SAN VALENTINO

Non significa solo amore

“San Valentino Patrono di Abriola, di Terni  e Protettore degli innamorati è nato intorno al 176, è consacrato Vescovo di Terni nel 197, da San Feliciano, vescovo di Foligno.

Dalla tradizione popolare è considerato, il fondatore della comunità cristiana di Terni, preceduto forse da San Pellegrino e da Sant' Antimo, fratello dei Santi Cosma e Damiano.

Perseguitato per la sua fede,sotto l'imperatore Aureliano, subì il martirio con la decapitazio-ne, a Roma, il 14 febbraio e il suo corpo fu trasportato da Roma a Terni dove fu sepolto al sessantottesimo chilometro della Via Flaminia”.

L'anno esatto del suo martirio, non si conosce; forse è il 273, ma è certo che è stato sepolto sulla collina poco fuori Terni dove, più tardi, sorse un cimitero cristiano.

Un primo oratorio in suo onore, documentato archeologicamente, fu costruito nel punto in cui, dopo, è stata eretta una grande basilica a cinque navate, la quale ha subito varie trasformazioni lungo il Medio Evo”.

James CookSan Valentino dovrebbe essere la festa degli innamorati ma spesso San Valentino è passato alla storia per eventi niente affatto romantici: «il 14 febbraio 1779 il capitano James Cook viene ucciso nella baia di Kealakekua, isole Hawai. Non è la prima volta che si reca alle Hawai, che aveva ribattezzato “isole Sandwich”.

Il 14 febbraio 1994, fu ucciso Andrej Chikatilo con un colpo di pistola alla nuca in un cortile del carcere di Mosca, ma la storia è ammantata di misteri infiniti.

 

A San Valentino del 1945 centinaia di bombardieri alleati scaricano su Dresda tremila tonnellate di bombe, tra cui 650.000 ordigni incendiari. Sono identificate, sotto le macerie trecentocinquantamila vittime.

 

Sul Diario di Cesare Pavese non si trova mai scritto il 14 febbraio,come se volesse esorcizzare quella data.

Jules Renard il 14 febbraio del 1900 scrive nel suo Diario “Quando sono accanto a una donna, provo immediatamente quel piacere un po’ malinconico che si ha guardando l’acqua scorrere dall’alto di un ponte”.Andrej Chikatilo

Il 14 febbraio del 1929 Al Capone festeggia il suo San Valentino con una celeberrimo massacro. La storia ci ricorda anche queste nefandezze, che ricorrono nel giorno della festa degli innamorati, come la strage di San Valentino a New York, dovuta per dominare il campo malavitoso, comandata dal Gangster più famoso della storia della mafia sicula americana, come ho già accennato.

E’ di questi giorni la retata e l’arresto di novantasei persone per collusione mafiosa tra la Sicilia e gli Stati Uniti.

La strage di San Valentino fu un fatto orribile al punto che i newyorchesi non gliela fecero a rimanere con le mani in mano e il 7 settembre uccisero Tony Lombardo, il cui posto di presidente dell’Unione Siciliana di Chicago fu preso da Pasquale Lo lordo, poi fu ucciso da “amici” che lo andavano a trovare a casa sua. Nell’ottobre 1930, stessa sorte toccò ad Aiello, suo successore, e ad Agostino Loverdo.

Invece ebbe in qualche modo fortuna Phil D’Andrea, uomo di Al Capone, che resse a lungo la carica e che morì di morte naturale.

A dire il vero per lungo tempo si pensò che Al Capone fosse estraneo alla strage: un po’ perché quello stesso giorno lui si trovava a Miami, convocato da un giudice federale che voleva vederci chiaro sui suoi introiti. E un po’ perché alcuni testimoni oculari videro aggirarsi attorno al garage – sia prima che dopo l’esecuzione – una pattuglia della polizia.

