UN SALOTTO AL CENTRO DI ROMA
INCONTRO PITTURA E POESIA

personale di
FRANCO SANTAMARIA

Immaginate una stanza salotto ampia dieci metri quadrati, verniciata di un bianco candido che offre all’occhio l’effetto di trovarsi a galleggiare nel nulla universo. I quadri alla parete sembrano fluttuare e nello stesso tempo ti affascinano al punto di sentire prepotente la sensazione di volerti attaccare a loro per non cadere, in quanto avverti la mancanza di forza di gravità.

Quelle frasi incorniciate in un trafiletto di legno nero, i dipinti allo stesso modo ti lasciano senza respiro, ma sei felice di galleggiare con loro: parole e immagini nell’immenso spazio, creato dal bianco candido della stanza.

Lentamente i visitatori giungono e il “salotto” si riempie (una ventina di persone) e si ha la certezza di trovarsi tra le nubi e in mezzo ai quadri che delimitano, idealmente, lo spazio.

Questo scenario è stato preparato da Marina Zatta, responsabile dell’Associazione Culturale «Il pane e le rose» (una sezione distaccata della Soqquadro Associazione), per la personale di Franco Santamaria (cui già ci siamo occupati della sua raccolta di liriche «Storie di echi» edizione Ferrraro E.).

Franco Santamaria, reduce dai successi in alcuni Paesi dell’Europa nascente (la prima risale al 1995), con questa mostra, abbinata alla preparazione del “Salotto” voluto necessariamente candido dalla Zatta, riesce a creare una suggestione inenarrabile, e per spiegare quanto lo sia stata, per tutti i presenti, non si può che ricorrere a Leopardi: «…lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno».

Avrei voluto iniziare il nostro colloquio parlando della poesia del nostro, molto diversa e più alata di «Storie di echi», ma non limitata ad un’elite, anzi!… anche perché immagini e versi si completano e si alternano a vicenda in un connubio “profondo” proprio perché entrambe le forme d’arte pur se diversissime, diventano gemelle.

Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a questo tipo di forma d’arte (forse è nell’aria un ritorno all’astrattismo? Sta per nascere o è già nato un neo astrattismo?), già nel sito www.guttacavat.com («Gutta Cavat Lapidem» che significa «La goccia scava la roccia»), di Remil avevo notato l’abbinamento immagine poesia, ma in modo diverso: qui la poesia è compendio all’immagine, in Franco Santamaria è connubio inscindibile.

Era da molti anni che non frequentavo Circoli Culturali, mi sembrava che tutto quanto in essi era fatto o rappresentato fosse scontato, senza innovazione di nessun genere, sempre i soliti oratori, la medesima prassi di presentazione. Mi aveva disturbato anche (forse per questo mi ero allontanato del tutto) il fatto di assistere alla presentazione di quattro volumi diversi e sentire le stesse parole e da critici famosi; quattro libri diversi e anche nel genere che avevano tutti e quattro la stessa tematica e la medesima matrice, nulla variava: la poesia descriveva il contenuto del libro di narrativa come questo conteneva quello della commedia e nello stesso tempo della raccolta di saggi. Forse per questo me ne stavo distratto e un poco annoiato aspettando l’apertura della manifestazione, rincorrendo l’immagine di cavalli senza cavalieri… che passavano di corsa davanti ai miei occhi e nella mente:

«Allora passano di corsa
anche cavalli senza cavalieri e sterminati treni vuoti,
e vibrano - come di giorno - certi suoni di organo,
atonali come bastone su maschera di alberi maceri».

E mentre inseguivo i cavalli tenendo fissa l’immagine «di alberi maceri», una voce calda e sensuale rompeva il silenzio (per modo di dire ché le persone sedute nel piccolo immenso salotto, commentavano sottovoce formando un mormorio continuo come lo scorrere lento e turbinoso allo stesso tempo di uno dei fiumi del Sud, che si sentono solo nella stagione invernale): la voce proviene da Marina Zatta. Di scatto, come un bambino colto a rubare la marmellata, mi volto e cancello con forza le immagini che inseguivo e m’inseguivano.

