia, 4^ elementare, e Caterina, che è nata cinquanta giorni fa. Di faccia ci sono altri edifici, alti due, tre, quattro piani con le finestre che sembrano appiccicate a quelle di fronte. In uno di questi edifici di fronte all'Accademia vivono due studenti. Facoltà di Architettura. Sono Dario Capolicchio e la sua fidanzata.

Firenze, via dei Georgofili - 26 maggio 1993 Ore 20:10

Rumori dalle scale. Passi. Chiave nella serratura. Scatto. Figura maschile. Babbo. Sorride, Sara. Sorride anche Marta. Caterina continua a piangere, invece. Ha mangiato. Ma ora ha sonno. Blob, alla tele, fa vedere spezzoni del Fantastico del giorno prima ed errori e pause eterne dei giornalisti. Dopo Beatrice, mangiano anche babbo, mamma e Sara. Affettato. Comincia a fare caldo e l'affettato è qualcosa di fresco. Anche se poi ti fa alzare tre volte al minuto per andare a bere. Per la sera nessun programma. E' domenica e sono tutti stanchi sono stanchi dopo la girata di oggi.

PonteVecchio - Meravigliosa creazioneRumori dalla strada. Un motore. Una macchina. Una Fiat. Un Fiorino. Bianco, forse. Grigio, forse. E' sera, chissà di che colore è. Si sente ingranare la retromarcia. La manovra è breve. Lo sportello si apre e poco dopo si chiude. L'uomo sparisce nell'oscurità. Un ombra e niente più.

Rumori da una finestra. E' quella aperta di un appartamento di due studenti di Architettura alla Facoltà fiorentina. Sono fidanzati. Stanno apparecchiando. Massimiliano squadra la tavola. Piatti, ci sono. Bicchieri. Forchette. Coltelli. Ok. No, mancano i cucchiai. Sì, riso freddo, stasera. E mangiare il riso con la forchetta è un po' come giocare a pallone con le infradito. Parlano, Massimiliano e la su'bimba. Di quello che è successo venerdì ad una loro amica. Ha litigato con un professore, oggi, in Aula Magna. Pare che lui le abbia risposto male o abbia detto qualcosa di pesante sul suo profitto. Lei gli ha risposto a chiare lettere. Come sa fare lei. Ma aveva ragione lui. I professori hanno sempre ragione. Non ci puoi fare niente, bellezza, diceva Humphrey Bogart. Ora, questa loro amica aveva timore di qualche ripercussione sul giudizio di quel professore. E Massimiliano e la su'bimba erano, in qualche modo, in consulta. Per aiutare l'amica. Mentre lui apparecchiava e lei stava preparando il riso freddo. Un cappero è andato in terra. Chissenefrega, non ci sono mai piaciuti i capperi. E dopo si spazza.

Firenze, via dei Georgofili - 26 maggio 1993 Ore 21:35

Silenzio dal salotto. Due poltrone e uno schermo acceso. C'è Domenica Sprint su RaiDue. Sara si alza. Va in camerina. Bisogna preparare lo zaino per domattina. Menomale che è quasi finita. Una decina di giorni e poi ci sono le vacanze. Beatrice dorme da un'ora. Marta entra in camerina e sistema la piccina. Dà la buonanotte alla grande. E ritorna sul divano, in salotto. Il film continua.

Silenzio dalla strada. Non ci si vede nulla. Qualche passo, qualche risata, in lontananza. Ma c'è silenzio. Un silenzio assordante. Farcito da un'assurda oppressione che viene da questi muri di pietra dura. Un'assurda oppressione che ti fa entrare un certo sentimento di malessere subito prima di ogni angolo. Paura di uno qualsiasi che ti mette una lama alla gola e ti chiede cinquantamila lire e te purtroppo ce n'hai solo 23600 e lui non se n'accontenta e dalla rabbia lascia passare la lama sul tuo collo come una carta di credito sull'apposito telecomando.

Silenzio dalla finestra. Non ci si vede nulla. Massimiliano e la su'bimba sono usciti. A un pub. Al cine. Chissà. Un po' di relax, ogni tanto. La casa è vuota, ma è viva. Lì su una mensola ci sono degli appunti di lei. Storia dell'arte, sembra. I ponti romani. Tipo Pont du Gard. Quelli con tutti gli archi. Sul davanzale della finestra un paio di scarpe. Da ginnastica, sembra. Di lui. Accanto all'acquaio la pila dei piatti asciutti. Il cappero è rimasto in terra.

