ALFREDINO RAMPI

E' giugno del 1981. L'Italia segue con il fiato sospeso una tragedia che rimarrà impressa nella memoria perché nessuno è riuscito a salvare Alfredino Rampi, il piccolo bimbo precipitato in un pozzo nelle campagne di Frascati.Alfredino Rampi

Nemmeno uno speleologo sardo riuscirà ad afferrare la piccola mano scivolosa di Alfredino. Dopo lunghe ricerche, il silenzio piomba davanti a milioni di italiani incollati alla TV, in attesa di un miracolo che non si realizza.

Intorno sembra di assistere al «girotondo degli angeli» perché i dirigenti dei Vigili del fuoco forse si lasciarono ispirare dal film: «La bambina del pozzo», ma il film ha un conclusione felice: è salvata perché si scava un foro parallelo, ma a Vernicino, invece, trovano la roccia e devono rinunciare e ricominciare daccapo.

Il tentativo di salvare il bimbo nel pozzo diventa uno spettacolo ininterrotto di TV verità, ma se fosse stato solo questo sarebbe stata una partecipazione totale, invece si cade nella speculazione, perché anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si reca sul posto per essere, di persona, al fianco dei genitori di Alfredino, partecipare al loro dolore e lo spettacolo diventa Televisione cannibale.

Si scava. Non c'è tempo da perdere, ma improvvisamente si è costretti a fermarsi: c’è una roccia che non permette il passaggio. Si riprende pochi centimetri più a destra, colpo su colpo per raggiungere il bambino piangente: si scava. Si spera fino alla fine, più di tutti un Vigile del fuoco che per tenere sveglio il Bimbo, parla e parla e parla, mentre la perforatrice fa tremare la terra sotto i piedi.

C'è soltanto il buio.

Si scava fino a sprofondare negli abissi, cercando di rimuginare l'inguaribile ferita che sanguina, grazie all’ininterrotta trasmissione Tv, di una Nazione.

Alfredino chiama il Vigile dl fuoco, come ti senti, Alfredino? Ma Alfredino di tanto in tanto tace, non risponde all'appello, forse stanco forse addormentato e, allora il Vigile del fuoco, riprende a parlare. Improvvisamente una voce forte grida, silenzio. La terra ha tremato sotto i colpi inflessibili della perforatrice. Forse è solo il finale di una fiaba, adombrata dall'ingorgo di immagini televisive che ci hanno accompagnato nell’attesa e nel dolore.

Rispolverando la storia del nostro Paese, mi sovvengono tre momenti: la lenta morte in diretta del piccolo Alfredino Rampi, l'Irpinia messa in ginocchio da un terremoto, in una lontana domenica di novembre del 1980 e quella di Antonio il piccolo rimasto imprigionato sotto le macerie della scuola di Sangiuliano, crollata a causa del terremoto.

Chi ha vissuto questi strazi, oggi si chiede: Cosa avremmo potuto fare? Dove abbiamo sbagliato? Questi interrogativi, che assilleranno le nostre coscienze per molto tempo, ammutoliscono dinanzi ad una consapevolezza: siamo stanchi di quest'overdose di immagini che bussano con invadenza alle nostre porte per farci vivere la morte in diretta. Senza questa invadenza, forse avremmo visto quel girotondo in controluce.

Quell’11 giugno 1981 è sempre vivo nella mente e nei cuori ancora addolorati di chi li ha vissuti.

L'incubo di Alfredino Rampi è il nostro incubo che torna, ben oltre la soglia di tollerabilità. In fondo a quel pozzo abbiamo lasciato un lembo della nostra anima, in fondo a quel «budello» da cui saliva, sempre più flebile, il lamento del bambino, che si caricava sulle sue fragili spalle tutti i terrori della nostra infanzia.

Forse l'ultima grande manifestazione collettiva di pietà ma anche, in sovrapposizione, i tre giorni che hanno cambiato per sempre il modo di fare televisione. Il primo exploit di quella televisione-cannibale che, da quella diretta in poi, fino ai giorni recenti, avrebbe toccato vertici eclatanti di oscenità e di impunità. Lo spettacolo come sottrazione dell'anima.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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