LE DONNE E LA VITA

8 marzo: Festa della Donna

Afferma Alphonse Karr che le donne: "Intrecciano, raccolgono, impastano, governano, spianano, arbitrano, vendono, contano, ballano, curano... "Tutte le donne sono la stessa; non esiste varietà che nelle circostanze." e lo fanno anche l’8 marzo, che come si sa, è la loro festa! Una festa che dovrebbe ricordare il sacrificio delle operaie che, per prime, combatterono per l’uguaglianza sul lavoro.

Questa ricorrenza oltre al valore e significato storico, è diventata una giornata di festa, un momento da passare con le amiche del cuore e fare qualcosa di diverso, lasciando i maschi a casa... "che se la sbrighino da soli!"

Organizzano cene e feste, uscite nei locali con spogliarelli maschili... insomma una giornata da trascorrere allegramente all'insegna del colore giallo e del profumo inebriante della mimosa! In questo giorno di festa voglio ricordare non l’emancipazione sociale e politica che la donna ha raggiunto, ma ricordare com’è stata vista dai pittori napoletani dell’ottocento e dal cinema, oggi.

Ed inizio col parlare della donna afghanistana. Infatti, ciò che colpisce in queste donne è l'abbondanza e la vistosità degli ornamenti, che variano secondo che si tratti di una ragazza di famiglia gregaria, o di una ragazza ricca, figlia di un capo; e naturalmente dipende dalla tribù stessa, che può essere più o meno ricca e che si dedichi al commercio o alla pastorizia, oppure al lavoro dei campi.

Uno degli ornamenti cui le afghanistane tengono principalmente è il gol, una vistosa collana composta di cinque e più giri fatti di zecchini e monete d'argento uniti con fili metallici, perciò è simile ad un bavero ricadente sul petto. Pure importantissimo è il band, un bracciale larghissimo e pesante che portano quasi tutte, anche le più povere.

Le vesti delle ragazze nomadi, invece, sono costituite da una tunica rossa bordata di strisce dorate e dal chadri, il velo, che però, diversamente dalle donne urbanizzate e sedentarie, lascia scoperto il viso. Kuchi è una parola persiana che significa "gente che va".

È quindi in uso tra i sedentari che alla periferia delle città vedono passare in primavera e in autunno le interminabili carovane di pastori. Per essi, cioè per i cittadini, è un fatto normale, come passa un fiume vicino a casa. Dalle passioni dei nomadi vengono spontanei e sinceri il canto, la musica, la danza, la preghiera. Una speciale bellezza assume la preghiera. Come tutti i musulmani, anche i nomadi, che mancano di moschee, pregano dove capita nell'ora particolarmente adatta per rivolgersi al cielo, cioè, al nascere e al calare del sole.

I giovani kuchi, i nomadi di tutte le tribù afghane, usano dipingersi gli occhi di blu; un segno come di matita in mezzo alle ciglia inferiori e superiori, che talvolta esce anche fuori dalla palpebra, verso le tempie. Si dipingono anche la fronte, con dei puntini blu, come le donne beduine. Questo costume della pittura degli occhi ha una ragione precisa. I nomadi vivono nel deserto, in mezzo alla polvere, con il sole accecante, e gli occhi bruciano, si ammalano, si arrossano e, quando non prendono il tracoma, perdono la loro naturale vivezza: così la truccatura restituisce luce e un po' di bellezza allo sguardo.

Gli Stati Uniti d’America: ultimo approdo ai perseguitati e ai diseredati, estrema possibilità di chi non può più vivere in Europa, sono stati per secoli il Paese senza passato che altro non chiede ai nuovi cittadini se non di avere buone braccia e buona volontà. Attraverso questi emigrati, l'Europa si familiarizza con un concetto non nuovo nella sua essenza, ma rivoluzionario per la sua reale portata nella società statunitense: quello del self-made-man; "l'uomo che si è fatto da sé".

