GIUSEPPE SELVAGGI

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Giuseppe Selvaggi era nato a Cassano allo Ionio il 29 agosto 1923. Il nonno paterno era orefice e commerciante di tessuti e proveniva dal ceppo familiare di San Marco Argentano, che lo ha ricordato il 23 agosto u.s. con un Convegno dal titolo "Giuseppe Selvaggi, Poeta, Giornalista, Critico d’arte".

Il Saggio Michelangelo nell’ultimo "Giudizio" (Istituto Grafico Tiberino, Roma 1942) gli è valso per commentare, per i giapponesi, il restauro della Cappella Sistina.

Conobbi Peppino Selvaggi nel 1984, quando organizzai la nona edizione di "Talentiate – Olimpiade di Talenti" il cui scopo precipuo era quello di trovare l’artista di talento e valorizzarlo nel giusto merito, come per le edizioni precedenti.

Era il periodo in cui, modestamente, il mio nome diceva qualcosa, avevo rappresentato un dramma contro la droga, mentre a Roma si rappresentava Hair, una commedia in napoletano "Chiamale comme te pare" nello stesso periodo in cui Eduardo rappresentava all’Eliseo "Gli esami non finiscono mai" e l’avvenimento suscitò scalpore, fui anche intervistato dalla RAI per la terza volta.

Dovevo formare una giuria composta di persone oneste e disinteressate, perciò mi rivolsi ad Antonio Altomonte, capo servizio della Terza Pagina a "Il Tempo" e lui, non potendo accettare perché oberato di lavoro mi propose Selvaggi che subito contattai: che uomo meraviglioso!

Era così contento che avrebbe voluto regalarmi tutta la libreria se fosse stato possibile, ma non potetti evitare di accettare tutte le sue pubblicazioni, da "Fior di notte", la sua prima raccolta di poesie pubblicata, a "Canti ionici" e alla sua ultima pubblicazione "Corpus – Racconto d’Amore".

Questa Poesia mi penetrò subito dentro e vi mise radici che crescevano giorno dopo giorno, tanto che nel 1986, durante le premiazione della dodicesima edizione della "Talentiade", rappresentammo "Il corpo" una commedia in versi, camminando in mezzo al pubblico e lui era talmente commosso, più di noi, che alla fine volle ad ogni costo che l’accompagnassi a casa nella sua auto, per parlare con me.

Mi disse delle cose che ancora oggi valgono un Nobel, gliene fui grato e gli sono stato grato, ma evidentemente non tanto perché ho saputo del suo decesso solo il 2 settembre e non ho avuto il coraggio, anche perché sono rimasto intronato, di chiedere alla signora Lidia, quando era avvenuto, ho capito solo il come.

Ora so che sei qui vicino a me, anzi vi sento entrambi, forse partiti lo stesso giorno, Te Peppino e Te Remil che mi aiutate a sopportare le baggianate e le staffilate sottili che mi pervengono da individui che non sanno quello che scrivono.

Mio caro e infaticabile amico, oggi ti ricorderò agli amici che mi seguono, con il primo articolo scritto per "Corpus – Racconto d’amore - " e pubblicato su "Il corriere di Roma".

Eros nella poesia di Giuseppe Selvaggi

"La Porta" impressa nel cuore, l'immagine del suo ideale, la sublimità dei suoi sogni che cercherà sempre, instancabilmente, nonostante le delusioni, come una Diana pronta a dare la sveglia al suo esercito, senza chiedere onorari, ma solo per la gioia di donare. Oggi specialmente, che tutti scrivono poesie credendo di essere geni, dimentichiamo spesso chi lo è veramente, colui che attraverso la poesia sa creare profonde suggestioni con insoliti accostamenti di immagini, con linguaggio limpido e naturale dono di sentimenti. Se poi canta l'amore, sentimento più forte di ogni altra passione, e questa rimbalza da un'anima all'altra rimanendovi ramificata, allora quest’intenso amore, questa sorgente sgorgata in canto diviene un fiume che invade molte terre raggiungendo l'Oceano, come una musica grave e solenne.

Giuseppe Selvaggi è rimasto un bambino che si è trasformato col mondo e nella sua grande religiosità "mistica" dell'amore ha trovato, per la poesia, la più completa espressione poetica dell'Eros, quale ricerca di Dio; anche se il momento estetico predomina sul mistico, ecco che l’amore si materializza, diventa essere vivente e non più sentimento: capacità univoca del Genio che ama indissolubilmente l’amore e la vita.

Queste considerazioni, naturalmente, non tolgono nulla all'incanto della poesia di Selvaggi. L'amore che canta nelle sue poesie e che adora con l'ardore del mistico è amore puro e sincero; non l'amore personale, ma una rappresentazione intensamente soggettiva verso l'unione universale dell'uomo, perché, so che mi ripeto, è non più sentimento o solo sentimento ma essere vivente, in quanto venuto al mondo dalla stessa "Porta".

"Baciarti dove veniamo al mondo
sino alla volontà di viverti e viverci".

Quel verbo "veniamo" nell'illustrare l'universalità del concetto trasforma e approfondisce il suo significato. Il ricordo, il desiderio, per determinarsi, deve necessariamente passare dalla regione fredda della memoria nella zona infuocata della passione.

