|
L'inviato
speciale di ElbaSun |
Storie di teatri. Quello di cui parliamo
in realtà non è un teatro. Nonostante questo, quello di cui ci "serviamo"
stavolta è il teatro più grande di Livorno: La Gran Guardia. E' un po' un'istituzione.
E' come dire Rai Uno in confronto a Italia Uno, il Festival di Sanremo in confronto al
Festivalbar o Gianni Morandi rispetto a Jovanotti. Rai Uno, il Festival e Morandi cercano
le innovazioni, ma non si svincolano mai dal tradizionale, da quello che in inglese
chiamano "politically correct", per abbracciare sempre il grande pubblico
(grandi e piccini, uomini e donne). Italia Uno, il Festivalbar e Jovanotti sono
considerati spesso solo da una parte della massa. E non solo loro. La Gran Guardia è come
Rai Uno, il Festival e il ragazzo che come me. Sarebbe un cinema, in realtà. Non Morandi,
la Gran Guardia. Un grande cinema. Qui proiettano le storielle oniriche di Julia Roberts,
le acute produzioni Disney o le tragedie planetarie tipo Independence Day o Armageddon.
Poi, qui, ci si fa teatro. Che di questi strani nostri tempi, purtroppo, è sinonimo di
chic. Andare a teatro è un po' come andare a una
festa mondana della Ripa di Meana o come andare a una sfilata di
Ferrè. E pensare che il teatro è una cosa semplicissima, per quanto meravigliosa,
splendida, magica. Un film in diretta. Le cose in diretta sono sempre le migliori. E' una
convinzione che non può essere dibattuta. Non si può dire il contrario con prove
rilevanti. Sono sempre le migliori, le cose in diretta, perché le senti fresche, anche se
quella canzone o quello spettacolo l'avrai visto quarantamila volte. Le senti fresche,
spontanee, fatte lì per lì. Anche se poi, magari, dietro c'è un lavoro di mesi, di
anni. E quando una cosa è spontanea fa sempre un bell'effetto. Il paragone è lo stesso
tra una battuta di Benigni in un'intervista al Tg1 con Mollica e una di Pippo Baudo al
Festival di Sanremo. (A Sanremo non mi ci fanno più entrare nemmeno se ci vado a
braccetto con Fabio Fazio...) Torniamo a monte. Storie di teatri. La Gran Guardia.
Un'istituzione. Solo ora, però. Prima Livorno aveva un chicchino di teatro che di nome
faceva Carlo Goldoni (che visse parte della sua vita proprio qui), nascosto solo da un
palazzotto dal caos generale di via Ricasoli. Qui, ottant'anni fa, un gruppetto di
deputati più rossi degli altri (e il colore dei capelli non c'entra) salutarono per
sempre i loro amici del Congresso del Partito Socialista. Camminando attraverso la città
per qualche rione, arrivarono ad un altro teatro, il San Marco. Qui, ottant'anni fa, quei
"più rossi degli altri" fecero nascere il Partito Comunista d'Italia. Era il 20
gennaio del 1921. Storie di teatri. Il Goldoni ad un certo punto dovette essere rimesso
su, gli doveva essere rifatto un po' il trucco, un po' di lifting qua e là. E la
restaurazione del "chicchino" non è ancora finita. Aspettiamo la fine del
ricovero con tanto affetto. Auguri.
La Gran Guardia. Un'istituzione. Si fa teatro, qui. Una cosa meravigliosa, per quanto
semplice. Poi c'è chi lo fa meglio e chi peggio, come in tutte le cose. C'è Robibaggio e
c'è Torricelli. Ma il teatro resta sempre qualcosa di magico. Come tutte le cose che
hanno un po' più di qualche mese sulle spalle. Che sono teneramente vecchie. Di quel
vecchio che ti fanno ricordare con il sorriso sulle labbra. Che ti mettono in moto questa
pazza macchinina che ci ritroviamo sul collo. Quel vecchio che fa ricordare. E che ti
rendono allegro. I nonni, i giocattoli di quand'eri piccino, i diari delle medie, un paio
di guanti per il freddo di quando ancora mangiavi la pasta in bianco o al massimo al sugo
di pomodoro. E il teatro fa lo stesso effetto. E' nato due millenni fa e solo ora con la
maledetta tele sta soffrendo un po' di mancanza d'affetto. Solo ora.