Firenze, via dei Georgofili - 26 maggio 1993 Ore 23:00

Si dorme. Non tutti. Sara sì. Beatrice pure. Stefano, idem. Non dorme Marta. Sta pensando a quello che c'è da fare domani. Sicuramente avrà da accompagnare Sara a scuola. Poi dovrà sbrigare qualche commissione in alcuni uffici. Poi dovrà sistemare la casa. Perché guardate qui più la rimetto insieme più mi sembra nel completo caos probabilmente la vera natura di questa casa è il caos perché non è possibile che appena struscio in terra arriva Sara con le scarpe piene di fango perché ha preso in pieno una pozzanghera oppure appena stiro un paio di pantaloni a Stefano si tira addosso un frantoio d'olio mentre faceva il pinzimonio comunque domani bisogna alzarsi perlomeno alle 7 per mettere in lavatrice qualcosa di quell'ammasso di schifo di roba da lavare in quel cesto ora però dormiamo perché sennò col cavolo che ci s'alza alle 7 domattina è stato bello ieri il battesimo della piccina così vestita tutta di bianco era meravigliosa non ha pianto stranamente quando il prete le ha bagnato la testina strano davvero speriamo che il fotografo abbia fatto delle foto decenti con quel che s'è pagato però ora dormiamo perché sennò col cavolo che ci si alza alle 7 domattina…

Si dorme. La città si sta pian piano addormentando. Anche l'Arno sembra aver abbassato il volume del suo scorrere per far dormire meglio i fiorentini. Per strada c'è silenzio. Ed è il solito silenzio di prima. Quello brutto. Perché ci sono i silenzi belli e i silenzi brutti. Esistono anche nei rapporti tra le persone, a volte. Ci sono i silenzi belli, quelli che sostituiscono migliaia di parole e che sono così intensi che a volte ti svuotano, ma ti piacciono perché capisci che hai capito e come te ha capito la persona che ha visto nei tuoi occhi lo stesso identico preciso spiccicato sguardo. Poi ci sono i silenzi brutti. Quelli che non sai cosa dire. Non perché non ti viene la parola. Ma perché sei lì che parli con uno o con una e devi dire qualcosa e le cose che ti vengono a mente sono sempre le più banali e continui a scervellarti, ma non trovi un cavolo nulla e nello stesso tempo vedi che anche quell'altro è nella stessa situazione. Si cerca gente che passa per prenderla in giro, magari, e trovare finalmente 6 parole da far uscire da questa maledetta boccaccia. In via dei Georgofili c'è un silenzio brutto. Non perché non si sa cosa dire. Ma si ha paura a far rumore e a farci scoprire. Da chi, poi.

Si dorme. Domani c'è l'Università. E' stata carina la serata. I piatti accanto all'acquaio non ci sono più. Sono sopra, al loro abituale posto. Gli appunti non sono più sulla mensola. In compenso, più in basso c'è una borsa con la quantità quadrupla di quel tipo di fogli. Le scarpe da ginnastica non sono più sul davanzale. Sono su una seggiola di cucina. Sulla spalliera della sedia c'è un paio di pantaloncini e una maglietta. Il cappero rimane bel bello nel bel mezzo della cucina.

Firenze, via dei Georgofili - 27 maggio 1993 Ore 1:04

Un boato spaventoso. Quattro sussulti. Beatrice comincia a piangere. La casa comincia a tremare. Stefano urla Il terremoto. Marta urla Vado dalle bimbe. Si mette le ciabatte. Troppo forte la tentazione di essere precisa anche ora. Stefano si alza di scatto. Anche Sara si mette a piangere. Marta è appena sopra la soglia della sua camera. Non farà un altro passo.

Un'esplosione spaventosa. Quel Fiorino, una delle macchine più insignificanti di questo mondo, è scoppiato con una violenza paurosa. E ora quel palazzo lì sta tremando e questo di qua è in preda ad un incendio. La strada che trenta secondi fa era la più silenziosa, fin troppo silenziosa da farti venire paura, ora era la strada che al mondo subiva la peggiore delle esplosioni.

LA finestra sbatte violentemente. Due sussulti. Non per la finestra. Per un casino infernale. Degli antifurto stanno suonando all'impazzata. Dei rumori strani vengono dall'edificio di fronte. E uno strano rumore viene anche dalla porta. Basta aprire un po' meglio gli occhi e una luce accecante e un puzzo infernale stanno mettendo in ginocchio la casa. Un incendio sta mangiando tutto. Massimiliano si alza e lei gli urla Dove vai. Massimiliano si alza e non fa più di un passo perché le fiamme lo prendono lo fasciano lo divorano mentre lui balla un ballo perverso per scrollarsi di dosso quella morte che non vuole e che nessuno vuole. Ha tutto quello che desidera. Perché se ne deve andare? Lei comincia a urlare il nome del suo ragazzo che per ora è l'uomo della sua vita. Poi si vedrà. Deve fare qualcosa ma non sa cosa. Tira un lenzuolo addosso a quella palla infuocata. Non sa cosa fare, ma deve fare qualcosa. Lo vuole accanto a lei, quel ragazzo, il suo ragazzo. Cosa cazzo può fare. Niente. Lui continua ad urlare. Lei pure. E le fiamme si avvicinano. E hanno ancora fame.

