invidioso della primavera porta via le persone più care

“FEBBRAIO CORTO E AMARO”

lasci solo i ricordi

Che dicono, febbraio,
i giorni interminabili
le notte eterne?

Tace la zappa e il bidente.

Trenodìa!

Scoppietta il camino
stanca pipa.

Giorni interminabili
non a me
notti eterne al mio cuore.

Braccia stanche di far niente
muscoli atrofizzati.

L'ago sposa ossido di ferro
non sapore di pane.

Recita un proverbio metropolitano: “febbraio corto e amaro” e quello che sto per raccontare è la dimostrazione di quanto sia reale e profondo questo proverbio.

A febbraio del 1943, misi in un grande fazzoletto legato per bene un paio di calzoni, due camice cucite da mamma con la seta dei paracadute dei razzi luminosi, tre paia di mutande e calzini e m’incamminai per la stazione ferroviaria per prendere il treno per Napoli (avevo pregato il Signore affinché avesse fatto morire i vecchi più ricchi in modo che potessi racimolare i soldi per il biglietto del treno, perché al funerale chi portava il crocefisso riceveva due lire, chi, invece, fungeva da chierichetto riceveva una sola lira), poiché avevo raggiunto la somma necessaria per il biglietto di viaggio: 314 lire.

Ma per Pasqua dovetti ritornare a casa da mamma, perché il principale mi disse che non aveva più bisogno del mio aiuto in quanto il lavoro era tutto concentrato sulla festività. A metà marzo, fuggii ancora per andare a Napoli e vi rimasi fino a quando mamma non mi costrinse a ritornare a casa; ma il 16 settembre scappai di nuovo per Napoli e vi rimasi fino al brutto giorno del 27 settembre 1943, quando vidi che un tedesco sparò a sangue freddo un marinaio che si stava dissetando alla fontanella (non so se c’è ancora) all’angolo tra il Corso Vittorio Emanuele e Via Girardi, dove all’inizio della strada c’era (o c’è ancora?) l’ospedale militare. Corsi come un pazzo verso la strada che mi avrebbe portato fuori della città per ritornare da mamma.

La notte piovve tanto e non avevo dove ripararmi perché non conoscevo quelle zone. Camminando per una “mulattiera” rimasi imprigionato nella mota come un alberello con le radici che si conficcavano sempre di più nel terreno: avevo paura di addormentarmi come i cavalli.

All’alba passò di là un signore sopra un asinello; mi apostrofò con una risata ch’era una presa in giro:

- Che ci fai, vuoi mettere radici in mezzo alla strada?

Si avvicinò mi prese per sotto le ascelle e mi issò sull’asino portandomi fino ad un punto più sicuro; ma prima volle che ci fermassimo alla “Masseria”.

La padrona di casa appena mi vide bagnato come un pulcino, con una sveltezza mai conosciuta né prima né dopo, mi spogliò lasciandomi nudo accanto al fuoco del camino che brillava ed era caldo come il sole di luglio; poi mi rivestì con una camicia che mi arrivava ai piedi, e con un paio di calzoni che il cavallo arrivava sotto le ascelle; con amore mi asciugò i capelli, con un asciugamani di lana, strofinandomi il cuoio capelluto.

Stavo così bene in quella masseria che le premure della donna non mi facevano sentire la mancanza di mamma (ero scappato ancora quel 16 settembre perché il 14 avevo visto il corpo di Rocco fatto come un colabrodo da uno dei due tedeschi che tenevano sotto tiro circa duemila militari sbandati, desiderosi solo di giungere il più presto possibile a casa, e mamma me le aveva suonate di santa ragione, ballando sul mio corpo steso sull’antica strada romana, con i suoi (Dio l’abbia in gloria!) ottantacinque chili). Ma il marinaio ucciso a sangue freddo mi fece dimenticare tutto: desideravo le sue braccia.

Il marito della signora che mi aveva accudito amorevolmente disse che avevo fatto bene a fuggire da Napoli  perché in città c’era la guerra per le strade, ma io lo sapevo già, l’avevo vissuta dallo scoccare della prima scintilla. La morte del marinaio fu il colpo di grazia per una ragazzo di undici anni compiuti a luglio.

Perché «febbraio, curto e amaro?» Perché di febbraio mi ero perduto da ragazzo, e nella maturità, in questo mese, in tre giorni successivi, anche se in anni diversi ho perduto tre amici carissimi, tre «GRANDI POETI», tre immortali: Arden Borghi Santucci, il 24 del 1997; Renato Milleri (Remil) il 25 del 2004 e Peppino Selvaggi il 26 un giorno dopo Remil.

