Me piace amore
il nuovo lessico poetico

Nel 1810 e 1812 letterati di chiara fama si riuniscono a Parma e a Milano per approfondire il quesito dell’Accademia di Napoli, discutendo sul tema: differenza lessicale tra la Scuola poetica napoletano e la Scuola poetica toscana.

Durante in dibattito del “Primo Congresso Artistico” di Parma, chiamato a fare un bilancio sulla crescita dell'arte nazionale, affinché non fossero distrutte «le diversità regionali, ma le riassumesse nel tipo nazionale» come voleva l’allora ministro alla Pubblica Istruzione.

L’argomento centrale, però, si sposta sull'assetto da dare alle accademie, dopo l'affermazione del Verismo, che aveva sconvolto i principi sui quali i letterati si erano formati nel primo decennio del secolo.

A questo punto interviene, con forza, nel dibattito del Congresso, l'Accademia di Napoli ponendo il quesito «Se poesia potesse raggiungere, come nella pittura l'imitazione del vero che dev’essere il fine dell'arte».

La volontà dei napoletani era chiara: spezzare una lancia per una maggiore attenzione ai valori ideali e spirituali dell'arte contro il radicalismo di Signorini. Si giunse alle proposte più varie, ma tra le più espressive fu quella di Camillo Boito, il quale rivendicando l'identità tra pittura e poesia, risponde che il fine dell'arte è: «destare nell'animo con la finzione del naturale un sentimento non ignobile».

Il critico letterario Luigi Russo, insegnante al Collegio Militare della Nunziatella di Napoli, con il saggio, Verga, inizia una vigorosa polemica contro la letterarietà, in nome della concezione vichiana del poeta primitivo.

Da questa prima fase vichiano - idealistica Russo perviene, nel 1928, con il saggio Francesco De Sanctis e la cultura napoletana, a una nuova prospettiva storicistica, in cui la cultura riacquista il suo giusto posto. Quando diventa Direttore della Scuola Normale di Pisa, Russo fonda, nel 1946, e dirige fino all’ultimo la rivista Belfagor, che lo fa diventare il più alto portavoce in difesa di una cultura libera, permettendo la nascita di una coscienza artistica nazionale.

Nei primi anni del secolo scorso, i Poeti napoletani ebbero il sopravvento, forti delle radici piantate dal Velardiniello, dal Basile e da Giulio Cesare Cortese; i Poeti del primo Novecento per avvincere e fare avvicinare il popolo alla poesia, in comunione con i musicisti più noti dell’epoca portano la Poesia nella Canzone, che ha avuto i maggiori esponenti in Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo e Giovanni Capurro.

In virtù dell’avvenuta trasformazione, il vecchio dizionario del lirismo romantico si lascia alle spalle le definizioni “sublime”, “pittoresco”, “sentimento della natura”, introducendo nuovi termini come “luce” e “realismo”.

Le sopraggiunte particolari condizioni politiche del Paese, però “non consentirono a queste correnti di suscitare echi, se non nell'ambito di quelle ristrette cerchie di artisti che erano attenti alle novità”; che nel migliore dei casi, finivano col tradursi in re-interpretazioni personali da parte di altri, più tendenzialmente aderenti alle culture regionali.

Così, il lirismo poetico napoletano arioso e vibratile di Di Giacomo assume le forme del vedutismo analitico e documentario di Ferdinando Russo per sfociare nel verismo capurriano. “Ma nonostante questa eterogeneità creativa, le grandi personalità artistiche cercano di elaborare un linguaggio espressivo che superasse i confini delle scuole regionali, sfociando in un lessico stilistico in grado di saldare le fratture originate dalle diversità storico – culturali”.

Prende vita una distorsione fondamentale per chi non si è reso partecipe di quest’humus culturale che ha implicato anche il melodramma di Verdi e di Puccini, la poesia di Leopardi e di Carducci, la narrativa di Manzoni e di Verga, è quella di avervi voluto identificare una civiltà piena di certezze e sicura dei valori che essa rappresenta all'interno delle opere.

Tale progresso ha influenzato le varie discipline sino a costituire la base della nuova epoca moderna.

Questo dinamismo si manifesta anche nell'attività degli artisti, tanto da poter parlare di un reale processo storico che produrrà, sul piano tecnico e scientifico, una visione nuova della natura umana, col passaggio al lirismo come lo intende Benedetto Croce: “puro”, come risulta dalla raccolta di liriche di Salvatore Di Giacomo, pubblicata nel 1907; il quale partendo dalla migliore poesia arcadica, dal Metastasio al Rolli, Di Giacomo trasfigura e illeggiadrisce il vernacolo, liberandolo dal sentimentalismo smanceroso e dalle tinte melodrammatiche della tradizione popolare e facendone l'espressione lirica dei motivi più genuini dell'anima napoletana.

Durante la seconda guerra mondiale e nel dopoguerra la situazione va cambiando fino all’ultimo ventennio, con l’intervento di Poeti napoletani, cosiddetti minori, perché hanno un ritorno brusco e subitaneo al popolaresco con Nicolardi, Bovio e Pacifico Vento, seguiti a ruota da Rodolfo Talamo da Gennaro Di Roberto, da Gaetano Natale Spadaro, Amedeo Greco, ed altri i quali pur non avendo una ragguardevole messe di contributi editoriali hanno arricchito la bibliografia per quantità di titoli e per ampiezza di documentazione.