Per alcuni anni si pensò che protagonisti della strage fossero stati alcuni rappresen-tanti dell’ordine, per chiudere la bocca per sempre a gente che sapeva troppo sugli affari legati al contrabbando di alcol. Solo nel 1969  Alphonse Karpis un vecchio gangster, confermò che la paternità dell’azione era da attribuire a Al Capone.

Nella strage fu risparmiato solo Bugs Moran, perché assomigliava moltissimo ad Al Weishank, che probabilmente era stato già ucciso al posto suo. Per essere certo di morire nel suo letto Moran fuggì da Chicago il giorno stesso e non tornò mai più.

Il 1929 fu l’apice per Capone, ma fu anche l’inizio della sua velocissima e inevitabile discesa. I suoi metodi sbrigativi e sanguinari non piacevano e così Cosa Nostra decise di tenere un incontro ad Atlantic City con lo scopo ufficiale di darsi un nuovo regolamento, in realtà l’incontro fu per cercare di “limitare” l’autorità del boss di Chicago. Tra il 13 e il 17 maggio il fiore della malavita organizzata di tutta la Costa Est si diede appuntamento all’Hotel President di Atlantic City, per sancire, senza convenevoli, una spaccatura “di metodi” tra Capone e gli altri, capitanati da quello che era il capomafia più potente, Joe Massaria.

Che le cose stavano cambiando se ne rese conto anche lo stesso Capone: a Chicago iniziarono a circolare troppe, “facce nuove”; l’inchiesta dell’FBI sulla sua situazione fiscale diventava sempre più pressante, così come la presenza nella sua organizzazione di “italiani” provenienti da New York.

E il 28 maggio 1931, Al Capone si vide recapitare un’ingiunzione del tribunale di Chicago: doveva presentarsi in aula il 16 giugno successivo davanti al giudice Wilkerson per rispondere alle accuse di evasione e frode fiscale.

Il processo si chiuse il 13 ottobre mettendo fine ad un’epoca di uccisioni condannando Capone a undici anni. Al fu prima inviato nel penitenziario di Atlanta, poi ad Alcatraz, dove rimase per nove anni con il numero di matricola 40886. Il 5 dicembre 1933, il proibizionismo fu abrogato.

Il 16 novembre 1939 fu rilasciato per buona condotta, ma ormai non faceva più paura a nessuno. Era un uomo abbandonato da tutti, invecchiato dalla prigione e fiaccato dalla sifilide, contratta da una delle sue molte "amichette". Morì d’infarto nella sua villa di Palm Island il 25 gennaio del 1947: aveva 48 anni.

Per fortuna ci sono sempre le cose belle che la fantasia di scrittori, che rimarranno vivi nella vita dell’Uomo che fanno dimenticare le brutte pagine della storia del 14 febbraio per farci godere la festa degli innamorati dedicata a un San Valentino vissuto nel Terzo o Quarto secolo e morto martire, che la tradizione popolare ha eletto protettore degli innamorati.

Ricordiamo gli innamorati attraverso qualche pagina tratta da «Decamerone» di Giovanni Boccaccio e da «Il Piacere» di Gabriele D’Annunzio, mi auguro siano gradite, se non altro per sentirsi innamorati di Mita, che fa morire d’amore Tingoccio.

«Ora, amando questi due giovani come detto è, avvenne che Tingoccio, al quale era più destro il potere alla donna aprire ogni suo disiderio, tanto seppe fare e con atti e con parole, che egli ebbe di lei il piacer suo; di che Meuccio s’accorse bene, e quantunque molto gli dispiacesse, pure, sperando di dovere alcuna volta pervenire al fine del suo disiderio, acciò che Tingoccio non avesse materia né cagione di guastargli o d’impedirgli alcun suo fatto, faceva pur vista di non avvedersene.

