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L'inviato
speciale di ElbaSun diego-pretini@elbasun.com |
I giornalisti la chiamano la notte più
lunga dell'anno. Mica perché la fase oscura della giornata duri di più del solito, ma
perché questa nottata è vista in senso strettamente (anzi: esclusivamente)
antropologico. Spiegatoci senza parolacce: il punto di vista, in questa magica notte, è
quello dell'uomo, non quello della natura. Per la natura è una nottata come un'altra (è
nuvoloso come un 14 dicembre, il mare ondeggia come un 24 febbraio, gli uccellini vanno a
dormire come un 12 gennaio, le zanzare non ci sono perché fa freddo, secco per giunta,
come ogni inverno
).
Ma la notte tra il 31 dicembre e il primo
di gennaio diventa la più lunga dell'anno, per noi. Per festeggiare il vecchio anno che
se ne va con la sua piccola grande storia e il nuovo che sta per iniziare con le sue
piccole grandi speranze. Ogni fine (o inizio, fate voi) di anno è spinta dal solito
sentimento. Quello di salutare l'anno che abbiamo vissuto o vivremo, un anno che non
tornerà più. Non ci sarà più un '99, come un 2000, come un 2001. E forse per questo
festeggiamo la fine del vecchio e l'inizio del nuovo. Si fanno feste in onore a qualcosa
di laico una volta ogni tanto. A qualcosa che è pura invenzione dell'uomo, convenzione:
la divisione del tempo. Millenni, secoli, anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi. Pura
convenzione nata dall'ingegno dell'uomo. E si festeggia, una volta ogni tanto, qualcosa di
laico. Il che pulisce, in un certo senso, l'anima umana da un'ipocrisia crescente che
spesso si riproduce durante i giorni natalizi. E allora tutti insieme in piazza o tutti
insieme in casa, feste pubbliche o private, la notte tra amici, parenti o gente mai vista
né conosciuta, che magari si conosce proprio nel fatidico attimo del giro di boa
temporale. Una notte che si riempie di magia, un cielo che si riempie di colori mai visti,
innaturali, un bicchiere che si riempie di spumante, chissà perché bevanda ufficiale del
capodanno (e gli astemi?).
E Livorno è città di gente cosmopolita da sempre (il sindaco? Salernitano; il presidente
della squadra di pallone? genovese;
) e si comporta, si deve comportare da tale, nel
suo piccolo. A Parigi gente a perdita d'occhio intorno alla fluorescente Torre Eiffel? A
Berlino gente a perdita d'occhio intorno all'illuminata Brandenburg Tor? A Londra gente a
perdita d'occhio in Trafalgar Square? A Mosca gente (e birra
) a perdita d'occhio al
Cremlino? Bene. Anche Livorno sfoggia le sue ricchezze:
tre feste, non solo una, in tre punti storici, tra i più belli della città. Primo: il
Cisternone di Pasquale Poccianti, una dei più affascinanti frutti del revival gotico
della prima metà dell'Ottocento. Secondo: piazza della Repubblica, il ponte più largo
d'Europa (non lungo: largo), perché sotto ci passa uno dei tanti Fossi Medicei che
triturano il centro città, specie nella parte della Venezia (non a caso ha questo
nome
). Terzo: la Terrazza Mascagni, capolavoro architettonico che guarda il mare e
si fa guardare da tutti per quant'è bella e alla quale è stato rifatto il trucco da
poco, rimessa su in chiave ottocentesca (come era nata e cresciuta, prima che le due
guerre, et-voilà, soffiassero via anche questa). Il viale che accompagna fino al
Cisternone ha il nome di Giosuè Carducci. Di cipressi, comunque, nemmeno l'ombra.
Comunque di solito è nevrastenico, nervoso, schizofrenico, pazzo per quanti veicoli, di
ogni specie lo percorrono, in su e giù, ad ogni ora, in ogni modo, per qualunque motivo
pensabile. Stasera no. E' silenzioso, calmo, rilassato. Sembra di sentirne anche un lieve
sospiro di sollievo. Invece dei pesanti pneumatici di camion, jeep, utilitarie e berline
lo solleticano scarpe a tennis o tacchi a spillo, lumberjack o new balance. Il Cisternone
(ancora attivissimo: distribuisce l'acqua nelle abitazioni di una zona del centro) è
tutto colorato dalle luci psichedeliche che partono dalla striscia bianca sudicia sdraiata
per terra, quella del semaforo. Là, di solito, ci sono eserciti di motorini e legioni di
vespe che all'unaemezzo provengono dalle "prigioni" del Liceo Scientifico e
dell'Istituto Tecnico e che sgasano aspettando il verde come l'ultima sirena in un
cantiere, vogliosi di casa del tavolino e del pranzo. Stasera, lì, c'è
gente che balla.
Il Cisternone multicolor, però, fa solo da scenografia allo spettacolo. Più avanti ci
sono un palco, un gruppo musicale rinomato in tutta Italia e una bella donna, una delle
tante che accompagnano i santi e i martiri (non proprio con la stessa austerità
)
sui calendari. Il gruppo musicale sono i Los Locos (italiani, ma cantano solo in
spagnolo
) e la bella donna è Manuela Arcuri (italiana, ma parla solo in romanesco).
Più in là un aggeggio meccanico comanda un gioco di fontane mobili, che fanno tripli
salti con avvitamento, giocano, si rincorrono, si intrecciano tra di loro. Fontane false,
che non ci sono mai state lì. E mai, probabilmente, ci saranno. Però stasera ci sono e
la loro figura la fanno. Per arrivare al secondo punto nevralgico dell'ultimo del
millennio livornese basta fare trecento metri a piedi in una sovraffollata via De
Larderel, che sembra la versione notturna di via Ricasoli (la 5th Avenue livornese: ne
parleremo, siate pazienti
). Fai quei trecento metri a piedi, in mezzo di strada e
questo ti mette una strana sensazione addosso, perché l'hai sempre fatta in motorino,
macchina, autobus quella via e ora ti ritrovi a calpestare quell'asfalto con cui hai
sempre avuto un contatto indiretto. Nel senso che l'hai sempre vista di sfuggita, senza
far caso a come sono davvero i palazzi, per esempio. Queste cose, invece, avvengono solo
quando cammini. Puoi avere un interlocutore, è vero, ma camminando puoi avere l'occasione
di guardare, a destra e a manca. Anzi non guardare: osservare. E' diverso.
Siccome se continuiamo ancora arriviamo a dimensioni evangeliche, facciamo così: finisce qui la prima parte del Capodanno 2001 livornese, la seconda alla prossima settimana

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