Marlon Brando

Marlon Brando

Marlon Brando nato 3 aprile 1924 a Omaha (Nebraska), fin dagli esordi è indicato come l'erede naturale di Sir Lawrence Olivier,invece mostra immediatamente d’essere assai pigro, poco ambizioso, ma più tormentato e anche più sensibile al denaro dell'illustre attore inglese.

Padre spirituale dei ribelli senza causa, come James Dean, che per tutta la sua breve vita lo ebbe come modello e tenta di imitarlo, Brando incarna la figura dell'attore con la A maiuscola e perciò vive, con il proprio mestiere, in un costante rapporto di amore-odio, di esaltazione e di disillusione. La mattina del 1 luglio scorso, il suo legale ha comunicato che Marlon Brando è morto in un ospedale di Los Angeles, aveva 80 anni. Ma la notizia era già stata data da una tv locale dell'Arizona, che aveva raccontato di due chiamate ai vigili del fuoco dall'abitazione dell'attore, la scorsa notte, ma entrambe annullate.

Schernendosi ama definirsi una persona che fa "il mestiere più inutile del mondo, ma che resta a Hollywood perché non ha il coraggio di rifiutare i soldi".

Selvaggio, scostante e intrattabile, farcito fra tragedie personali, colpi di testa esistenziali e totale immersione nel metodo che ha reso celebre l'Actor's studio, ha attraversato quarant' anni di cinema tra interpretazioni magistrali e partecipazioni bislacche ma miliardarie a film di valore dubbio, "modificando, - come ha scritto il critico David Thomson - sia nei suoi lunghi ritiri che nei suoi migliori lavori il nostro modo di intendere la recitazione".

Bestia da palcoscenico con "Un tram che si chiama desiderio" di Tennessee Williams, portato poi sullo schermo da Elia Kazan, dopo un lungo tirocinio e successo incalcolabile.

Ma quando, il dramma di Willams irrompe sullo schermo nel 1951, la canottiera immacolata di Kowalski-Brando diventerà un cult, Brando ha già dato prova di straordinarie doti di immedesimazione, l’anno precedente, in "Uomini", di Fred Zinneman, film in cui l’attore è un reduce paraplegico, disperato e introverso, che recita praticamente solo con il volto. La sua bravura lo vede candidato all’Oscar otto volte, vincendo due statuette nel 1954 con "Il fronte del porto" e nel 1972 per il "Padrino", non ritira la statuetta per contestazione.

E’ considerato semplicemente il più grande attore di tutti i tempi. Aveva compiuto ottant’anni il 3 aprile scorso ed è morto solo e squattrinato.

Ormai quasi irriconoscibile nel corpo deformato dall’obesità e incattivito da debiti e tragedie familiari.

C’è ben poco in quella sagoma di uomo che somiglia molto più ad una palla gonfiata che ad un uomo, del giovane interprete di Un tram che si chiama desiderio e di quei muscoli d'acciaio trattenuti a malapena da una strettissima canottiera bianca.

Il 3 aprile, il vecchio leone, stanco e malato, festeggia nella solitudine e nel silenzio della sua villa sulle colline di Los Angeles. Sono accanto al suo letto, forse quelli che ha allertato, con un tocco d’ironia, in vista del suo funerale: Michael Jackson e Jack Nicholson, che secondo i desideri di Brando dovrebbe pronunciare il discorso funebre. Le ceneri poi dovrebbero essere disperse su quella che un tempo fu la sua isola privata.

Nella sua vita si sono succeduti, successi e fallimenti inseguendosi come il ferro la calamita, in ogni campo: interpretazioni straordinarie, che hanno rivoluzionato il metodo di recitazione e la storia del costume, e ruoli mediocri; gloria e denaro, ma anche clamorosi flop e disastri economici. Tanti amori e altrettanti figli illegittimi. Eccessi, uno dopo l’altro, come l’auto isolamento a Tetiaroa, il suo atollo privato nel Sud del Pacifico, o il rifiuto di ritirare l’Oscar per Il padrino in solidarietà con la causa dei pellerossa. E poi tante disgrazie familiari, tra le quali una figlia suicida e un altro accusato di omicidio.