“Sulle opere che vedete, sia pittoriche sia poetiche, c’ è poco da dire perché parlano da sole. C’è da sottolineare un pensiero che Vittorio Mazzone ebbe modo di esprimere durante una personale del nostro amico Franco Santamaria, di cui oggi ammiriamo le opere e festeggiamo questa sua innovazione dell’arte: Arte di generi diversi che si completano in un amoroso connubio. Un pensiero di Mazzone, dicevo, che esprime e chiarifica la prima sensazione che ci afferra appena ci troviamo di fronte alle opere del Santamaria: «il profondo calore umano ti prende subito». Le immagini sono là, ferme, statiche in un preciso momento della fantasia creativa, parlano da sole; da sole narrano il «Tormento lacerante» con una descrittività elementare e altamente sentita, artisticamente parlando. Del loro valore artistico, se ne parlava poc’anzi, non si discute, come non si discute il connubio complementare tra i due generi che qui vediamo per la prima volta credo, nella storia moderna delle personali. La tematica, pur essendo varia, non toglie niente alla suggestione che le immagini riescono a creare nella mente del visitatore, anche la stessa staticità delle figure possiede un’attrazione palese: attrazione che fa sbocciare subito un feeling tra visitatore e autore sia con i versi viscerali e scevri da complicazioni intellettualistiche, sia con le immagini pur nella loro varietà. Forse proprio per questo, ti rapiscono per ripassarti nella memoria i versi toccanti e realistici, in cui la metafora è puramente virtuale. Questo, volevo dire – conclude Marina Zatta – e ve l’ho detto. Ora ascoltiamo le poesie lette dall’attrice Chiara Cervone».

Per un attimo mi sono ritrovato afasico. Avrei voluto parlare ma qualcosa mi serrava la gola. Non era sbagliata la sensazione provata appena visto il locale e il “Salotto” come per miracolo, non mi ha fatto assistere ad una delle solite presentazioni che vogliono dare la sensazione di essere accademiche e altisonanti, da farti sentire piccolo piccolo, mentre i critici, quelli con un budget con sei zeri, ripetono, come ho già detto, le stesse parole per tutte le occasioni.

Nell’attimo di silenzio che ha preceduto la lettura della prima poesia ho sentito il suono della mia voce che diceva al pubblico presente: «Vi posso chiedere un favore? Mentre leggiamo le poesie, ormai credo avete già impresso nella vostra mente ogni dipinto, chiudete gli occhi e ascoltando la poesia vi accorgerete di vedere anche il dipinto. Facciamo questo gioco, per piacere, che dopo ne parliamo insieme all’autore?»

Come per incanto non si è udita che la sola voce della Cervone che leggeva la poesia mentre gli astanti rimanevano ad occhi chiusi assorti; sembrava che non respirassero neanche per paura di interrompere l’incanto che era venuto a crearsi.

E quando Chiara Cervone ha chiuso la poesia «Allegoria della morte»

«fischiando nei canali e tra i freddi sacrari;
vibrano rotti suoni di organo»

si è udito un unico respiro languido di innamorati perduti nella profondità del sentimento.

Poi si sono susseguite le letture delle altre poesie, tutte affrontano la tematica cara ad ogni poeta: la vita, l'amore, la pace, la fraternità tra gli uomini, con la differenza che in Santamaria acquistano un valore diverso: il significato vero delle parole e del sentimento che sembra balzare fuori delle tele, confondersi con i versi e questi mischiarsi con i colori e le immagini piane e vertiginose impresse sulle tele.

Ora, che i presenti hanno imparato a vedere con le orecchie, nell’immensità del salotto, ci si sentiva tutti a proprio agio e il discorso, inscenato tra la lettura di una poesia e l’altra è stata una chiacchierata, non salottiera, ma utilmente culturale ed esistenziale.