Alla Gran Guardia questa sera ci sono due maestri del teatro moderno come Carlo Giuffrè e
Pino Micol, orchestrati da un altro maestro, il regista Maurizio Scaparro. L'opera messa
in scena è di un altro maestro, un certo Luigi Pirandello. Sei personaggi in cerca
d'autore, è il titolo. Già il titolo è qualcosa che va fuori della tradizione teatrale.
O meglio: forse sì, probabilmente qualche autore giovane, dei nostri giorni potrebbe
mettere un titolo del genere ad una sua opera. Ma figuratevi Luigi Pirandello 77 anni fa.
Nel 1924 fu recitato per la prima volta Sei personaggi in cerca d'autore. E a quell'epoca
la freddezza con cui il pubblico accolse questa commedia fu siberiana. Stasera, invece,
applausi per tutti. Su tutti i due "padri" della compagnia Giuffrè e Micol, ma
mani spellate anche per Chiara Muti, straordinaria interprete davvero. La storia è una
storia nella storia. Vediamo la storia che contiene la storia...
Una compagnia di attori, dopo l'ennesimo buco nell'acqua, sta facendo le prove per una
commedia di Pirandello ("ci siamo ridotti a Pirandello" farà dire, con
autoironia, l'autore siciliano al Capocomico, impersonato da Micol). Il Capocomico è un
po' come il regista di oggi. Mentre provano, compare un gruppo di sei persone. Una
famiglia, per essere più precisi. Padre (Giuffrè), Madre, Figlio e tre Figliastri (figli
solo della donna, tra cui la Muti). Ma non è una famiglia come tutte le altre. E' una
famiglia di personaggi. Personaggi e basta. La loro vita è la vita che ha scritto il loro
autore. Non ce ne può essere un'altra, una diversa. Sono solo personaggi e vivono quella
loro storia e basta. Non possono cambiarla. Perché loro sanno fare solo quello che il
copione suggerisce di fare e non possono fare altro, perché non ne sarebbero capaci.
Hanno sempre fatto quello, sono dei puri, semplici personaggi, solo personaggi,
esclusivamente personaggi. E per sempre nel passato e per sempre nel futuro faranno
quello. Quello che ha scritto l'autore. Un autore che non c'è. Come il copione, che
esiste solo nella testa dei sei personaggi. E che, ora, il Padre chiede al Capocomico di
mettere in scena. Sudate sette camicie per convincere gli attori di mettere in scena la
loro storia, i sei personaggi devono fargliela vedere, la storia. Perché non c'è
copione. E cominciano a rivivere, per l'ennesima impietosa inesorabile volta, quello che
ha scritto per loro il loro padre, il loro Creatore, l'autore. E vediamola, allora, la
storia che è all'interno di quella appena raccontata. Il Padre lascia Madre e Figlio
soli, fuggendo chissà dove. La Madre si accompagna con un altro. Da questa relazione
nascono i tre Figliastri. Il Figlio sembra geloso dei tre, ma forse è solo timidezza o
mancanza d'affetto o chissà cos'altro. Muore il padre dei tre Figliastri. La Madre, per
sostenere i quattro figli, cerca un lavoro e lo trova in un atelier, un lavoro di
sartoria. Un atelier che si rivelerà tutta un'altra cosa. La Figlia (Chiara Muti) viene
adescata dalla padrona dell'atelier. Che è una casa d'appuntamenti. La Figlia deve
lavorare lì, se vuole che la Madre continui a lavorare per la Madama padrona di
quell'associazione a delinquere. Il Padre, nel frattempo, vive
momenti terribili di solitudine. Un'età in cui ancora non si sono addormentati i desideri
di una donna, ma un'età in cui non sei più oggetto dei desideri di una donna. Inizia a
bazzicare case d'appuntamento. In una di queste incontra la Figliastra. Non la riconosce.
