IL CASO LOMBARDINI

Se ricordate, questa è la terza volta che vi parla dello stesso caso, perché ancora oggi, c’è qualcuno, riconosciuto innocente dal Tribunale di Strasburgo, che ha condannato l’Italia a riconoscere tale sentenza e restituire la libertà e i cinque milioni di dollari USA, all’innocente malcapitato.

Il magistrato Lombardini si toglie la vitai in procura, perché accusato di estorsione nel caso Melis, sparandosi in bocca nel suo ufficio.

Racconta Massimo Martinelli, del "Messaggero" di Roma:

"Ha lasciato tutti fuori della porta: i poliziotti che volevano perquisire il suo ufficio, i magistrati che lo avevano inquisito, i sospetti, le chiacchiere. Poi Luigi Lombardini, procuratore circondariale di Cagliari, ha messo la mano dentro la giacca, sotto l’ascella, a cercare la sua 357 Magnum. Se l’è infilata in bocca e ha detto addio. Seduto al tavolo dal quale aveva combattuto e, talvolta, vinto l’Anonima sequestri. E’ finita dopo un interrogatorio di cinque ore davanti ai magistrati della procura di Palermo, con Giancarlo Caselli in testa, venuti in trasferta per interrogarlo sulla presunta estorsione che lui avrebbe architettato ai danni di Tito Melis, il padre di Silvia, durante i giorni del sequestro. Si sarebbe fatto dare un miliardo, sospettano i PM di Palermo, in combutta con l’imprenditore Niki Grauso e l’avvocato Antonio Piras. (…) Alla fine, saranno state le sette e mezza di sera, il calvario era finito".

(il Messaggero 12 agosto 1998).

Dalle colonne del medesimo quotidiano, il corrispondente da Cagliari, il giorno dopo, continua il suo racconto:

"Voci e ipotesi, sempre smentite, sempre cancellate con colpi di spugna da una fonte o dall’altra, ufficiale o ufficiosa che fosse. Ma i sospetti ritornano dopo il suicidio di Luigi Lombardini. Il magistrato cagliaritano, dicono ancora alla Procura di Palermo, sapeva molto sul sequestro di Silvia Melis, tanto da essere indagato per estorsione ai danni del padre della ragazza. Ma il procuratore circondariale "sapeva molto" anche sul sequestro di Giuseppe Soffiantini, l’industriale bresciano rapito dall’Anonima sequestri sarda in trasferta. Luigi Lombardini al suo avvocato raccontò di aver saputo da fonte confidenziale, che il garante nel pagamento del riscatto per la liberazione di Soffiantini era stato un detenuto: Mario Fortunato Manca, arzanese, condannato a 18 anni per il rapimento del costruttore romano Paolo De Angelis. Guarda caso lo stesso garante preteso, almeno così si dice, dai sequestratori di Silvia Melis. Lombardini parlò di Mario Fortunato Piras con l’avvocato Luigi Concas: "Gli hanno concesso permessi speciali, lo hanno fatto girare in lungo e in largo per la Sardegna. E poi parlano di pagamenti controllati nel riscatto. Per fortuna che io mi sono interessato di sequestri soltanto quando me l’hanno chiesto altri magistrati". E’ questa la verità? No, risponde secca la moglie del detenuto arzanese: "A mio marito dice Nina Nieddu non è stato concesso mai un permesso. Lo hanno trasferito dopo cinque anni da un carcere della Penisola a Buoncamino soltanto perché io sono stata operata e non potevo più andare lontano a Carinola. E poi se questa verità è detta da Luigi Lombardini è incredibile: perché questo magistrato ci vuole tormentare anche da morto dopo averci distrutto quando era in vita". (il Messagero 13 agosto 1998).

Gli inquirenti passano al setaccio trent’anni di rapimenti.