Deve abbandonare la sua esistenza di ricordo e di desiderio e ridiventare attualità, non più sembiante che torna al pensiero, ma visione che risorge nell'anima: "viverti e viverci" acquistano intensità quanto più il ricordo e il desiderio vogliono conquistare la precisione.

Le parole vengono sempre più calde, impetuose, essenziali; sempre più pregne di quegli affetti: "II tuo volto cerchiato d'occhi ombra nel mio pensiero".

Già quel desiderio che lampeggia in altri volti ha in sé, per il modo e per i termini, qualche cosa che lo fa uscire allo scoperto da quel quadro impressionistico; ma quando al Poeta ritorna alla memoria "quel desiderio" si riporta con la mente agli "occhi che hanno ombra nel suo pensiero".

Resta il respiro, il ritmo, nell'impressione di questa risurrezione che è in

"Questo baciarti cieco vedendoti
color rosa"...

Ed ecco che la sua anima si sente vicina a uno sgomento che ella conosce e noi non conosciamo (e dovremmo), che quasi ridesta un'armonia soave dalla quale risorge una superba visione: il colore della "porta", appunto. E noi rimaniamo sospesi nell' impressione di questo "Baciarti cieco vedendoti".

"Mi ripropone l’assurdo Dio forma d'uomo
con questo vivere più vivere
nel desiderio di entrare dentro di te".

Il desiderio, annunciato poco prima, si protende e si appoggia sopra una verità ancora necessaria e non espressa e ch’è troppo potente per adagiarsi sopra un aggettivo: scoppia in un’esclamazione che è insieme ammirazione e imprecazione, che illumina le parole che la precedono e preannuncia tutte le altre che seguono:

"Rivarco impossibile della materna porta
invece che avviarmi al cunicolo della morte".

Non estinti né domati, gli affetti hanno già ripreso sul Poeta, che non se ne accorge, il proprio dominio incontrastato; ritornano come palpitante realtà ai sensi e al cuore.

La madre, è lei che egli ha adorato come delizia. È lei, la madre, che s'inonda di poesia, che domina nell'Eros e dà al Poeta quel senso di sgomento che lo fa tremare già prima della sua apparizione. È lei che si arresta, nitida e ferma, in un quadro, in cui l'arcana voluttà non turba la resistente serenità.

È desiderio "duplice" del Poeta sottratto al seno materno, alle vesti imponenti, ai baci rumorosamente scoccati sulle curve labbra di lui bambino (di tutti gli uomini bambini), non per arte di seduzione ma per affetto materno, contribuiscono a trasformare a dischiudere nuovi mondi e nuovi orizzonti: la madre diviene iniziatrice di misteri divini; e cade anche il "peccato originale".

La delizia che aveva annunciata l'immagine della "porta", si ritrova nell'adorazione finale della donna, soggetto principe del desiderio appagato:

"Con più disperazione sulla bocca
ti bacio le serene parole d'amore".

Quell'antitesi, che pareva conciliata nella creazione della figura vivente de "La Porta" riprende e dimostra come la causa segreta e l'affetto da cui il Poeta è stato sopraffatto, suo malgrado, è definitivamente compiuta.

Sembra che abbia cessato di pensare a "La Porta" e si sia rifugiato nell'espressione generalizzata, impersonale; ma quando rileggendo la poesia si rende conto di aver poeticamente, annullato, non solo il peccato originale ma di aver vinto anche il "complesso di Edipo", non si abbandona al rimpianto ma vive pienamente il desiderio bello, pulito e sacro, come non lo è stato mai.

L'amore, nelle poesie di Giuseppe Selvaggi, non si riduce mai a erotismo o ossessione romantica, esso è inserito sempre nel contesto della vita e impegna l'intera umanità; è il punto di un altissimo equilibrio raggiunto.

Per Selvaggi l'amore non è la donna, ma un essere umano "completo", un amico, un compagno di lotta oltre che un'amante. In Selvaggi l’amore riassume tutte le cose che ama, la sua battaglia, il suo slancio ideale, il suo paese, la speranza, integrata nella dinamica dell'esistenza.

Per Giuseppe Selvaggi la poesia è la sola espressione possibile di vita e di lotta. Egli continua a cantare, nonostante tutto, anche se l'essere nato nel periodo di Montale, Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Cardarelli e Pasolini non ha permesso un esame più approfondito della sua produzione. Questo finirà col mettere la corda al collo ai cosiddetti "maceratori di poesia": quelli col nome altisonante nella critica letteraria attuale.

LA PORTA

Baciarti dove veniamo al mondo
sino alla volontà di viverti e viverci
il tuo volto cerchiato d'occhi ombra nel mio pensiero.

Questo baciarti cieco vedendoti
color di rosa, ma di che colore è la rosa?
mi ripropone l'assurdo Dio forma d'uomo
con questo vivere più vivere
nel desiderio di entrare dentro di te
rivarco impossibile della materna porta
invece che avviarmi al cunicolo della morte.

Con più disperazione sulla bocca
ti bacio le serene parole di amore.

"CORPUS: racconto d'amore"

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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