Questo concetto è il prodotto naturale di una società avversa al privilegio, avvezza ad affrontare aspre condizioni di vita, abituata al linguaggio dei fatti come al solo valido in una situazione di continua lotta contro la natura; e sono rimasti fedeli a questo mito che ha improntato di sé tutta una concezione di vita.

È una lezione morale e insieme una speranza per ognuno; la conquista del successo è sempre legata al concetto di frontiera ed essa può anche essere la frontiera personale che ciascuno trova davanti a sé, il limite mobile del successo, orizzonte di una felicità sempre disponibile e per cui bisogna lottare.

In Algeria, la rude gente della Cabilia donne semplici e rudi, pratiche e positive, sono provviste del gusto del lavoro e della propria indipendenza. Donne che, si sono lasciate spingere, dal continuo susseguirsi di guerre di conquista e d’invasioni, a condurre una vita povera rinchiuse, come gli uomini cabiliani, nei loro villaggi arroccati sui difficili rilievi dell'Atlante, sul massiccio del Djurdjura, nell'entroterra ad est di Algeri e sui monti Babor antistanti il golfo di Béjaïa.

Fra loro si trovano donne bionde e dagli occhi azzurri e altre scure di pelle e dagli occhi neri, secondo caratteristiche antropologiche che non sono però da attribuire ad incroci con le diverse etnie che hanno occupato il Paese, ma che erano già esistenti nei tempi precedenti il periodo delle grandi invasioni.

Nucleo fondamentale della società cabila è per tradizione la famiglia presa nella sua interezza, l'akhkham, la grande casa. Le famiglie si riuniscono per formare il takharroubt, cioè il clan i cui membri discendono tutti da un antenato comune della quarta o quinta generazione. Ciascun takharroubt, all'interno del villaggio, ha il suo quartiere, la sua fontana, il suo cimitero e a volte le sue feste, costumi e leggende; ha un suo t'amen eletto dalla collettività che la rappresenta nelle assemblee (tagammu'at) e che al momento della timechret, la spartizione comune della carne, riceve la parte riservata ai suoi. I diversi clan formano un villaggio (taddart) ed eleggono l'amin, l'agente esecutivo delle decisioni prese dalla tajmaat.

Infine più villaggi compongono la tribù, 'ars, che porta il nome di un mitico antenato. La confederazione, taqbilt, cioè l'unione di più tribù, è un'unità estremamente vaga, dai contorni mal definiti. La famiglia non si riduce al nucleo formato da due sposi e dai loro discendenti diretti, ma comprende tutti i discendenti maschi, di modo che riunisce, sotto uno stesso capo, più generazioni in una comunione di vita molto intima.

Il padre ne è il capo e possiede un'autorità assoluta. Il matrimonio, qui, non libera la donna dall'autorità assoluta esercitata dal padre, che la consegna a quella del marito, o meglio a quella del gruppo del marito e specialmente della suocera. Il marito dal canto suo ha pieni poteri di porre fine al matrimonio; gli è sufficiente pronunciare la formula del ripudio davanti ad alcuni amici, un marabutto, l'assemblea del clan oppure davanti a un qadi, il giudice. Identici poteri gli sono accordati inoltre per diseredare la moglie, in virtù del principio secondo il quale la successione nasce principalmente dal legame di parentela fra i maschi.

Si può parlare di liberazione della donna, sapendo che vi sono ancora donne che non conoscono il nome "LIBERTA’", e allora quale significato può assumere questa festa dell’otto marzo? "Solo il ricordo del sacrificio".

