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L'inviato speciale di ElbaSun Ceriale: 2 Luglio 1637 |
Era una notte d'estate come tante, come adesso. L'inizio dell'estate porta sempre un certo torpore, desiderio di riposo e i sensi di ciascuno di noi s'intorpidiscono, s'addormentano al primo calore. Lontano dai pensieri dei cittadini era il monito che la comunità di Albenga aveva lanciato avvisando le autorità dei comuni viciniori di stare all'erta, aumentando il numero delle sentinelle armate, per voci giunte circa attacchi di pirati provenienti dal mare.
I pescatori della zona, come ogni sera, si erano allontanati in mare per la
consueta pesca notturna, la comunità si era adagiata in un sonno ristoratore e
tranquillo. Niente e nessuno potevano immaginare quello che sarebbe successo in quella
notte, quale importanza avrebbe avuto, proprio per la tragicità dell'evento, quella
fatidica notte tra l'1 e il 2 luglio 1637. La veridicità del fatto è testimoniata dal
Rev. Giovanni Rossano, rettore di Ceriale, in una lettera inviata a Pietro Rossano di
Alassio in cui narra il fatto vissuto da protagonista.
Nel buio e nel silenzio della notte otto
galere considerate e soprannominate turche, in effetti, erano costituite da pirati
Algerini e Tunisini, sbarcarono sulla spiaggia di Borghetto S. Spirito, comune confinante
con Ceriale a levante, i cui cittadini meno sprovveduti, si difesero dall'attacco
soprattutto grazie alle mura innalzate a riparo della città. I pirati, non soddisfatti,
si avvicinarono a Ceriale. Furono avvistati da pescatori in mare i quali, scambiandoli per
marinai spagnoli non diedero l'allarme; il bastione costruito per la difesa era sprovvisto
di polveri
e di uomini a far da
sentinella. I "turchi", comandati da un certo Ciribì, entrarono indisturbati
sbarcando sia dalmolo San Sebastiano, località Pineta, che sulla spiaggia più vicina al
centro del paese, in tutto circa 800 uomini. Si avvicinarono alle case in silenzio e
iniziarono il saccheggio gridando e sparando cogliendo nel sonno la maggior parte delle
persone. Fu una notte di terrore e di morte; gli uomini svegliati dalle urla, cercarono di
darsi alla fuga e di nascondersi nei luoghi più impensati, alcuni di loro furono fatti
prigionieri insieme a donne e bambini. Furono saccheggiate le case portando via
biancheria, ori, oggetti in rame, stagno e in molte case furono rotte le giare piene
d'olio o di vino. Il reverendo del paese, Don Rossano, fu costretto a consegnare le chiavi
della chiesa dopodiché si rifugiò insieme con altri uomini nel Campanile. Quindi i
"turchi" entrarono in chiesa e lì continuarono la loro opera di distruzione
portando via i paramenti, i veli, i calici, le croci, distruggendo le immagini e le sacre
reliquie e appiccando fuoco al tabernacolo e alle statue sacre. Infine diedero fuoco al
campanile provocando la morte di diversi uomini, altri, tra i quali il reverendo Rossano,
riuscirono a scappare prima di rimanere intrappolati. A ricordo di questo saccheggio resta
un crocifisso ligneo cinquecentesco, perforato in due
punti da una palla di un archibugio, che si può ancor oggi ammirare nella
chiesa parrocchiale ricostruita interamente.
Il bilancio tragico di quella notte fu di 64 uomini, 125 donne e 94 fanciulli fatti schiavi, e 14 morti bruciati di cui 8 nel campanile. In tutto 305 persone, la metà degli abitanti della comunità cerialese.
Passato un primo momento di sconforto e
di disperazione, la comunità si attivò per il riscatto dei prigionieri e le trattative
iniziarono alla fine del 1637; mediatore fu un certo Cristiano Ascoli (cerialese ed
anch'egli fatto prigioniero in quella fatidica notte) il quale faceva continui viaggi tra
Algeri, Tabarca e Ceriale, riscuotendo una provvigione per ogni persona riscattata.
Al termine delle trattative 230 persone furono riscattate, quattro risultarono morte in schiavitù e due donne, per quanto riscattate, non ritornarono (di una si è scritto "rinunciò alla propria religione e si fece turca" e dell'altra "morì libera a Tabarca")
Il saccheggio di Ceriale fu uno dei più disastrosi tra quelli che si verificarono in Liguria, per i danni che arrecò e per il numero elevato dei prigionieri. Purtroppo questo è dovuto alla leggerezza degli abitanti nel vigilare e all'ingenuità dei pescatori che, avvistate le galere, non si resero immediatamente conto del grave pericolo incombente.
Questo fatto è ricordato praticamente ogni anno, mediante manifestazioni e rievocazioni storiche, nei primi giorni del mese di luglio. La rievocazione a volte ha un sapore folcloristico, ma fondamentalmente deve servire a non dimenticare una vicenda del passato molto importante che ha segnato profondamente la comunità cerialese.
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