Così amando i due compagni, l’uno più felicemente che l’altro, avvenne che, trovando Tingoccio nelle possessioni della comare il terren dolce, tanto vangò e tanto lavorò, che una infermità ne gli sopravvenne; la quale dopo alquanti dì sì l’aggravò forte, che, non potendola sostenere, trapassò di questa vita. E trapassato il terzo dì appresso, ché forse prima non avea potuto, se ne venne, secondo la promession fatta, una notte nella camera di Meuccio e lui, il quale forte dormiva, chiamò.

Meuccio destatosi disse: “Qual se’ tu?” A cui egli rispose: “Io son Tingoccio, il quale, secondo la promessione che io ti feci, sono a te tornato a dirti novelle dell’altro mondo”.

Alquanto si spaventò Meuccio veggendolo, ma pure rassicurato disse: “Tu sie il ben venuto, fratel mio!”, e poi il domandò se egli era perduto. Al quale Tingoccio rispose: “Perdute son le cose che non si ritruovano: e come sare’ io in mei chi se io fossi perduto?”

“Deh,” disse Meuccio “io non dico così, ma io ti dimando se tu se’ tra l’anime dannate nel fuoco pennace di Ninferno”».

Da «Il Piacere» di Gabriele D’Annunzio vediamo come Andrea ed Elena ammettono di essere innamorati.

«Ella sorrideva, col capo affondato su i guanciali, supina, nella mezz'ombra. Una zona di lana bianca le fasciava la fronte e le gote, passando di sotto al mento, come un soggólo monacale; né la pelle del volto era men bianca di quella fascia. Gli angoli esterni delle palpebre si restringevano per la contrazion dolorosa dei nervi infiammati; a intervalli la palpebra inferiore aveva un piccolo tremolio involontario; e l'occhio era umido, infinitamente soave, come velato da una lacrima che non potesse sgorgare, quasi implorante, fra i cigli che trepidavano.

Una immensa tenerezza invase il cuore del giovine, quando la vide da presso. Elena trasse fuori una mano e gliela tese, con un gesto assai lento. Egli si chinò, quasi in ginocchio contro la proda del letto; e si mise a coprir di baci rapidi e leggeri quella mano che ardeva, quel polso che batteva forte.

- Elena! Elena! Mio amore!

Elena aveva chiuso gli occhi, come per gustare più intimamente il rivo di piacere che le saliva dal braccio e le si effondeva a sommo del petto e le s'insinuava nelle fibre più segrete. Volgeva la mano, sotto la bocca di lui, per sentire i baci su la palma, sul dosso, tra le dita, intorno intorno al polso, su tutte le vene, in tutti i pori.

- Basta! - mormorò, riaprendo gli occhi; e con la mano che le parve un po' intorpidita sfiorò i capelli d'Andrea.

In quella carezza così tenue era tanto abbandono che fu su l'anima di lui la foglia di rosa sul calice colmo. La passione traboccò. Gli tremavano le labbra, sotto l'onda confusa di parole ch'egli non conosceva, ch'egli non profferiva. Aveva la sensazione violenta e divina come d'una vita che si dilatasse oltre le sue membra.

- Che dolcezza! È vero? - disse Elena, sommessa, ripetendo quel gesto blando. E un brivido visibile le corse la persona, a traverso le coperte pesanti.

Poiché Andrea fece l'atto di prenderle di nuovo la mano, ella pregava...

- No... Così, resta così! Mi piaci!

Premendogli la tempia, lo costrinse a posare il capo su la sponda, per modo ch'egli sentiva contro una guancia la forma del ginocchio di lei. Lo guardò quindi ella un poco, pur sempre accarezzandogli i capelli; e con una voce morente di delizia, mentre le passava tra' cigli qualche cosa come un baleno bianco, soggiunse, allungando le parole:

- Quanto mi piaci!

Un inesprimibile allettamento voluttuoso era nell'apertura delle sue labbra, quando pronunziava la prima sillaba di quel verbo così liquido e sensuale in bocca a una donna.