I FILM CHE PIU’ AMO

Un tram che si chiama desiderio di Elia Kazan, 1951.

Il personaggio di Stanley Kowalsky, tratto da un dramma di Tennessee Williams portato al cinema da Elia Kazan impersona un rozzo, brutale e violento Kowalsky, ma bello e irresistibile. E’ il secondo film interpretato da Marlon Brando e prima nomination agli Oscar.

La storia "Blanche Dubois, vedova sessualmente repressa, va ad abitare a New Orleans in casa della sorella Stella, cerca di farsi sposare da un maturo corteggiatore, ha un ambiguo rapporto di seduzione col rozzo cognato che si chiude con uno stupro e scivola nella follia". Riceve Nove nomination agli Oscar e Tre statuette per Vivien Leigh, Kurt Hunter, Karl Malden; quella del migliore attore tocca, invece che a Marlon Brando, a Humphrey Bogart per l’interpretazione de La regina d'Africa.

Fronte del porto di Elia Kazan, 1954.

In questo film Brando "E’ Terry, scaricatore al porto di New York ed ex pugile. Giubbotto a scacchi rossi e neri, il viso sempre ombroso. Quando c’è da menare le mani per una giusta causa non si tira mai indietro. Memorabile la scena finale, quando esce vincente da un corpo a corpo all’ultimo sangue, barcollante e con la faccia pesta. Primo premio Oscar.

Il film è tratto da un racconto di Budd Schulberg e articoli di Malcolm Johnson.

La storia "Terry Malloy, scaricatore di porto ed ex pugile, ha per fratello il pezzo grosso di una gang che controlla il sindacato dei portuali di New York. Una faticosa crisi di coscienza lo spinge a testimoniare contro la sua corruzione criminale". Film nero girato per intero a New York, quasi sempre in esterni con forti implicazioni sociali, sottintesi etici, risvolti politici e accensioni melodrammatiche, è il trionfo dell'ambiguità di Elia Kazan che, come il suo sceneggiatore Budd Schulberg, ha molti conti da regolare con i comunisti e li regola, imbrogliando le carte. E’ anche il trionfo di uno stile di recitazione. Il film conquista Sette premi Oscar e un Leone d'argento a Venezia.

Il padrino di Francis Ford Coppola, 1971.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Mario Puzo.

"Gli ultimi fuochi di Don Vito, il padrino di un clan mafioso italo-americano. Ha un profondo senso della famiglia ma con i suoi nemici è il più spietato dei mandanti". Secondo Oscar per Brando, che recita con un vistoso trucco sul viso. Non ritirò mai la statuetta per sostenere la causa dei pellerossa. Se si pensa che per interpretare il ruolo di don Vito Corleone, Brando si presenta come un concorrente qualunque e con un altro nome,ma truccato come Punzo descrive don Vito. Quando lo chiamano per scritturarlo, e Francis Ford Coppola si trova di fronte Marlon Brando, per poco sviene.

Coppola sa di cosa parla e ne sa le ragioni pur non condividendole. Il suo sguardo è più distaccato che affascinato. Spacca la critica in due ed ha dappertutto un grande successo. Tre Oscar: film, sceneggiatura e Marlon Brando.

Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, 1979

"Il colonnello Kurtz è una cellula degenerata dell’esercito americano in Vietnam. Deve essere eliminato. Si nasconde nella giungla in mezzo agli indigeni che lo venerano come una divinità pagana. La splendida fotografia di Storaro lo coglie nella semioscurità, mettendo in risalto gli occhi, la bocca e la testa completamente rasata".

Ha ricevuto più soldi per il suo piccolo ruolo in Superman del 1978, di quanti ne abbia guadagnati il protagonista Christopher Reeve.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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