Selim Tietto
ascende il suo mondo poetico

Selim Tietto, uno dei più grandi Poeti contemporanei è morto. Era nato a Pernumia nel 1944. Ha lasciato un grosso patrimonio in opere di poesia e di critica letteraria: Variazioni (1967), La luna tra i sassi (1970), Prismi di smog (1975), Sahel (1976), Dicotomìa (1978), Apteromaterica (1978), Maseralino (1981), Nel porto di Amerìca (1982), Marchandise 44 (1984), Il corporale del mistero (1989), In coseno temporale (1994), Cenar a Patmos (1996), Ci trasportava il fiume (2001).

Aveva ricevuto numerosi primi premi in concorsi letterari, tra i quali: 1974, "Camposampiero"; 1975, "Alma Roma"; 1979, "Minturnae";1981, "Elea"; 1984, "Libero de Libero"; 1991, "Dardano-Cortona"; 1995, "Tonini-Città di Tiene"; 2002, "Faliesi". Era critico analitico della rivista "Punto di Vista".

L’avevo conosciuto nel 1975, quando stavo per fondare l’Associazione Internazionale Artisti della "Poesia della Vita". Si discusse di voler inserire una clausola che desse sicurezza al giovane o comunque nuovo autore, sfogò la sua amarezza nell’aver pubblicato anche la sua terza raccolta di poesie ed ancora la critica non voleva accorgersi di lui, eppure aveva vinto premi importanti quali il "Villa Alessandra 1974 di Giovanni Marzoli, con "L’Oscar Controvento", il Gran Premio Italia 1972 "Giuseppe Ungaretti", piazzandosi sempre tra i primi fin dal 1966, sia all’Ungaretti, sia al San Benedetto, sia al Villa Alessandra.

Mi sono sempre domandato perché omettesse nel curriculum queste menzioni, come non facesse il nome di chi per primo commentò le sue poesie. Glielo chiesi, in occasione del Natale di qualche anno fa, mi rispose che "quei tempi erano sopra un treno che avevamo perduto".

Dicevo che durante il nostro primo incontro ascoltai il suo sfogo ed ebbi una copia del suo terzo libro di poesie pubblicato dall’Editrice l’Aquilone nel gennaio, pagando alla casa editrice cinquecentomila lire. Denunciai l’accaduto, e dopo aver letto "Prismi di Smog", che critici di chiara fama avevano snobbato (come capita spesso), infiammato da una Poesia che canta passato e avvenire, speranza e denuncia sociale, scrissi una recensione che fu accettata e pubblicata dal settimanale di Benevento "Messaggio d’oggi" diretto da Giuseppe De Lucia e da "Incontri Meridionali" di Cosenza, diretto da Luigi Pellegrini. Dopo qualche mese, nel 1976,scrissi la prefazione alla raccolta "Sahel" ma il libro fu pubblicato con una altra recensione.

Ciò che maggiormente mi affascina di "Prismi di smog" è "Chiamiamoli Salmi", che vi propongo, perché essi sono il fulcro del mondo poetico di Selim.

CHIAMIAMOLI SALMI

SALMO I

1 - Erano belii i fichidindia dei Sud

nell'arsura

e il sole sapeva di mare, laggiù,

o Signore.

Qui, invece,

in ogni ora del giorno,

gli oleandri trapiantati

muoiono d'inedia

in questa città di catrame

in quest'aria intrisa di smog.


Era bella, mio Dio, l'aurora!

E i tramonti, sui mandorli,

avevano profumi d'erbe selvatiche...


Ma Tu sai

non possiamo trasportare qui

nient'altro che canestri di speranze

e mandorle acerbe

in attesa che maturino

in quest'ansia di cemento

che ci macera l'anima.

E non possiamo immaginare voli

di rondini

finché stridono sirene spiegate

e strazianti catene di giorni.

* * *

Su un altro punto le mie considerazioni sulla Poesia di Tietto rimandano da un lato alle svolte sociali del canto, dall'altro alla ricerca di un sentire, quasi inconscio della divinità del destino umano.

