Ricordando
Pier Paolo Pasolini

Ricordiamo Pier Paolo Pasolini nel ventiseiesimo anniversario della morte, ma cercando tra le cose del passato mi sono reso conto che tutto quanto avevo scritto il giorno dopo la sua morte e pubblicato il 12 novembre su "Il Baricentro" e il 2 dicembre su "La Voce Nuova della Regione" di Bari, mi sono accorto che molti concetti appena accennati sono stati ampiamente analizzati e fatti propri da persone eminenti, senza citare la fonte. Questo è il ricordo della morte di Pier Paolo Pasolini, mio e degli associati dell’A.I.A."Poesia della Vita".
Il Baricentro 12 novembre
1976
La Voce Nuova della Regione 2 dicembre 1976
"Osservo me stesso
massacrato col sereno. coraggio d'uno scienziato…„
Pier Paolo Pasolini
***
"Pier Paolo
Pasolini, già nel 1962 presagiva la sua morte".
Nella piazzetta dell'Idroscalo, a pochi metri da Ostia, è finita una vita coraggiosa e dedita esclusivamente, alla valorizzazione dei dialetti, perché fulcro ed espressione di un popolo, quel popolo che lui vedeva sfaldarsi inesorabilmente; alla valorizzazione spirituale di certa gioventù ormai ramificata in quella "vita violenta" delle borgate che lui amava elevare, e proprio perché amava, combatteva con tutte le sue forze.
Sulla tragica e oscura morte di questo grande scrittore del nostro tempo si sono dette le cose più vere con le espressioni più sincere e sentite, ma a nessuno è saltato lampante agli occhi il vero significato di questo martirio: l’affermazione dell'idea di qualcosa di sublime, l'idea ramificata fin nelle pieghe più remote del subconscio di Pasolini: l'elevazione spirituale dei ragazzi delle borgate.
E'
soltanto per l'affermazione di questa idea
che ha sacrificato la sua vita.
Quella vita che altre volte aveva messo a
disposizione dell’idea originaria.
Il valore intrinseco di quest’idea la cui affermazione doveva portarlo a mettere la parola fine alla vita terrena nasce, vive e si coltiva anche attraverso i suoi films, da "Vangelo Secondo Matteo", a "Uccellacci e Uccellini", a "Edipo Re", a "Teorema", a "Porcile", a "II fiore delle mille e una notte"; soprattutto in "Accattone" e "Mamma Roma".
Checché se ne dica e si dirà, resto sempre del
parere che Paolo cercava i giovani e per
arricchire la sua visuale poetica e per rimanere
ancorato, come ad un sogno, a quei dialetti che
tanto adorava; e per guidare (e portare al
traguardo) questa gioventù violenta verso la via
della elevazione spirituale, e perché no? anche
concreta e reale. Far di loro uomini sani e
coscienti di una realtà storica cui erano chiamati
(e lo sono tuttora) a realizzare.
La sua formazione letteraria, appunto, si svolge nelle borgate, ai margini dei grandi centri culturali, ma sempre nel contesto del gusto ermetico. Testimonianza ne sono le poesie in dialetto friulano scritte tra il 1941 e il 1953, poi raccolte in volume con il titolo "La meglio gioventù"; questa poesia ha per Pasolini non la nemesi del parlato popolare, ma nasce dal desiderio di una letteraria sperimentazione linguistica, in contrapposizione al verismo ottocentesco; sperimentazione alla quale è necessaria una materia verbale quanto più genuina possibile per poter superare quella tradizione aulica ancora petrarcheggiante.
Così
facendo, Paolo, costruisce un suo mondo poetico
privato dove acquista risalto l'amore verso una
terra materna vagheggiante con nostalgica
malinconia (Egli afferma: scoraggiante infelicità,
facente parte della lingua stessa), e una speranza
di reimmergersi in essa fino a sparire.
Nei suoi romanzi "Ragazzi di vita" e "Vita violenta" è evidente lo sforzo, (specialmente nel primo), di superare l'intenerimento poetico e l'astratta rivolta di sfida per attingere alla visione impietosa di un mondo tragico e disperato costretto da una società colpevole a vivere e dannarsi nel suo inferno. Letterariamente si concreta nell'invenzione di un linguaggio antinaturalistico, trovato nel dialetto romano. "Vita violenta" è, in parte, la storia di una educazione politica e morale, in cui l'astratta dimensione del simbolo prevale. La morte, per questo, è sentita come unico modo possibile di sfuggire ad un destino di dolore.
Questo concetto è palese anche nei films "Accattone" e "Vangelo Secondo Matteo".
La
tragedia di Paolo inizia quando, tutto chiuso in
un suo mondo poetico privato, non vede e non sente
ciò che accade intorno a lui e che, perciò solo la
storia sa raccontare la sua ansia inappagata (o
appagata, ora?), di purificazione. Attraverso le
opere sorge evidente l'amore sviscerato per i
ragazzi della "Sua" borgata: essi
solo sapranno rinunciare alla vanità del mondo e
salvarsi. E proprio uno di questi ragazzi, da lui
adorati e idealizzati e idolatrati, ha scritto la
parola fine della sua vita terrena.