L'ultima volta che l'ha vista è stato quando lei ancora usciva da scuola. Elementare. E
ora era grande. Tanto grande e responsabile che aveva deciso di non dire nulla a Mamma,
quando la padrona di quello che doveva essere un atelier, aveva proposto alla Figlia di
"aiutarla" con i clienti. E in quella casa schifosa il Padre non riconosce la
Figliastra. Fanno quello per cui sono lì. Il Padre torna con la famiglia. Ma la sua
presenza non riequilibra niente all'interno del nucleo familiare. Anzi. Succede che la
bambina più piccola si affaccia alla fontana del giardino. Si affaccia troppo. Voleva
toccare i pesciolini che sguazzavano liberi nella vasca. Ma si affaccia troppo. La vedono
cadere in acqua in due: il fratello legittimo e il fratellastro. Ed è solo quest'ultimo
che si romperà l'osso del collo per scendere quei tre, quattro scalini per scendere in
giardino e correre, all'impazzata, verso la vasca, correre per salvare quella sorellastra,
prova di un amore estraneo a lui. Prova dell'amore tra sua madre e un uomo che non è suo
padre. E proprio lui scatta, pronto, appena vede la sua sorellastra, la prova di un amore
che non è il suo, cercare l'ossigeno, introvabile lì sotto. Lui, il Figlio, ritenuto
invidioso dell'amore che avevano ricevuto gli altri tre figliastri. Lui, il Figlio,
ritenuto geloso di sua madre nei confronti delle altre tre creature che non avevano colpa
se erano state messe al mondo da quella madre. Lui, il Figlio, scostante sempre e
comunque. Lui, il Figlio, lontano anni luce dal voler formare una famiglia unita. Lui, il
Figlio, che non aveva mai voluto o potuto o saputo fare nulla per aiutare i genitori a
sostenere la famiglia. Lui, il Figlio, sempre zitto da una parte, che se gli rivolgevano
una parola lui si girava ancora più zitto, con una bocca piena zeppa di un silenzio che
faceva male, un silenzio per un malessere causato da degli avvenimenti inevitabili, la cui
causa è da ricercare in debolezze umane, nel rifarsi di una vita di una donna senza uomo
con un figlio sul groppone. E lui che corre, all'impazzata, mentre il Figliastro è lì,
dietro ad un albero che osserva, senza muovere un dito, la sua sorellina respirare
acqua. Uno spettacolo orrendo di cui il Figliastro non vuole far
parte. Quando arriva il Figlio, con il fiatone, è troppo tardi. Da dietro l'albero si
sente uno sparo. Il Figliastro cade a terra, senza vita. Chissà perché. Sicuramente per
un malessere. Ma chissà perché. Miseria, problemi esistenziali o semplice follia.
Chissà. Qui finisce, tristemente, la storia dei sei personaggi. E manca poco alla fine
dell'intera commedia. Perché il Capocomico rimanda tutti i suoi attori a casa e se ne va
riflettendo sul tema principale della storia dei sei personaggi. Giuffrè è perfetto
nell'interpretare i suoi mille rimorsi per colpe di lui giovane. Quando o la Madre o la
Figlia gli puntano il dito contro accusandolo di egoismo e di vigliaccheria lui cerca di
difendersi, sì, ma quasi con passività. Si volta, con le ciglia aggrottate, con la
faccia sofferente come se un dolore alla testa, chissà, gli proibisse di aprire bocca, di
difendersi, di scacciare tutte quelle bocche inacidite dalla miseria. Giuffrè deve
recitare la parte più sofferente e triste della commedia. Micol, invece, quella più
leggera e allegra. Battute, un orgoglio da autore che non è, da regista che è poco. Ma
è il Capocomico che si mette lì a ripensare a quella strana storia. Ognuno ha il proprio
ruolo in questa nostra vita. Ma che vita viviamo? La nostra o quella del nostro
personaggio? Siamo noi che viviamo o è il nostro personaggio? In un altro contesto
(temporale, spaziale, economico, sociale, intellettuale, politico...) saremmo gli stessi
che oggi, qui, stanno vivendo la nostra vita? E' una vita, la nostra o è una maschera?
Viviamo già con tantissime maschere nella nostra vita. Pensate a come vi comportate con
mamma e con babbo e come invece con i vostri amici. E come con nonna e come invece con un
professore o con il vostro principale o con il vostro cliente. Per ogni contesto mettiamo
la nostra maschera. E possiamo cercare di cambiarci, di essere noi stessi in tutti i
contesti. Ma è inutile, perché almeno due maschere le indossiamo. Perlomeno due. A casa.
E fuori. Dottor Jekill e Mister Hyde. Anche la povera Erika in un paesino anonimo del
Piemonte possedeva due maschere. Purtroppo in un giorno di marzo che già annunciava la
primavera, ha sbagliato ad indossare quella giusta. Una sera di marzo le ha scambiate. E
si è messa quella che la accompagnerà per tutta la vita. La povera Erika possedeva due
maschere. Una sera di marzo le ha scambiate. Per sempre.