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L'inviato
speciale di ElbaSun |
L'hanno chiamata la giornata della
memoria. Spesso la memoria agisce più efficace e libera e spontanea e genuina quando noi,
uomini del secondo Novecento, la si usa da soli, silenziosi, mentre si riflette,
silenziosi, e si ripensa, silenziosi, a qualcosa che magari non abbiamo mai visto, ma sul
quale, silenziosi, abbiamo
buttato anche un solo occhio in qualche documentario su Rai Tre o su qualche libro di
storia o un orecchio ai racconti commossi e commoventi dei nonni e noi ad ascoltare,
silenziosi, e tramite questi racconti audio-visivi si può vedere, silenziosi, qualcosa
che non abbiamo potuto, fortunatamente, vedere. Silenziosi, pensiamo a qualcosa che non
abbiamo mai visto se non raccontato, chiacchierato, fotografato, filmato (con il becco
d'un aquila in alto a destra con scritto: Luce). Pensiamo silenziosi. E quella, forse, è
la memoria migliore, la più efficace, quella che davvero, a volte e solo a volte, ti dà
delle risposte e che sempre, invece, ti dà delle domande. Anche quelle sono utili,
spesso. In certi casi non vorresti mai lasciarlo, quel momento, isolandoti dal mondo: Via
tutti, che voglio pensare, voglio riflettere. Oppure ci sono i momenti in cui ci si
riunisce, per ricordare insieme, parlando sul come, dove e soprattutto perché diavolo
tutto ciò: ecco a voi il maledetto Olocausto.
A Livorno il luogo della
memoria più efficace, più diretto è stata la proiezione al cinema "Quattro
Mori" de "The Last Days" di Steven Spielberg. E' in questi casi che si vede
il grande regista o il grande produttore. Certo i dinosauri del Jurassik Park o
l'extraterrestre dal dito in aria facevano riempire sale, botteghino e portafoglio, ma il
vero regista si vede anche da questo. Il titolo dice già tanto della pellicola. Sono gli
ultimi giorni (in realtà si parla dell'ultimo anno) del Terzo Reich e al baffetto unto
del Führer manca poco a sparire finalmente, definitivamente dalla storia di questa nostra
terra, che non lo merita. Un film costruito integralmente sulle voci (originali in
inglese, tradotte dai sottotitoli) di cinque ungheresi (tre donne e due uomini)
sopravvissuti allo Shoah, a parlare alla telecamera di come andavano le cose, laggiù, in
quei campi vergognosi. Dalla deportazione al ritorno a casa.
Ogni tanto uno dei cinque si spostava chi con il marito, chi con i figli, chi con i nipoti
proprio sui luoghi maledetti che aveva visto 50 anni prima e forse più, con occhi ben
diversi. Sul luogo dei lavori forzati, sul luogo delle disumane latrine, nelle penose
camerate, negli inesorabili forni crematori. Avevano visto tutti quei posti con gli occhi
giovanili di al massimo 16 anni, gli occhi del non sapere cosa avverrà dopo e gli occhi
della tristezza di voler tornare libero da una prigionia incomprensibile e gli occhi della
sofferenza per pene ingiuste e gli occhi imploranti che chiedono per quale motivo siano
rei di una colpa che non hanno e di un reato che non hanno mai commesso e gli occhi
imploranti che chiedono e si chiedono Dov'è Dio? E gli occhi della liberazione di vedere
la luce alla fine del tunnel e di respirare l'aria come mai avevano respirato e di
mangiare come mai avevano mangiato e di tornare in una casa che ormai non hanno e
incamminarsi verso una patria che non c'è per loro, a riprendersi un'identità e una
famiglia che ormai sono scomparsi dalla loro vita, prima di tutto, ma anche dalla storia
dell'uomo. E sono usciti di là con gli occhi del naufrago. Del naufrago: occhi che non
possono dimenticare cosa hanno visto. I superstiti dei naufragi avevano visto di tutto
sulle zattere di salvataggio: l'uomo poteva arrivare ad uno stadio così estremista del
suo egoismo da non crederci, arrivando al cannibalismo. Gli stessi occhi hanno i
superstiti allo Shoah. Che non possono, né potranno mai dimenticare cosa hanno visto.
Dove può arrivare lo stadio negativo dell'anima umana, ad azioni così cattive, sadiche
da non crederci. Anzi: forse è peggio della condizione del naufrago, perché il naufrago
ha fame e deve mangiare. Il naufrago perlomeno ha una ragione; è una ragione per niente
lucida e sicuramente dettata dalla follia di una situazione estrema. E' una ragione
follemente ragionevole. I nazisti di ragioni ne avevano poche e tutte fuori di senno. E
quegli stessi occhi erano quelli che per l'ultima volta hanno incrociato quelli del babbo,
rasato, in pigiama di flanella, che veniva trascinato sotto la "doccia", mentre
dei soldati nazisti che schiumavano bava di odio incomprensibile gli puntavano una
mitraglietta contro. Quegli occhi che non videro più, ma videro per sempre. Perché non
videro più i loro genitori, che venivano mandati a sinistra, verso le docce, anziché a
destra, verso le camerate. A mai più, babbo. A mai più, mamma. Non glielo poterono dire.