Firenze, via dei Georgofili - 27 maggio 1993 Ore 1:34

Una casa divisa a metà. Un lavandino rimane attaccato lassù. Non si sa cosa ci sta a fare. Vieni giù anche te. Sembra una presa in giro. Lui è rimasto lassù e quattro esseri umani sono sprofondati tra polvere e mattoni senza nemmeno aver la possibilità di pregare, di chiedere a Dio, se c'è, che quella vita non la vogliono lasciare, che hanno una famiglia meravigliosa che deve ancora crescere, tutta. Nemmeno quel tempo hanno quei quattro esseri umani. Se ne vanno giù, insieme alla loro casa, risucchiati dal vuoto che ha lasciato il loro pavimento. Mentre il lavandino è rimasto lassù. Vieni giù, imbecille, non fare lo stronzo. Lassù, fai crescere la rabbia e basta. Solo la rabbia. Di vedere distrutta una famiglia da 3 quintali di tritolo appoggiati comodamente in uno schifoso Fiorino perché qualche pezzente voleva far paura a qualcun altro. Solo paura. Pazzesco. Perché non ci immaginiamo nemmeno che letamaio c'è dietro a questa esplosione. Politica con mafia, mafia con politica. L'immaginazione non credo ci arriverebbe mai a creare una storia del genere.

Una casa tutta nera. Un corpo senza vita. Che non respira più, ormai. Vicino quello che la vita ce l'ha sempre, anche se non lo fa vedere. E' la fidanzata di Massimiliano che è viva. Massi non ce l'ha fatta a sopravvivere. La su'bimba non ce l'ha fatta a salvarlo. Vivrà tutta la vita con un rimorso incomprensibile di non aver fatto il possibile, che invece era tutto quello che poteva fare. Vivrà tutta la vita a ripensare a quelle urla strazianti che venivano dal suo ragazzo. Mai visto così. Implorante. Una persona ti sembra così forte, solida, sicura, ma basta che tu gli metta la morte in faccia e può scoppiargli il cuore come una spugna. E' la legge della natura. Chi è vivo non la vuole lasciare la vita. E fa di tutto per tenersela. Di tutto. Anche il suicida, probabilmente, nell'ultimo istante forse della sua esistenza si dirà Che testa di cazzo che sono. Forse. Perché le regole hanno anche le eccezioni.

All'1.04 del 27 maggio 1993 tutta Firenze trema, scossa da un improvviso boato. Una bomba di enorme potenza viene fatta esplodere di fronte all'ingresso secondario dell'Accademia nell'omonima via dei Georgofili.

Cinque morti, molti feriti gravi, danni agli edifici e al patrimonio artistico e librario. Questi gli effetti dell'attentato ampiamente registrati nelle cronache di tutto il mondo. Angela Fiume, custode dell'Accademia, il marito Fabrizio e le due figlie Nadia di nove anni e Caterina di soli due mesi appena battezzata la Domenica precedente, sono sorpresi nel sonno dall'esplosione e trovano la morte fra le macerie. Stessa sorte tocca a Dario Capolicchio, studente della Facoltà di Architettura che abitava nel palazzo antistante. I Nencioni moriranno nel crollo dell'Accademia dei Gergofili, Dario Capolicchio morirà in un incendio ancora oggi scientificamente inspiegabile. La sua fidanzata si salverà, dopo una tremenda convalescenza. Ma non si salverà da un pensiero pesante come un macigno.

Il suo ragazzo è morto 8 anni fa per colpa di un genere di essere umano che non vogliamo mai più sulla faccia della Terra. Chiediamo troppo, forse. E' la natura che ci fa così. Deboli, facili ad essere corrotti. Oppure forti e sicuri, tanto sicuri da voler combattere il male per il proprio Paese. Tanto sicuri da farsi ammazzare sulla Palermo-Punta Raisi o in una via qualsiasi di Palermo, trascinando con sé magari la moglie e una manciata di ragazzetti belli, giovani e sposati che non aspettano altro di tornare a casa dalla moglie e dai figli per dar loro quello che forse sarà il loro ultimo bacio.

P.S.: Ho scritto questo pezzo prima con i nomi reali. Poi li ho cambiati. Mi dava fastidio inserirmi nelle loro vite così direttamente, mi dava fastidio fare un po' come fa Dio, creare vite. Perché tutto questo è mia creazione. A parte l'ultimo paragrafo che è l'unica stralcio giornalistico sulle 5 vittime di quella terribile strage. Per il resto ho solo immaginato come poteva essere stata l'ultima sera della loro vita. Troppo breve.


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