Il mistero di Cogne

Anna Maria Franzoni deve tornare in carcere.Anna Maria Franzoni Il Tribunale del Riesame di Torino conferma l'ordine di custodia cautelare emesso nello scorso marzo dal Gip Fabrizio Gandini nei confronti di Anna Maria Franzoni, la donna accusata dell'omicidio del figlio, Samuele Lorenzi. Per i magistrati non ci sono dubbi: il quadro indiziario fa convergere su di lei i sospetti in maniera forte e univoca. Forse per il fatto di essere diventata mamma dopo pochi mesi dallo scatenamento della furia della follia contro il piccolo Samuele.

E’ il 30 gennaio 2002: è scoperto un delitto atroce. Un bambino di appena tre anni, Samuele Lorenzi, è assassinato con quattordici colpi di un misterioso oggetto contundente, sferratogli sulla testa, mentre per pochissimi minuti, otto al massimo, è rimasto da solo nella villetta di Montroz, una frazione di Cogne, in Val d’Aosta.

E’ lì che Samuele viveva assieme ai genitori, Stefano Lorenzi, perito elettrotecnico e Annamaria Franzoni, entrambi provenienti da famiglie abbienti, originarie del bolognese, ed il fratellino maggiore Davide. A rinvenire il corpo ormai agonizzante del piccolo con il cranio sfondato è stata la mamma. Rapido quanto inutile l’intervento dei soccorsi: Samuele è già cerebralmente morto. Finirà di vivere, anche clinicamente, poco dopo, all’ospedale di Aosta.Stefano Lorenzi e la moglie Anna Maria Franzoni

Chi ha ucciso Samuele? Chi ha avuto un cuore così arido da infierire sul piccolo corpo la sua furia omicida?

Il delitto si rivela subito un giallo. Un giallo che ha da subito un solo sospettato: la mamma di Samuele, Annamaria Franzoni, nel mirino degli inquirenti.

Ma l’inchiesta giudiziaria è delicata e si svolge, con grande, grandissima cautela. Il procuratore di Aosta, Maria Del Santo Bonaudo ed il pubblico ministero, Stefania Cugge, ordinano ai carabinieri del RIS, lo speciale reparto di indagine scientifica dei carabinieri, un’infinità di perizie. Ma l’arma non si trova. E, oltretutto, il delitto manca di un movente. Eppure non sembrano esserci altre piste da seguire, se non quella che porterà, il 13 marzo, ad arrestare la mamma di Samuele. Ella è stata l’ultima a vedere Samuele: poco dopo le 8.00, dice la donna, era addormentato nel letto matrimoniale; lo ha lasciato solo per pochi minuti, il tempo di accompagnare l’altro figlio, Davide, alla fermata dello scuolabus, distante appena un centinaio di metri da casa. Al ritorno la scoperta del dramma.

I primi ad intervenire in aiuto, un’amica di Annamaria, Ada Satragni, psichiatra, che presta i primi soccorsi a Samuele, inquinando, la scena del delitto. Qualcuno può essersi introdotto nella villetta dei Lorenzi per uccidere Samuele? Magari per vendetta? I tempi sembrano essere troppo ristretti. La porta dell’abitazione era stata chiusa dalla madre, anche se non a chiave. E poi nessuno in paese sembra avere motivi di odio verso i Lorenzi. Alla fine altri indizi sembra convergano verso la donna: il pigiama di lei trovato insanguinato, un paio di zoccoli, con tracce ematiche evidenti. L’ipotesi inquisitoria è che Annamaria Franzoni abbia ucciso suo figlio in uno stato di alterazione mentale e che poi abbia rimosso il fatto. Ma per altri la donna è soltanto un’abile mentitrice.

Il mistero resta e l’unica ipotesi che rimane viva è che alla base dell’omicidio c’è la follia.

L’inchiesta ha avuto fin dall’inizio alcune caratteristiche che la distinguono, in maniera netta, dal modo in cui vengono condotte in Italia le inchieste giudiziarie.

Il primo elemento riguarda il garantismo assoluto che ha contraddistinto le indagini: nessun frettoloso mandato di cattura, ma l’attesa paziente che i riscontri scientifici fornissero materiale di supporto e di riscontro alle tesi dell’accusa contro Annamaria Franzoni, la madre di Samuele Lorenzi.

Non va dimenticato è rimasta in stato arresto quarantaquattro giorni dopo il delitto. Paradossalmente, l’errore principale dell’inchiesta è stato speculare a questo atteggiamento di lodevole garantismo, che andrebbe preso ad esempio da tutte le procure italiane, più disposte, invece, a quello che si chiama innamoramento della tesi, un atteggiamento che spesso conduce a processi sommari. E’ stato infatti un errore quello di affidare l’indagine quasi unicamente alle perizie tecnico-scientifiche, dimenticando che i sospetti è meglio interrogarli a fondo, senza forzature ma interrogarli soprattutto sulle loro contraddizioni.

La Procura di Aosta il 7 marzo 2002 ha chiesto l’arresto di Annamaria Franzoni.
Il GIP del Tribunale il 13 marzo 2002 lo ha ordinato e la mamma di Samuele è stata arrestata.

Il Tribunale del Riesame di Torino il 30 marzo 2002 ha contestato l’assunto dell’ordinanza del GIP, addirittura smontandola pezzo per pezzo, ed ha messo in libertà la Franzoni.

La Corte di Cassazione il 10 giugno 2002 ha annullato la decisione del Tribunale del Riesame, dando ragione al GIP di Aosta: Anna Maria Franzoni doveva rimanere in carcere.

Una nuova sentenza del Tribunale del Riesame di Torino il 5 ottobre 2002 ha ribadito che l’arresto della Franzoni, disposto dal GIP di Aosta, era stata una scelta legittima. Nel frattempo, il 23 luglio 2002, veniva depositata la perizia psichiatrica che ritiene Anna Maria Franzoni "capace di intendere e di volere" e quindi processabile.

Vorrei sapere, da voi che mi leggete, se ritenete possibile che una madre possa "trucidare barbaramente" suo figlio, oppure la giustizia sta prendendo una di quella cantonate che rimarranno negli annali degli "ERRORI GIUDIZIARI".

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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