Su questo nesso tra "luminosa chiaroveggenza" e "umiltà assoluta" fondamentale agisco per intendere il vero mondo poetico di Selim Tietto.

Per attraversare la sedimentazione culturale che è alla base si possono seguire almeno due piste: se una segue il rapporto sociale (era stato sindacalista attivo), un'altra muovendo dalla poesia simbolista francese si avvia a grandi passi verso il canto umanistico – religioso (vedi Sahel). Si tratta d'itinerari intrecciati fra loro; una base proviene dalla sua lotta sindacale per una vita più equa; l’altra è quello che gli detta inconsciamente l’"Io creativo"; entrambi, a mio avviso, possono allargare ulteriormente una prospettiva già nota all'autore di "Prismi di smog".

Stupisce semmai che,mentre sempre più frequenti sono gli accostamenti alla poesia religiosa che va oltre la tradizione pascoliana e dannunziana.

Il Signore e il povero immigrato sono il paradigma della Poesia di Selim, il suo specchio in una lotta di adeguazione senza fine. Due abissi, due cuori sono a confronto, quello del colloquio religioso con il Signore e quello dell'uomo:

2. Vieni.

Vieni anche Tu, qui al Nord, o Signore!

Vieni qui con noi

nelle nostre baracche emarginate.

Vieni anche Tu a piangere sangue

nell'ora del tramonto

e — se credi — passaci pure

calici di fiele

fino all'ultima cena...

Ma promettici una cosa

fa' che presto

le pietre sbrecciate del Crati

diventino pane per i figli

fa' che il sussurro degli ulivi
diventi una dolce carezza
ai padri che ci attendono
quando cala la notte...

Qui la Poesia di Selim sembra tuffarsi soprattutto in Valéry a cui ricorre due volte nell’invito al colloquio col Signore e quando la strofa acquista quasi il tono montaliano per il motivo dei "padri che ci attendono/ quando cala la notte".

Qualcuno ha pensato al delirio dell’"Io creativo" invece vi troviamo il riscontro molto significativo, del padre che attende la notte per dare la buonanotte e l’invito al Signore di venire in mezzo agli uomini affinché faccia smettere questa tortura immeritata. Questa congiunzione tra il Signore e il Padre sono il massimo punto elevato del mondo poetico, che apre la strada ai futuri cantori, non è stata ancora criticamente analizzata, sento e credo che proprio in essa vada rintracciata un'importante componente genetica del mondo poetico di Selim Tietto; sarà opportuno dedicare un’analisi più approfondita a tutta la sua opera, che farò senza dubbio il più presto possibile.

SALMO I°

Erano belli i fichidindia dei Sud

nell'arsura

e il sole sapeva di mare, laggiù,

o Signore.

Qui, invece,

in ogni ora del giorno,

gli oleandri trapiantati

muoiono d'inedia

in questa città di catrame

in quest'aria intrisa di smog.

Era bella, mio Dio, l'aurora!

E i tramonti, sui mandorli,

avevano profumi d'erbe selvatiche...

Ma Tu sai

non possiamo trasportare qui

nient'altro che canestri di speranze

e mandorle acerbe

in attesa che maturino

in quest'ansia di cemento

che ci macera l'anima.

E non possiamo immaginare voli

di rondini

finché stridono sirene spiegate

e strazianti catene di giorni.

2. Vieni.

Vieni anche Tu, qui al Nord, o Signore!

Vieni qui con noi

nelle nostre baracche emarginate.

Vieni anche Tu a piangere sangue

nell'ora del tramonto

e — se credi — passaci pure

calici di fiele

fino all'ultima cena...

Ma promettici una cosa

fa' che presto

le pietre sbrecciate del Crati

diventino pane per i figli

fa' che il sussurro degli ulivi
diventi una dolce carezza
ai padri che ci attendono
quando cala la notte...

SALMO II°

1. Ho cantato con le lacrime
nelle lingue di tutti gli oppressi
tra le valli del mondo.

Ho suonato con mille chitarre

la cucaracha

nei sobborghi delle grandi città.