- Ancóra! - mormorò l'amante, i cui sensi languivano di passione, alla carezza delle dita, alla lusinga della voce di lei. - Ancóra! Dimmi! Parla!

- Mi piaci! - ripeteva Elena, vedendo ch'egli la guardava fiso nelle labbra e forse conoscendo il fascino ch'ella emanava con quella parola.

Poi tacquero ambedue. L'uno sentiva la presenza dell'altra fluire e mescersi nel suo sangue, finché questo divenne la vita di lei e il sangue di lei la vita sua. Un silenzio profondo ingrandiva la stanza; il crocifisso di Guido Reni faceva religiosa l'ombra dei cortinaggi; il romore dell'Urbe giungeva come il murmure d'un flutto assai lontano.

Allora, con un movimento repentino, Elena si sollevò sul letto, strinse fra le due palme il capo del giovine, l'attirò, gli alitò sul volto il suo desiderio, lo baciò, ricadde, gli si offerse.

Dopo, una immensa tristezza la invase; la occupò l'oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l'acqua amara. Ella, giacendo, teneva le braccia fuori dalla coperta abbandonate lungo i fianchi, le mani supine, quasi morte, agitate di tratto in tratto da un lieve sussulto; e guardava Andrea, con gli occhi bene aperti, con uno sguardo continuo, immobile, intollerabile. A una a una, le lacrime incominciarono a sgorgare; e scendevano per le gote a una a una, silenziosamente.

- Elena, che hai! Dimmi: che hai? - le chiese l'amante, prendendole i polsi, chinandosi a suggerle dai cigli le lacrime.

Ella stringeva forte i denti e le labbra per contenere il singulto.

- Nulla. Addio. Lasciami; ti prego! Mi vedrai domani. Va.

La sua voce e il suo gesto furono così supplichevoli che Andrea obbedì.

- Addio - egli disse; e la baciò in bocca, teneramente, provando il sapore delle stille salse, bagnandosi di quel caldo pianto. - Addio. Amami! Ricòrdati!

Gli parve, rivarcando la soglia, di udire dietro di sé uno scoppio di singulti. Andò innanzi, un po' incerto, titubante come un uomo che abbia la vista malsicura. Gli persisteva nel senso l'odore del cloroformio, simile a un vapor d'ebrezza; ma ad ogni passo qualche cosa d'intimo gli sfuggiva, si disperdeva nell'aria; ed egli, per un istintivo impulso, avrebbe voluto restringersi, chiudersi, invilupparsi, impedire quella dispersione. Le stanze erano deserte e mute, d'innanzi. A una porta, Mademoiselle comparve, senza alcun rumore di passi, senza alcun fruscìo di vesti, come un fantasma.

- Di qua, signor conte. Ella non ritrova la via.

Sorrideva in una maniera ambigua e irritante; e la curiosità rendeva più pungenti i suoi occhi grigi. Andrea non parlò. Di nuovo la presenza di quella donna gli era molesta, lo turbava, gli suscitava quasi un vago ribrezzo, gli faceva ira.

Appena fu sotto il portico, respirò come un uomo liberato da un'angoscia. La fontana metteva tra gli alberi un chioccolìo sommesso, rompendo a tratti in uno strepito sonoro; tutto il cielo risfavillava di stelle che certe nuvole lacere avvolgevano come in lunghe capigliature cineree o in vaste reti nere; fra i colossi di pietra, a traverso i cancelli, apparivano e sparivano i fanali delle vetture in corsa; spandevasi nell'aria fredda il soffio della vita urbana; le campane sonavano, da lungi e da presso. Egli aveva alfine la conscienza intera della sua felicità.

Una felicità piena, obliosa, libera, sempre novella, tenne ambedue, dopo d'allora. La passione li avvolse, e li fece incuranti di tutto ciò che per ambedue non fosse un godimento immediato».

 

 

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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