Nel tardo dopoguerra verso gli anni settanta  - ottanta si fanno notare nell’ambiente, due giovani Poeti e una donna Poeta: Roberto Di Roberto, Tina Piccolo e Luciano Somma che si distinguono per la loro originalità anche se per Somma è più una originalità che si rifà ad un digiacomismo che sembra non abbia più ragione di esistere se si analizza il neorealismo lirico del Di Roberto e della Piccolo:

«T’arricuerde ‘e scugnizzielle
ca razziavano int’ ’o vico
cu ‘e formelle e ‘e ritrattielli?

Mo’ se fumano ‘o spinello
E se ‘mparano a scippà!»

A questo incremento si è accompagnata una migliore valenza critica, derivante dal rigoroso metodo analitico applicato dalla moderna storiografia nella ricognizione scientifica psicologica della evoluzione poetica del periodo. Sono i versi dei due Poeti neo-realisti che hanno avuto riflessi, in termini di rinnovata attualità, su aspetti poco scandagliati e poco dibattuti dalla poetica del nostro tempo.

Nella parte centrale dell’altra recensione scritta per la raccolta «Luce ‘e speranza» affermai che “nelle loro liriche, gli stati d’animo, che hanno creato il sodalizio e con lui il piacere della scrittura, senza abbandonarsi pienamente né all'una né all'altro, salta agli occhi con assoluta evidenza quando si osservano le posizioni estreme, specialmente là dove le medesime cause sempre operanti hanno avuto la possibilità di produrre integralmente il loro effetto”.

Questa raccolta “Me piace amore” il realismo,in più di un caso, è polisemantico e polivalente.

L’intonazione della voce e il gesto, invece, in questa raccolta sono complementi essenziali utilizzati da questo popolo drammatico per farsi comprendere universalmente.

“Ad esempio, un lemma che può risultare, degradante ed offensivo se pronunziato senza una scintilla di calore e un po’ di humour, che rimbalzato per l’intera Penisola, è la battuta molto espressiva ‘cca nisciuno e’ ffesso; a seconda dell’inflessione di voce con cui la si pronuncia può esprimere un avvertimento, una sfida, un monito, una diffida”. La ricchezza realistica della raccolta “Me piace amore” è il tocco che suggella tutto un discorso.

Ma, se ci avviciniamo all’intima e polivalente sfaccettatura semantica, dei vocaboli più reali della lingua napoletana parlata, scopriamo che molti versi acquistano il significato polivalente del lemma cui ho accennato su.

«TU NUN SI - VICCHIARIELLO -

Nun so' ghianch’ ‘e capille, ammore mio,
è sulamente ‘o ppucurillo 'e neve
ca vierno t'ha lassato pe’ rialo
ncopp' 'a sti cierre belle e delicate.

Nun so' rappe ca tiene ncopp' 'a pelle,
songo e segne d’ e vase a pizzechille,
so’ ciance ca te fanno cchiu' carnale
e si ‘a carezza nun è sciuliarella,
dura cchiu' a lluongo e simmo affurtunate».

Qui certamente la musicalità che ha dato alla lirica Tina Piccolo, si afferra a volo, con una tenerezza che illanguidisci il significato del reale trasfigurandolo in alta poesia.

Altrove, non si comporta diversamente Roberto Di Roberto anche se non si riferisce all’amore carnale ma a quello più alto e significativo.

“Cu ll’uocchie ‘e chianto guarde verso ‘o cielo,
comme si me vedisse. E, ‘a miez’ e nuvole,
songo i’ che guardo st’uocchie appassionate”

Tra i versi di queste espressioni di affermazione, c’è un intramontabile frasario amoroso che sembra salire dalle viscere per espandersi come le più celebri canzoni realistiche del primo Novecento quali Io te vurrìa vasà, Malafemmena, ‘O surdato’nnammurato, Core ‘ngrato, quando nell’immaginario si passeggiava volentieri sul lungomare, per via Toledo, mentre nei vicoli, tra i bassi affollati di popolani e panni stesi da una finestra all’altra, gli scugnizzi, rincorrono ‘o strummolo; mentre due giovani di oggi, perché di più è difficile trovarne, leggono all’unisono: “Me piace amore”, lei le poesie scritte da Tina Piccolo, lui le liriche scritte da Roberto Di Roberto, dimentichi dell’aria impregnata di cattivo odore e di pericolosi incontri che potrebbero arrivare.

Il libretto è ricco di termini nuovi, non si trovano termini o espressioni obsolete, ma il linguaggio è quello di oggi: usato largamente dai giovani di oggi.

 

Bibliografia
B. Croce, Terze pagine sparse, Bari, 1955; P. Di Stefano, Luigi Russo, Manduria, 1967; R. Scrivano, Luigi Russo, in Autori Vari, Letteratura italiana. I Critici, Milano, 1969; G. Da Pozzo, La prosa di Luigi Russo, Firenze, 1975.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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