Ad ogni verso le immagini si susseguono alle immagini come grani del rosario:

«Ho tanto sognato di volare nei cieli dell'anima
a spiegarmi perché mondi irrequieti, disumani…», (Antico steccato)

Una gran quantità di uomini, forse l’immensa maggioranza, pensa soprattutto a star bene, che se ne cale se i «mondi sono irrequieti e disumani?». A tutti importa la salute perché la cosa più naturale e nello stesso tempo più morale, poiché il proverbio «mens sana in corpore sano» è una verità che, ragionevolmente, non può essere messa in dubbio. Ma, oltre alla salute, altri uomini e donne non hanno altro pensiero che gli affari, il danaro, i comodi della vita, gli onori, le cariche, il favore della gente, il divertimento. Questo genera un numero incredibile di preoccupazioni che non permette all'uomo di star bene. Si temono le crisi nel commercio, si invidiano e si odiano quelli che son più fortunati, non si riesce a dormire quando insorgono le difficoltà — e ne insorgono continuamente —, si rinuncia al riposo, al divertimento, alla propria educazione, a tutto ciò che di bello la vita ci offre.

«La terra conosce le sue morti:
dall'impurità degli odori e dei voli, neri
sui fiumi neri di schiuma;
dalla neve che si strugge in valanghe
allineando lame di granito
su buie depressioni;
dai lunghi cortei

in nero delle formiche verso città in rovina» (Da corpo di sconfitto guerriero)

L'uomo quando è felice non vede neanche i lunghi cortei delle formiche che vanno verso le città in rovina; eppure per il Poeta – Pittore Franco Santamaria quando, attraverso l’arte, fa del bene, trova in questa buona azione il segreto della gioia vera. La felicità è così sostanziale che chi la raggiunge e la prova comprendendo il suo dire sia nell’uno sia nell’altro genere, finisce con lo star meglio. Sentendo di stare bene, in pace con sé stesso, bada solo a far bene. In questo modo vive effettivamente la vita in un continuo migliorare nel bene, nella virtù, nel possesso sicuro e tranquillo di sé stesso.

«Sulla cima
di un calanco era la mia terra,
cullata da un guscio di fossile millenario.

Eden lontano - a cui la mia sofferenza tende
in rami di albero ferito, quando un uomo piange
in attesa di un messia». (In un guscio la mia terra)

Come si nota, il paesaggio è animato da quella stessa triste religione che muove i suoi sentimenti risvegliati «da un guscio di fossile millenario» perché parte integrante della sua terra, anche perché «l’Eden lontano» fa rivivere l’uomo che piange in attesa di un nuovo Messia.

Ricordate il Manzoni, e la bellissima parlata del diacono Martino nell’Adelchi, quando quell'immenso spaziare dello sguardo nelle solitudini alpine riempie il cuore di una religiosa trepidazione del miracolo, e su tutto scorre l'aura della Provvidenza che guida i passi dell'umile messo mortale attraverso quell'impervio cammino, e il silenzio di quelle montagne, rievocato dal narratore, suona come l'accento stesso della parola di Dio, che deve rincuorare Carlo alla difficile e incerta impresa. Ricordate ancora la scena del IV capitolo dei Promessi Sposi, del venticello d'autunno, che stacca dai rami le foglie appassite dal gelso e le porta a cadere qualche passo distante dall'albero: tutta la scena del sole che si alza dietro il monte e che si spiega a poco a poco giù per i pendii e per la valle, delle vigne con le foglie rosseggianti della terra bruna lavorata di fresco, delle stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza, dovrebbe essere, e lo dice lo stesso Santamaria, una scena lieta, perché il pianto dell’uomo non è disperato ma di letizia in attesa del Messia.

Sulla «cima del calanco» voi sentite aleggiare come una religiosa mestizia («la mia terra, cullata da un guscio di fossile millenario»).

Non c'è spettacolo lieto in un mondo che non sia come temperato e sottilizzato dalla contemplazione, distaccata dall'uomo, dell'uomo, povera e tribolata creatura di Dio, dell'uomo che in Dio vive e serve; e non si lamenta il travaglio interno della natura che pare opprima ogni vivente, e aggravi ogni operazione, e l'ozio, e l'esistenza stessa, come una minaccia, come un castigo, come uno sgomento che insegna la fede, come il presentimento di un’apocalittica rivelazione divina.

«Nel fossile è la certezza del tempo
di aver fissato la falsa
immutabilità di un ordine diseguale
a sola esperienza della terra». (Legato a un fossile)

Quel paesaggio oscurato e come dimenticato nelle pene e nelle miserie della falsa immutabilità di un ordine diseguale dei protagonisti, si svelerà presente in tutte le parole e i sentimenti: governati dalle stesse leggi, oppressi dalla stessa fatalità, schiavi della loro stessa pena e miseria.

