L'inviato speciale
Livorno, 6 febbraio 2001

L'inviato speciale di ElbaSun
Livorno:
La giornata della memoria
La storia insegna. Non solo in senso scolastico.
a cura di Diego Pretini
diego-pretini@elbasun.com

L'hanno chiamata la giornata della memoria. Spesso la memoria agisce più efficace e libera e spontanea e genuina quando noi, uomini del secondo Novecento, la si usa da soli, silenziosi, mentre si riflette, silenziosi, e si ripensa, silenziosi, a qualcosa che magari non abbiamo mai visto, ma sulLiberazione - il momento più bello di quegli anni. I rei senza colpa sono liberi. Ora devono rinascere. quale, silenziosi, abbiamo buttato anche un solo occhio in qualche documentario su Rai Tre o su qualche libro di storia o un orecchio ai racconti commossi e commoventi dei nonni e noi ad ascoltare, silenziosi, e tramite questi racconti audio-visivi si può vedere, silenziosi, qualcosa che non abbiamo potuto, fortunatamente, vedere. Silenziosi, pensiamo a qualcosa che non abbiamo mai visto se non raccontato, chiacchierato, fotografato, filmato (con il becco d'un aquila in alto a destra con scritto: Luce). Pensiamo silenziosi. E quella, forse, è la memoria migliore, la più efficace, quella che davvero, a volte e solo a volte, ti dà delle risposte e che sempre, invece, ti dà delle domande. Anche quelle sono utili, spesso. In certi casi non vorresti mai lasciarlo, quel momento, isolandoti dal mondo: Via tutti, che voglio pensare, voglio riflettere. Oppure ci sono i momenti in cui ci si riunisce, per ricordare insieme, parlando sul come, dove e soprattutto perché diavolo tutto ciò: ecco a voi il maledetto Olocausto.
Spielberg - il suo documentario sull'Olocausto "The Last Days" è un capolavoro. Quando si dice un Grande regista.A Livorno il luogo della memoria più efficace, più diretto è stata la proiezione al cinema "Quattro Mori" de "The Last Days" di Steven Spielberg. E' in questi casi che si vede il grande regista o il grande produttore. Certo i dinosauri del Jurassik Park o l'extraterrestre dal dito in aria facevano riempire sale, botteghino e portafoglio, ma il vero regista si vede anche da questo. Il titolo dice già tanto della pellicola. Sono gli ultimi giorni (in realtà si parla dell'ultimo anno) del Terzo Reich e al baffetto unto del Führer manca poco a sparire finalmente, definitivamente dalla storia di questa nostra terra, che non lo merita. Un film costruito integralmente sulle voci (originali in inglese, tradotte dai sottotitoli) di cinque ungheresi (tre donne e due uomini) sopravvissuti allo Shoah, a parlare alla telecamera di come andavano le cose, laggiù, in quei campi vergognosi. Dalla deportazione al ritorno a casa.
Ogni tanto uno dei cinque si spostava chi con il marito, chi con i figli, chi con i nipoti proprio sui luoghi maledetti che aveva visto 50 anni prima e forse più, con occhi ben diversi. Sul luogo dei lavori forzati, sul luogo delle disumane latrine, nelle penose camerate, negli inesorabili forni crematori. Avevano visto tutti quei posti con gli occhi giovanili di al massimo 16 anni, gli occhi del non sapere cosa avverrà dopo e gli occhi della tristezza di voler tornare libero da una prigionia incomprensibile e gli occhi della sofferenza per pene ingiuste e gli occhi imploranti che chiedono per quale motivo siano rei di una colpa che non hanno e di un reato che non hanno mai commesso e gli occhi imploranti che chiedono e si chiedono Dov'è Dio? E gli occhi della liberazione di vedere la luce alla fine del tunnel e di respirare l'aria come mai avevano respirato e di mangiare come mai avevano mangiato e di tornare in una casa che ormai non hanno e incamminarsi verso una patria che non c'è per loro, a riprendersi un'identità e una famiglia che ormai sono scomparsi dalla loro vita, prima di tutto, ma anche dalla storia dell'uomo. E sono usciti di là con gli occhi del naufrago. Del naufrago: occhi che non possono dimenticare cosa hanno visto. I superstiti dei naufragi avevano visto di tutto sulle zattere di salvataggio: l'uomo poteva arrivare ad uno stadio così estremista del suo egoismo da non crederci, arrivando al cannibalismo. Gli stessi occhi hanno i superstiti allo Shoah. Che non possono, né potranno mai dimenticare cosa hanno visto. Dove può arrivare lo stadio negativo dell'anima umana, ad azioni così cattive, sadiche da non crederci. Anzi: forse è peggio della condizione del naufrago, perché il naufrago ha fame e deve mangiare. Il naufrago perlomeno ha una ragione; è una ragione per niente lucida e sicuramente dettata dalla follia di una situazione estrema. E' una ragione follemente ragionevole. I nazisti di ragioni ne avevano poche e tutte fuori di senno. E quegli stessi occhi erano quelli che per l'ultima volta hanno incrociato quelli del babbo, rasato, in pigiama di flanella, che veniva trascinato sotto la "doccia", mentre dei soldati nazisti che schiumavano bava di odio incomprensibile gli puntavano una mitraglietta contro. Quegli occhi che non videro più, ma videro per sempre. Perché non videro più i loro genitori, che venivano mandati a