Nelle remote fattorie norvegesi si usava un tempo, nei giorni dell'Avvento, piantare nei cortili pali e rami carichi di mannelli d'avena; il gesto ha un'origine pagana, anche se nessuno pensa più di ingraziarsi in questo modo quelle forze, un tempo rappresentate dal cavallo e dal corvo di Odino, che accompagnavano il Dio nella sua discesa annuale. Come in Svezia, inoltre, nelle più sperdute fattorie era vivo il culto per l'"albero custode", concepito come dimora degli avi, tanto più che non poche unità familiari hanno ancora nei pressi della dimora il proprio cimitero; un cimitero ricco di fiori con sedili fra tomba e tomba e che nei villaggi può anche essere situato nei pressi della scuola elementare o quale naturale prolungamento del giardino pubblico.

Molto importante è la ricorrenza del giorno del Sole, specie per quelle comunità che abitano le regioni settentrionali del Paese. Il 21 gennaio, infatti, ha termine la lunga notte polare e in tale giorno scuole, uffici e fabbriche rimangono chiusi ­ o ritardano l'apertura ­ per permettere a tutti di festeggiare la prima vittoria annuale della luce sulle tenebre. Naturalmente, non manca la festa del solstizio d'estate (dedicata a San Giovanni) con relativo contorno di fuochi notturni nella notte di vigilia, decorazione delle case con fronde di betulla, grandi bevute e balli collettivi, fra cui spiccano il vivace springar e il più solenne gangar.

Ma l’otto marzo sono solo danze tradizionali che s’imperniano sull'eterno tema delle schermaglie amorose e nel loro svolgimento si cimentano di solito prima i fanciulli, quindi i giovani e poi le coppie già sposate. L'accompagnamento per tali balli è principalmente fornito da un rustico violino (tele) dal suono un po' aspro e con corde in parte di metallo e in parte di budello, sino a un numero massimo di otto.

In Brasile la festa della donna è presieduta da un Bambino bianco, detto l'"imperatore del Divino", che replica la classe dei padroni caratterizzata da una processione, un grande pranzo comunitario, una distribuzione di cibo negli ospedali e nelle prigioni; e tutto un complesso di divertimenti profani, perché ciascun festeiro ambisce a fare più e meglio del suo predecessore, a vincerlo in una specie di potlach,di consumazione di lusso, in cui si può quasi rovinare, ma che eleverà la sua posizione sociale in seno alla comunità.

I PITTORI E LE DONNE A NAPOLI

Nel 1868, anno in cui Domenico Morelli e Filippo Palizzi riformavano l'Accademia di Napoli, il pittore Edoardo Dalbono scopriva un giovane che disegnava clandestinamente in un angolo: era Francesco Paolo Michetti, che i due autorevoli padri della pittura napoletana accolgono sotto la loro tutela artistica.

L'aneddoto probabilmente ricalca in parte lo stereotipo dell'artista libero dai conformismi accademici, però riassume con veridicità storica quelli che furono i riferimenti fondamentali della formazione giovanile di Michetti: l'attenzione al dato di natura di matrice palizziana da una parte e la tensione emotiva derivata da Domenico Morelli dall'altra.

Esempio perfetto di questa fase michettiana è la piccola tela dei Pastorelli, dove la descrizione dell'ambiente campestre è affidata a una tessitura essenzialmente cromatica, che gioca sapientemente all'interno di un'unica gamma in variazioni complesse. La vivacità dei colori dei particolari, soprattutto dei trofei di frutta, incastonati nella scena come squillanti gemme preziose, riesce a riscattare il dipinto dal pericolo di una descrizione troppo leziosa.

Questa pittura smagliante, ricca di accordi impensati, che accora, con un'audace trasposizione l'immagine dell'Abruzzo selvaggio alla luce abbacinante dell'Oriente, mitica terra di una pittura di puro colore, acquista un'evidenza ancora più decisa per l'eco immediatamente raccolta dal giovane compatriota di Michetti, il futuro vate Gabriele D'Annunzio. Proprio nel 1880 egli pubblica la seconda edizione della raccolta Primo vere, nella quale molte delle nuove composizioni erano Studi a guazzo, dedicati espressamente all'amico pittore, di cui riprendeva le notazioni pittoriche, con suggestivi calchi lessicali: in Vespro d'Agosto le vele sono "bianche, rosse e gialle e su ci raggia l'occhiata ultima il sole", mentre il richiamo alla "canzone selvaggia d'amore e di viole" ribadisce la possibilità di una lettura in chiave di suggestivo esotismo, cui la donna è l’esaltazione primaria e naturale.