Perché «Grandi Poeti Immortali?»


Giuseppe Selvaggi

Giuseppe Selvaggi era nato a Cassano allo Ionio il 29 agosto 1923. Il nonno paterno era orefice e commerciante di tessuti e proveniva dal ceppo familiare di San Marco Argentano, che lo ha ricordato il 23 agosto 2004 con un Convegno dal titolo "Giuseppe Selvaggi, Poeta, Giornalista, Critico d’arte".

 

Il Saggio Michelangelo nell’ultimo "Giudizio" (Istituto Grafico Tiberino, Roma 1942) gli valse per commentare, per i giapponesi, il restauro della Cappella Sistina.

 

Conobbi Peppino Selvaggi nel 1984, quando organizzai la nona edizione di "Talentiate – Olimpiade di Talenti" il cui scopo precipuo era quello di trovare l’artista di talento e valorizzarlo nel giusto merito, come per le edizioni precedenti e come sto continuando a fare.

 

Era il periodo in cui, il mio nome giunse anche alla RAI che mi fece intervistare due volte, e poi produsse il profilo d’autore, redatto da Claudio Novelli; avevo avuto in scena un dramma contro la droga, mentre a Roma si rappresentava Hair; una commedia in napoletano "Chiamale comme te pare" nello stesso periodo in cui Eduardo rappresentava "Gli esami non finiscono mai" e l’avvenimento aveva suscitato scalpore.

 

Così la RAI – Radio Televisione Italiana mi fece una terza intervista, seguita da altre due nel 1992 per sapere che fine avessi fatto, durante il programma di Gianni Bisiac «La lettera di Don Santino», condotta da Don Santino Spartà.

 

Dicevo, scusate mi sono perduto un attimo in una dissertazione forse inutile, è stata la malinconia?, dovevo formare una giuria composta di persone oneste e disinteressate, perciò mi rivolsi ad Antonio Altomonte, capo servizio della Terza Pagina a "Il Tempo" (amici e estimatori l’uno dell’altro) e lui, non potendo accettare perché oberato di lavoro mi propose Selvaggi che subito contattai: che uomo meraviglioso!

 

Era così contento che avrebbe voluto regalarmi tutta la libreria se fosse stato possibile, ma non potetti evitare di accettare tutte le sue pubblicazioni, da "Fior di notte", la sua prima raccolta di poesie pubblicata, a "Canti ionici" e alla sua ultima pubblicazione "Corpus – Racconto d’Amore".

 

Questa Poesia mi penetrò subito dentro e vi mise radici che crescevano giorno dopo giorno, tanto che nel 1986, durante la premiazione della dodicesima edizione della "Talentiade", rappresentammo "Il corpo" una commedia in versi, camminando in mezzo al pubblico e lui era talmente commosso, più di noi, che alla fine volle ad ogni costo che l’accompagnassi a casa nella sua auto, per parlare con me.

 

Mi disse delle cose che ancora oggi valgono un Nobel, gliene fui grato e gli sono stato grato, ma evidentemente non tanto perché ho saputo del suo decesso solo il 23 agosto e non ho avuto il coraggio, anche perché sono rimasto intronato, di chiedere alla signora Lidia, quando era avvenuto, ho capito solo il come.

 

Ora so che sei qui vicino a me, anzi vi sento entrambi, forse partiti lo stesso giorno, Te Peppino e Te Remil che mi aiutate a sopportare le baggianate e le staffilate sottili che mi pervengono da individui che non sanno quello che scrivono.

 

Mio caro e infaticabile amico, oggi ti ricorderò agli amici che mi seguono, con il primo articolo scritto per "Corpus – Racconto d’amore -" e pubblicato su "Il corriere di Roma".

 

 

Eros nella poesia di Giuseppe Selvaggi

"La Porta" impressa nel cuore, l'immagine del suo ideale, la sublimità dei suoi sogni che cercherà sempre, instancabilmente, nonostante le delusioni, come una Diana pronta a dare la sveglia al suo esercito, senza chiedere onorari, ma solo per la gioia di donare. Oggi specialmente, che tutti scrivono poesie credendo di essere geni, dimentichiamo spesso chi lo è veramente, colui che attraverso la poesia sa creare profonde suggestioni con insoliti accostamenti di immagini, con linguaggio limpido e naturale dono di sentimenti. Se poi canta l'amore, sentimento più forte di ogni altra passione, e questa rimbalza da un'anima all'altra rimanendovi ramificata, allora quest’intenso amore, questa sorgente sgorgata in canto diviene un fiume che invade molte terre raggiungendo l'Oceano, come una musica grave e solenne.