"Sì, Lombardini ha fatto collette (riporta l’inviato di "la Repubblica" del 18 agosto 1998) tra imprenditori per integrare le somme raccolte per il pagamento di riscatti, o per rendere più appetibile la somma messa a disposizione dallo Stato per la costituzione di un latitante. Ma non si è mai messo in tasca una lira. E credo che questo sospetto infamante sia tra le cause del suo suicidio". A parlare è un agente speciale che si occupa di criminalità organizzata, uno che si è fatto le ossa con Lombardini. E' ancora in attività e per questo, "Solo per questo: ciò che dico è verificabile, ci sono molti testimoni", ha chiesto che la sua identità resti segreta. Ma i fatti che racconta, la perfetta conoscenza di ambienti, uomini e situazioni, renderanno chiaro agli addetti ai lavori che a parlare è uno di loro. Un conoscitore del "metodo Lombardini", della sua "rete di intelligence". Quando si parla di "rete di intelligence" non si deve pensare a una struttura stabile. Si trattava di un sistema di relazioni personali, fatto di rapporti con singole famiglie dei paesi più caldi e con singoli ufficiali e sottufficiali, uomini di assoluta fiducia, disposti a seguire i suoi mostruosi ritmi di lavoro. La "rete" era una struttura elastica, che modificava forma e composizione in ogni sequestro. Esattamente come le bande da combattere. (…) Le collette erano gestite o dal giudice direttamente o da persone a lui vicinissime. Ma non è stato mai creato un fondo-sequestri. Il denaro era chiesto di volta in volta, per specifici obiettivi. "Negli anni - continua il nostro testimone - Lombardini ha raccolto centinaia di milioni, e li ha utilizzati tutti, fino all'ultima lira, per fini investigativi. Del resto non faceva altro che integrare un’attività dello Stato. Anche se nessuno lo ammette, il ministero dell'Interno ha a disposizione delle somme che sono date a chi si costituisce o destinate al pagamento dei riscatti. Gran parte del patrimonio sequestrato a Matteo Boe proviene da lì. Ma sono cifre insufficienti. Si arriva magari a trenta milioni, ma un latitante che si costituisce chiede di più, deve pensare alla famiglia, ai figli. Poi c'è un problema organizzativo. L'accesso a quei fondi è complicato, ha modalità che non tengono conto della condizione che la maggior parte dei latitanti sardi pone per costituirsi: deve sembrare che siano stati catturati".

(la Repubblica 18 agosto 1998).

"Alcuni giorni dopo il suicidio del giudice Lombardini, Salvatore Carboni in un'intervista all'Unione Sarda, ammise, senza mezzi termini, che faceva parte di una struttura "segreta" della quale facevano parte una sessantina di persone. Una struttura che era stata allestita dal giudice Lombardini che, pur non avendone titolo, indagava per proprio conto sui sequestri di persona, facendo da intermediario o trattando con i sequestratori. La posizione di Salvatore Carboni si sarebbe aggravata dopo l'interrogatorio del sostituto procuratore di Cagliari Giancarlo Moi, ascoltato appena due giorni fa dai magistrati palermitani. Moi era entrato in contrasto con Lombardini dopo avere indagato su Carboni in relazione ad una società, la GR3, della quale, per qualche periodo, faceva parte anche il fratello del magistrato, Carlo Lombardini. In quell'occasione a casa di Carboni e nel suo ufficio furono sequestrati documenti ed un’agenda dove si faceva riferimento ad alcuni sequestri di persona, in particolare a quelli di Giulia Furlanetto e Gianni Murgia ed ai contatti di Carboni con il giudice Lombardini. Da quell'indagine emersero anche i primi sospetti sulla struttura clandestina al servizio del giudice Lombardini che anche nel sequestro di Silvia Melis avrebbe svolto il ruolo di mediatore con i rapitori".

(la Repubblica 13 settembre 1998).

Ricordo che il 17 agosto dello scorso anno nell’estendere la terza puntata del "Caso Bombardini" e l’opposizione di Grauso che riconferma la denunzia, narrata sull’onda dei ricordi, si evince che: "In effetti il 14 e 15 ottobre 1998 su La Nuova Sardegna era ampiamente anticipata l’apertura di un procedimento per il fallimento dell’ARBATAX 2000 SPA. Secondo la richiesta di archiviazione, tuttavia, poiché dette notizie sarebbero state contenute nel ricorso ex art.2409 cod. civ., notificato entro il 10 ottobre 1998, La Nuova Sardegna avrebbe ben potuto apprendere da tale iniziativa la notizia del predetto fallimento. "Si tratta, tuttavia, di un’illazione priva di ogni accertamento specifico ed assai poco plausibile, posto che la notifica di cui si tratta era destinata a soggetti che nessun interesse avevano a divulgare il contenuto del ricorso di cui si discute. L’episodio narrato dalla richiesta di archiviazione risulta allo scrivente, incomprensibile (afferma il collaboratore de "La Nuova Sardegna". Il fatto denunziato e documentato è molto semplice: "il 14 ottobre 1998 su La Nuova Sardegna era pubblicato un articolo, dal titolo di Mauro LISSIA nel quale si anticipavano nuovi guai giudiziari per il Gruppo Editoriale facente capo al sottoscritto, dandoli come già accertati e come già avvenuta la notifica di un’informazione di garanzia per il reato di false comunicazioni sociali".

Sempre seguendo l’onda dei ricordi, feci il nome del nostro, che non aveva nessun torto se non quello di porre una somma sulla quota del riscatto, che un giornalista poco provveduto, affermò che il "draft" di cinque milioni di dollari, non fosse valido, mise gli inquirenti alla ricerca di accertamenti sulla persona incriminata, che dopo sei anni circa non riesce ancora ad avere quanto disposto dal Tribunale di Strasburgo.

Vi terrò informati, appena il signore in questione mi farò recapitare la documentazione, in verità già inviata ,ma per ragioni di "virulenta" invasione di "werm" per leggerli si è infettato il computer ed ho dovuto resettarlo perdendo documenti e molti scritti già iniziati, tra cui una commedia appena portata a termine.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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