sinistra, verso le docce, anziché a destra, verso le camerate. A mai più, babbo. A mai più, mamma. Non glielo poterono dire. Ma videro per sempre, chissà per quante volte, nella loro mente, le oscenità di quei malati di mente, ad Auschwitz, a Dachau, a Buchenwald. Quei malati di mente affetti dai morbi più gravi e incurabili della nostra specie. Una cattiveria incomprensibile, a volte un sadismoAuschwitz - Ad un certo punto nel film una donna scampata allo Shoah dice:"E' inconcepibile come un essere umano come me, come te, come voi, possa mettersi al tavolino e progettare questa tortura." Inconcepibile. inconcepibile. Purtroppo incomprensibile e inconcepibile sono gli unici aggettivi che si può metter accanto a quei sostantivi. Non ne viene a mente altri. Una malattia che riduceva la gente a degli scheletri. Quando gli americani liberarono i superstiti, questi sembravano tutti novantenni malati di qualcosa di grave e invece erano magari ventenni o poco più. E' un eufemismo chiamarli magri, barcollavano, che da un momento all'altro potevano cadere morti sfiniti con gli occhi in fuori. Camminavano dondolando, quasi sembravano alla ricerca di qualcosa, forse della vita che avevano perso lì dentro, forse dell'anima venduta a quegli invasati. "Appena attaccavano la corrente elettrica al filo spinato alcuni ci si gettavano contro, per andarsene da quell'inferno. Ma per ogni suicidato, i soldati tedeschi ne prendevano altri 100 e li fucilavano davanti a tutti. Come esempio. Non potevamo neanche decidere sulla nostra vita. Mi chiedevo, allora, cosa volessero da noi. Pensai l'anima. No, mi dissi, non gliela lascerò prendere, la mia anima". Quei malati mentali avevano tolto loro la vita, nella quale restava solo il ricordo a confortarli, che in quei momenti non doveva essere mai abbastanza. Avevano negato loro una famiglia, una vita, un corpo. Chi era fortunato, veniva usato per esperimenti sul suo corpo, l'unica cosa che gli restava. Sfigurati per sempre, ma vivi.
Una dei cinque protagonisti, bambina, ricevette dalla madre dei diamanti "per comprarsi il pane, appena avesse sentito fame". Non la rivide più, la madre. Ma ingoiando e recuperando di volta in volta i diamanti per non farseli scorgere dai soldati nazisti, oggi, cinquant'anni dopo, ha ancora quell'unica cosa che ha toccato sua madre, oltre lei: i diamanti. L'unica cosa che le resta di sua madre. E se li prende, li tocca, e se li coccola, se li dondola nelle dita, quasi li abbracciasse con quelle dita, quasi ci fosse la mano di sua madre, in quella sua mano.
Le figlie di un altro di quei cinque, un giorno, vollero parlargli :"Ti faremo il regalo più bello che tu abbia mai ricevuto: una famiglia". 17 nipoti. Sì, capito bene. E non sapete la gioia che ci ha riempito il cuore quando sorrideva, quest'uomo senza un'adolescenza, sorrideva e guardava quello che non aveva mai avuto, che gli era stato tolto, brutalmente, senza una ragione: una famiglia.
Il film finisce così. Con il racconto della felicità di oggi di quelle persone, che si sono rifatte una vita, che ora hanno una famiglia tutta loro, hanno anche ruoli prestigiosi all'interno della società. In culo all'invidia degli ariani. Perché tale era. Era infantile invidia. Chiamatela come volete: xenofobia, razzismo, discriminazione. I tedeschi volevo eliminare gli ebrei perché questi avevano delle qualità stratosferiche. Erano così bravi che stavano guardando dall'alto in basso la scala sociale. Erano ricchi perché spesso erano straordinariamente capaci soprattutto nelle attività economiche. Banchieri, commercianti, imprenditori. Erano straordinariamente capaci in tutto. E il fatto che il ruolo di molti dei superstiti allo Shoah sia ancora uguale o simile a quello che avevano i loro genitori o i loro nonni prima che la mente irrefrenabile di quella testina di vitello combinasse tutto quello schifo, è una riprova di questo. C'è da fare un'ultima riflessione prima di aspettare il prossimo 27 gennaio. Bisogna rimuginare sul fatto che per frenare definitivamente quello schifo che combinò la testina di vitello ci volle una decina d'anni qualcosa più, qualcosa meno. Perché il tutto fu graduale. Tutto andava avanti per fasi, senza che la gente se ne accorgesse. Come il movimento della Terra: non ti accorgi che si muove, eppur si muove, come disse qualcuno ben più famoso. Una legge oggi, una domani, una dopodomani. Funzionò così. Piano piano le limitazioni divennero sempre di più, mentre la gente non se n'accorgeva. La burocrazia all'ennesima potenza. Un potere legale che trasformò la possibilità di guidare un Paese in una tragedia voluta da un pezzente e dai suoi seguaci parimenti qualificabili. Una trasformazione che potrebbe succedere dovunque, in qualunque momento, anche oggi. E' anche per questo che non bisogna dimenticare. La storia insegna non solo a scuola. E la giornata della memoria non deve esistere solo il 27 gennaio. Lo deve essere ogni giorno che passa. Teniamo gli occhi aperti. Sempre. Non ci facciamo accecare. Mai.


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