2. Il Signore mi ha udito

ed ora i monti esultano a festa.

Il Signore ha distrutto il suo trono
ed è tornato fra noi.

3. Le onde del mare

sono cavalli di tempesta.

E suona il banjo, nella prateria,

un canto di gioia.

4. Gli schiavi - oggi - più non hanno colore.
Le catacombe diventano nidi di sole
e le miniere
arcobaleni che salgono al cielo.

Il Signore ha distrutto il suo trono
e noi portiamo cesti intatti di lacrime
al Signore
e vasi d'intatta speranza.

5. Il Signore è disceso dal cielo
ed ha tra le mani una scure.

Il Signore ha distrutto il suo trono.

Il Signore abbatte la croce
per un nuovo trionfo di Pasqua!

SALMO III°

1. Più non sento
Signore

i rintocchi dell'avemaria.

E la mia colpa — ogni giorno -

lo sai

è uno sferragliar di rotaie.

Quando cala la sera

la mia è come una fiaba

che le mamme raccontano ai figli.

È la fiaba di un'ostia

impastata

con la via crucis d'ogni ora

venduta ai mercanti del tempio.

2. C'è un posto

Signore

dove andiamo a percuoterei il petto

e dove

samaritane incallite

attingono acque alle fonti:

vieni

Signore

noi qui ti attendiamo.

Nelle nostre baracchequartieri

nelle nostre favelas d'Europa

ti preghiamo:

vieni

Signore

Tu ci puoi insegnare

ancora qualcosa

sul come suonare i tamburi

quando assieme saliremo sul Tabor.

SALMO IV°

1. Viene l'alba

Signore

ed io ho ancora una cicca spenta

e aroma amaro ho ancora

sulle labbra.

Viene l'alba

Signore

su questa città di catrame...

Ed anche oggi

io piangerò lacrime di sangue

nel mio orto degli ulivi.

2. Tu lo sai

non ho più mani pure

Signore!

E i miei calli son bruciati

e la mia mente frustrata

e più non so stendere

rami d'ulivo

a chi pressa bitume sul mio corpo.

Il mio calice di cedro

è saturo di fiele ormai

fino all'angoscia.

E le mie bestemmie

Signore

sono l'ultima preghiera.

3. Noi siamo gli odierni schiavi d'Egitto

legati alle catene di montaggio.

E in ogni ora del giorno

ci nutriamo d'erbe amare

nell'attesa d'un esodo mitico.

Ma dimmi quando arriva

mio Dio!

il carro d'Elia

che ci trasporti lassù

oltre il fumo denso

di queste ciminiere

che annebbiano il sole

4. Anche oggi

Signore

le onde del mar Rosso

sono state colate d'altiforni

e la manna del deserto

è stata solo mezz'ora alla mensa...

Ma vieni

Signore

questa sera con noi all'osteria.

Davanti ad un bicchiere ricolmo

parleremo di maddalene

e di rosse bandiere

ed anche Tu

inebriato

ti sentirai come un compagno dei nostri.

SALMO V°

1. lo piango

Compagno

il tuo cuore trafitto

in questa città di consumi.

lo piango

Compagno
la morte dei cirenei inchiodati

alle cime dei grattacieli di vetro.

lo piango

Compagno

tutti gli schiavi immolati

ad una Salomè che si rivela

ogni giorno più assurda.

2. Tu sei il giusto
Compagno

E allora fa' che si squarci

il tetto del tempio

nella notte della Parasceve.

Fa’ che pioggia di fuoco

ricada copiosa

su questa Gomorra

ch'è giunta all'autunno più estremo.

3. Con queste mani

abbiamo costruito la faccia del mondo

con queste mani

distruggeremo i cedri del creato

con queste mani

spezzeremo le catene

che ci stringono i polsi.

Perché io sono il tuo servo, Signore.

Perché io sono il tuo negro-bianco

che ha lunghi spirituals

da cantare nei giorni lunghi

del diluvio.

E tu mi sazierai

con il volo di mille bianche colombe

quando sulla Terra Promessa

sorgerà — finalmente! —

un nuovo arcobaleno.

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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