Ma videro per sempre, chissà per quante volte, nella loro mente, le oscenità di quei
malati di mente, ad Auschwitz, a Dachau, a Buchenwald. Quei malati di mente affetti dai
morbi più gravi e incurabili della nostra specie. Una cattiveria incomprensibile, a volte
un sadismo
inconcepibile. Purtroppo
incomprensibile e inconcepibile sono gli unici aggettivi che si può metter accanto a quei
sostantivi. Non ne viene a mente altri. Una malattia che riduceva la gente a degli
scheletri. Quando gli americani liberarono i superstiti, questi sembravano tutti
novantenni malati di qualcosa di grave e invece erano magari ventenni o poco più. E' un
eufemismo chiamarli magri, barcollavano, che da un momento all'altro potevano cadere morti
sfiniti con gli occhi in fuori. Camminavano dondolando, quasi sembravano alla ricerca di
qualcosa, forse della vita che avevano perso lì dentro, forse dell'anima venduta a quegli
invasati. "Appena attaccavano la corrente elettrica al filo spinato alcuni ci si
gettavano contro, per andarsene da quell'inferno. Ma per ogni suicidato, i soldati
tedeschi ne prendevano altri 100 e li fucilavano davanti a tutti. Come esempio. Non
potevamo neanche decidere sulla nostra vita. Mi chiedevo, allora, cosa volessero da noi.
Pensai l'anima. No, mi dissi, non gliela lascerò prendere, la mia anima". Quei
malati mentali avevano tolto loro la vita, nella quale restava solo il ricordo a
confortarli, che in quei momenti non doveva essere mai abbastanza. Avevano negato loro una
famiglia, una vita, un corpo. Chi era fortunato, veniva usato per esperimenti sul suo
corpo, l'unica cosa che gli restava. Sfigurati per sempre, ma vivi.
Una dei cinque protagonisti, bambina, ricevette dalla madre dei diamanti "per
comprarsi il pane, appena avesse sentito fame". Non la rivide più, la madre. Ma
ingoiando e recuperando di volta in volta i diamanti per non farseli scorgere dai soldati
nazisti, oggi, cinquant'anni dopo, ha ancora quell'unica cosa che ha toccato sua madre,
oltre lei: i diamanti. L'unica cosa che le resta di sua madre. E se li prende, li tocca, e
se li coccola, se li dondola nelle dita, quasi li abbracciasse con quelle dita, quasi ci
fosse la mano di sua madre, in quella sua mano.
Le figlie di un altro di quei cinque, un giorno, vollero parlargli :"Ti faremo il
regalo più bello che tu abbia mai ricevuto: una famiglia". 17 nipoti. Sì, capito
bene. E non sapete la gioia che ci ha riempito il cuore quando sorrideva, quest'uomo senza
un'adolescenza, sorrideva e guardava quello che non aveva mai avuto, che gli era stato
tolto, brutalmente, senza una ragione: una famiglia.
Il film finisce così. Con il racconto della felicità di oggi di quelle persone, che si
sono rifatte una vita, che ora hanno una famiglia tutta loro, hanno anche ruoli
prestigiosi all'interno della società. In culo all'invidia degli ariani. Perché tale
era. Era infantile invidia. Chiamatela come volete: xenofobia, razzismo, discriminazione.
I tedeschi volevo eliminare gli ebrei perché questi avevano delle qualità
stratosferiche. Erano così bravi che stavano guardando dall'alto in basso la scala
sociale. Erano ricchi perché spesso erano straordinariamente capaci soprattutto nelle
attività economiche. Banchieri, commercianti, imprenditori. Erano straordinariamente
capaci in tutto. E il fatto che il ruolo di molti dei superstiti allo Shoah sia ancora
uguale o simile a quello che avevano i loro genitori o i loro nonni prima che la mente
irrefrenabile di quella testina di vitello combinasse tutto quello schifo, è una riprova
di questo. C'è da fare un'ultima riflessione prima di aspettare il prossimo 27 gennaio.
Bisogna rimuginare sul fatto che per frenare definitivamente quello schifo che combinò la
testina di vitello ci volle una decina d'anni qualcosa più, qualcosa meno. Perché il
tutto fu graduale. Tutto andava avanti per fasi, senza che la gente se ne accorgesse. Come
il movimento della Terra: non ti accorgi che si muove, eppur si muove, come disse qualcuno
ben più famoso. Una legge oggi, una domani, una dopodomani. Funzionò così. Piano piano
le limitazioni divennero sempre di più, mentre la gente non se n'accorgeva. La burocrazia
all'ennesima potenza. Un potere legale che trasformò la possibilità di guidare un Paese
in una tragedia voluta da un pezzente e dai suoi seguaci parimenti qualificabili. Una
trasformazione che potrebbe succedere dovunque, in qualunque momento, anche oggi. E' anche
per questo che non bisogna dimenticare. La storia insegna non solo a scuola. E la giornata
della memoria non deve esistere solo il 27 gennaio. Lo deve essere ogni giorno che passa.
Teniamo gli occhi aperti. Sempre. Non ci facciamo accecare. Mai.
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