Qui inizia la salita del Calvario dell’espiazione, in cima al colle, al posto della Croce c’è un sole invitante ed egli si stacca dal suo pensiero come se l’anima e il corpo si scindessero per assaporare entrambi la gioia del «RISVEGLIO»

«Sì che s'aprono sentieri dove l'uomo coglie
da un fossile
un seme purificato e la luce
dolcemente carezza i morbidi seni di Gea». (Risveglio)

E vi par di toccarli con le mani sia lo spirito che il corpo, come dalla terra si coglie senza tema il «fossile purificato di luce». Dappertutto, tutto intorno alla montagna che racchiude il buio della morte e la luce eccelsa della Resurrezione, c’è un alone che è il sole del bene che illumina i seni di Gea perché siano carezzati: questo è Risveglio e Resurrezione che il Poeta auspica con altruistico interesse.

L'aridità dolorosa e impassibile che è nel cuore degli uomini, si scioglie, si diffonde e si esprime da tutto all’unisono col mondo, e questa speranza è abbandono cosmico e non la triste suggestione di una nenia. Sull'orlo di ogni fossato, dentro ogni calanco, nell'ora in cui cala la sera come un velo grigio, si ode come il suono lamentoso di un’ocarina o di un oboe; e allora il paesaggio si leva come una sfinge misteriosa a contemplare, partecipe ma impassibile, i dolori degli uomini:

«Ci sono vie e autostrade fra le nuvole non
a misura d'uomo, macabre
perché ad ogni fermata si levano e roteano
frammenti di pietre impazziti; perfino
i latrati sanno di terra,
quando la luna si dimezza
e scompare dietro corsie non più misteriose.

Qualcuno dirà che c'è dell'illogico
in tutto ciò e che i passi della grandine
non sono quelli dei guerrieri, anche se
affogano nidi o stracciano foglie condannate a finire». (Rituale)

Il Rituale verso l’ascesa catartica è appena iniziato. La compenetrazione del paesaggio e dell'uomo come di un'anima sola, umiliata nello stesso destino, spiega molti procedimenti letterari e pittorici dello stile del Santamaria. Io, per esempio, non troverò mai una similitudine che sia l'espressione fantastica del Poeta; la similitudine nasce dalle cose stesse vissute, fiorisce da quelli che sono i sentimenti e le abitudini e le esperienze che l’autore ha vissuto, anche se inesorabilmente resta impresso nell’anima sua e del lettore, come fossero «Sogni di farfalle»:

«Ma, resta il desiderio che non è più speranza
di scoprire i sentieri e le torri con le bandiere vittoriose;
il desiderio che non è più attesa
di osservare ad oriente il sole che sorge
dietro stilizzate ombre appena aleggianti per la brina
e di schiudere il mistero della sabbia che trattiene
il respiro del cielo fra le dune». (Sogni di farfalle)

Quale maturità e turgidezza umana non ha questa rappresentazione della terra! Sono rapidissimi cenni che svelano la costante unità del pathos dell'artista, in questo suo sentire complessivo gli uomini e le cose.

E tutto ciò avviene naturalmente, solo se lasciamo da parte per un attimo il mondo che ci circonda, che, nella durezza e nella tragica «normalità» della vita quotidiana ci appare un tutto compatto e immodificabile. E questo è un atto di fiducia nelle risorse razionali e spirituali dell'uomo ed al tempo stesso un messaggio di speranza per ciascuno di noi, impegnato con affanno nella quotidiana battaglia della vita.

Come pittore ci troviamo al cospetto di un’artista che fonda il proprio assunto poetico su una realtà trasfigurata dalla sua personale visione del mondo e della vita con le sue angosce e i suoi timori.

Tutto questo è stato detto senza concetti accademistici, tra persone che amano e s’intendono di Pittura e di Poesia, in un giorno di luglio nel “Salotto al centro di Roma”, un salotto cui Marina Zatta ha voluto le pareti bianco candido facendo sì che questo nitore desse, scenicamente, la sensazione di trovarsi in un vuoto universo a chiacchierare, con quadri e poesie, come se si camminasse sulle nuvole.

            Reno Bromuro                

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Reno Bromuro
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