La parabola pasoliniana incontra, nella sua centrale intersezione, la svolta pressoché dell’epoca degli anni Sessanta, contrassegnata dal repentino passaggio dell'intera nazione da Paese dichiaratamente agricolo a potenza economico-industriale di rilievo nell'Europa occidentale e sui mercati mondiali. Pasolini anche attraverso programmi televisivi molto seguiti,fa fare da contrappunto l’energica quanto amara denuncia della Lettera a una professoressa del 1967 di don Lorenzo Milani, intellettuale di estrazione ebraica, divenuto sacerdote cattolico e assegnato come priore a una parrocchia rurale toscana trasformata in scuola alternativa, nei programmi e nei metodi, rispetto all'istituzione formativa ufficiale.

La letteratura italiana degli anni Sessanta e Settanta da un lato aderisce costantemente alle pieghe della storia economico-sociale e politico-culturale del Paese che vive l'atmosfera delle battaglie femminili e dall’altra, quella cupa del terrorismo. Il Paese si trova in una fase di riflusso sia nella poesia sia nella narrativa, fino al punto di lamentare la sostanziale perdita di un'intera generazione all'esperienza della scrittura letteraria, mantenendo la sua vitalità sia grazie a chi, formatosi in epoche precedenti, continua il suo lavoro artistico, sia negli esordi espliciti, forieri di successive feconde concretizzazioni, della lotta femminile.

E’ il periodo in cui si esalta la donna e il suo "femminino",cui centrale, accanto a quella di Pasolini, appare la figura di Italo Calvino. Di rilievo sono La giornata di uno scrutatore e le narrazioni delle Cosmicomiche e di Ti con zero, che risentono altresì dell'esperienza di lettore e redattore editoriale fatta sulla scia dell'esempio di Vittorini.

In questi anni appare vistoso il segnale di mutamento della scena letteraria. L'espansione industrial-culturale e l'accesso delle donne letterate e dedite a professioni e funzioni nuove, come l'operatore culturale nella radiotelevisione, nei servizi della informazione giornalistica, quotidiana e periodica, e altro ancora, evidenziano immediatamente il contrasto tra la Neoavanguardia, come subito è denominata, per distinguerla dalle correnti innovative del primo novecento e la tradizione.

Sulla scia letteraria la donna entra anche nel Teatro, cui le prime manifestazioni di cui abbiamo sicura notizia sono il fenomeno del sessantotto, con l’elaborazione del teatro drammatico, in modo originale, che non fa parte del teatro di tradizione popolare, ma costituisce un tipo di spettacolo "colto" (primeggiano in questo tipo di spettacolo, Franca Rame e Dacia Maraini), cioè derivante da fonti storiche e forme accessibili a pubblici incolti, e sfruttando, in termini culturalmente corretti, episodi di tradizione popolare. In esso non si possono riconoscere le origini del nostro teatro, se per origini si intendono le prime manifestazioni di un fenomeno di cui dovremo costatare conseguenti sviluppi.

Alla presunta crisi non appartiene certamente un genere che ha fatto la fortuna di molti autori e attori e che ha caratterizzato molte delle produzioni degli anni Ottanta e Novanta, quali Dino Risi, Monicelli, Scola, Zampa, buona parte del nuovo cinema punta sull'evasione totale, liberatoria.

Insieme allo sviluppo di questi film che poco avranno da dire e da lasciare alla storia della cinematografia italiana, gli anni Ottanta registrano la proliferazione di una lunga serie di autori che, si assumono il compito ideale di recuperare le basi della migliore tradizione.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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