A noi potrebbe anche non interessare se, come dice la Maraini dalle colonne di "Paese Sera", il ragazzo è stato incoraggiato da quel clima orribile di disprezzo della cultura e della verità in cui viviamo, ma non possiamo non allarmarci al pensiero che con Pier Paolo Pasolini se ne va il coraggio di combattere, attraverso la cultura, la violenza. Pier Paolo Pasolini un grande poeta, un invidiabile scrittore, un bravissimo regista, un uomo che come nessun altro ha saputo vivere, caratterizzare e rappresentare il suo periodo storico, con lucidità e intelligenza e amore, pur vivendo in un mondo privatamente suo, con sofferto e macerante dolore.
***
PASOLINI E IL REALISMO CRITICO
La raccolta La meglio gioventù
(1954, rifatta nel 1975) con le prime poesie in
dialetto friulano è la splendida e mai più
raggiunta vetta della lirica pasoliniana: il
recupero filologico del dialetto è al servizio
della nostalgia per la terra e la lingua materne,
momento ideale del suo destino di uomo. Nelle
poesie in lingua L'usignolo della chiesa
cattolica del 1958, esprime un sentimento
cattolico luttuoso e barocco, misto a tardi
rifacimenti decadenti. Le Ceneri di Gramsci
rispecchiano l'impatto con Roma, la riflessione
sul degrado della società e, insieme, l'anelito a
un mutamento radicale. La religione del mio
tempo, adotta la satira e l'epigramma;
Poesia in forma di rosa monologa in una
prospettiva di rifiuto e contestazione ormai
troppo declamata. In Trasumanar e organizzar,
da una parte riscrive le poesie giovanili in
dialetto, dall'altra assume toni da poeta civile e
sdegnato, preludendo all'ultima, tragica stagione.
Pier Paolo Pasolini nato nel 1922, ha inteso la letteratura come modello per capire la realtà al di là dell’astrazione intellettualistica. E’ stato sempre vicino alle tematiche del neorealismo, ma anche radicale sperimentatore; uno dei pochi scrittori a interpretare il dovere civile dell'indignazione, il diritto di una letteratura votata a rifiutare corruzione e disumanità.
Nato a Bologna, dopo la laurea ritornò nel materno Friuli, e nel 1945 fonda con alcuni amici l'"Academiuta di lenga furlana", a sostegno della poesia in dialetto friulano. Nel 1947 s’iscrive al Partito comunista e inizia a insegnare, ma nel 1949 è espulso dal partito e sospeso dall'insegnamento per corruzione di minorenni. Si trasferisce a Roma e nel 1955 fonda la rivista "Officina". Negli anni Sessanta, ormai noto al grande pubblico, intraprende anche l'attività di regista cinematografico. Ricordiamo fra i suoi film: Accattone, Il Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e uccellini. Negli anni Settanta collabora a periodici e quotidiani, intervenendo con spregiudicata incisività sulle principali questioni politiche e culturali, rimpiangendo l'Italia povera e contadina distrutta dal consumismo di massa. Muore a Roma, assassinato in circostanze oscure.
La sua opera letteraria, come ho già accennato nell’articolo scritto il giorno dopo il suo misterioso assassinio, è stata l’attività pedagogica basata sull’empirismo, sulla dimostrazione del comportamento sociale dell’individuo; quasi a voler sottolineare la teoria Mazziniana sui "doveri dell’uomo".
I primi due romanzi Atti impuri e
Amado mio, pubblicati postumi nel 1982, e
l'idillio in prosa Il sogno di una cosa del
1949, sono opere tra il diaristico e il
documentario in cui il giovane Pasolini
descrive i primi amori omosessuali.
Il
romanzo Ragazzi di vita del 1955, gli
procurò un grande successo anche di critica. La
scoperta della gioventù emarginata delle borgate
romane, violenta e scomposta ma vitale, lo spinge
verso un populismo in parte venato di marxismo, in
parte sentimentale, in cui affiora un latente
moralismo cattolico. La scrittura ferma e precisa,
il calco dialettale lo avvicinano al neorealismo,
ma orientato verso una dimensione mitizzante. Con
Una vita violenta del 1959, traccia la
storia di un ragazzo "predestinato"
alla violenza, incapace di una visione matura
della realtà, che, però, vede il suo mito che si
arrende alla realtà. La raccolta La meglio
gioventù del 1954, rifatta nel 1975, con le
prime poesie in dialetto friulano è la splendida e
mai più raggiunta vetta della lirica pasoliniana:
il recupero filologico del dialetto è al servizio
della nostalgia per la terra e la lingua materne,
momento ideale del suo destino di uomo.
Nelle poesie in lingua L'usignolo della chiesa cattolica, esprime un sentimento cattolico luttuoso e barocco, misto a tardi rifacimenti decadenti. Le Ceneri di Gramsci rispecchiano l'impatto con Roma, la riflessione sul degrado della società e, insieme, l'anelito a un mutamento radicale. La religione del mio tempo adotta la satira e l'epigramma; Poesia in forma di rosa monologa in una prospettiva di rifiuto e contestazione ormai troppo declamata.
In Trasumanar e organizzar,da una parte riscrive le poesie giovanili in dialetto, dall'altra assume toni da poeta civile e sdegnato, preludendo all'ultima, tragica stagione.
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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno
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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato
Reno Bromuro |

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