 

Giuseppe Selvaggi è rimasto un bambino che si è trasformato col mondo e nella sua grande religiosità "mistica" dell'amore ha trovato, per la poesia, la più completa espressione poetica dell'Eros, quale ricerca di Dio; anche se il momento estetico predomina sul mistico, ecco che l’amore si materializza, diventa essere vivente e non più sentimento: capacità univoca del Genio che ama indissolubil-mente l’amore e la vita.

 

Queste considerazioni, naturalmente, non tolgono nulla all'incanto della poesia di Selvaggi. L'amore che canta nelle sue poesie e che adora con l'ardore del mistico è amore puro e sincero; non l'amore personale, ma una rappresentazione intensamente soggettiva verso l'unione universale dell'uomo, perché, so che mi ripeto, è non più sentimento o solo sentimento ma essere vivente, in quanto venuto al mondo dalla stessa "Porta".

 

"Baciarti dove veniamo al mondo

sino alla volontà di viverti e viverci".

 

Quel verbo "veniamo" nell'illustrare l'universalità del concetto trasforma e approfon-disce il suo significato. Il ricordo, il desiderio, per determinarsi, deve necessaria-mente passare dalla regione fredda della memoria nella zona infuocata della passione.

 

Deve abbandonare la sua esistenza di ricordo e di desiderio e ridiventare attualità, non più sembiante che torna al pensiero, ma visione che risorge nell'anima: "viverti e viverci" acquistano intensità quanto più il ricordo e il desiderio vogliono conquistare la precisione.

 

Le parole vengono sempre più calde, impetuose, essenziali; sempre più pregne di quegli affetti: "Il tuo volto cerchiato d'occhi ombra nel mio pensiero".

 

Già quel desiderio che lampeggia in altri volti ha in sé, per il modo e per i termini, qualche cosa che lo fa uscire allo scoperto da quel quadro impressionistico; ma quando al Poeta ritorna alla memoria "quel desiderio" si riporta con la mente agli "occhi che hanno ombra nel suo pensiero".

 

Resta il respiro, il ritmo, nell'impressione di questa risurrezione che è in "Questo baciarti cieco vedendoti/color rosa"...

 

Ed ecco che la sua anima si sente vicina a uno sgomento che ella conosce e noi non conosciamo (e dovremmo), che quasi ridesta un'armonia soave dalla quale risorge una superba visione: il colore della "porta", appunto. E rimaniamo sospesi nell' impressione di questo "Baciarti cieco vedendoti".

 

"Mi ripropone l’assurdo Dio forma d'uomo

con questo vivere più vivere

nel desiderio di entrare dentro di te".

 

Il desiderio, annunciato poco prima, si protende e si appoggia sopra una verità ancora necessaria e non espressa e ch’è troppo potente per adagiarsi sopra un aggettivo: scoppia in un’esclamazione che è insieme ammirazione e imprecazione, che illumina le parole che la precedono e preannuncia tutte le altre che seguono:

 

"Rivarco impossibile della materna porta

invece che avviarmi al cunicolo della morte".

 

Non estinti né domati, gli affetti hanno già ripreso sul Poeta, che non se ne accorge, il proprio dominio incontrastato; ritornano come palpitante realtà ai sensi e al cuore. La madre, è lei che egli ha adorato come delizia. È lei, la madre, che s'inonda di poesia, che domina nell'Eros e dà al Poeta quel senso di sgomento che lo fa tremare già prima della sua apparizione. È lei che si arresta, nitida e ferma, in un quadro, in cui l'arcana voluttà non turba la resistente serenità.

 

È desiderio "duplice" del Poeta sottratto al seno materno, alle vesti imponenti, ai baci rumorosamente scoccati sulle curve labbra di lui bambino (di tutti gli uomini bambini), non per arte di seduzione ma per affetto materno, contribuiscono a trasformare a dischiudere nuovi mondi e nuovi orizzonti: la madre diviene iniziatrice di misteri divini; e cade anche il "peccato originale".

 

La delizia che aveva annunciata l'immagine della "porta", si ritrova nell'adorazione finale della donna, soggetto principe del desiderio appagato:

 

"Con più disperazione sulla bocca

ti bacio le serene parole d'amore".

 

Quell'antitesi, che pareva conciliata nella creazione della figura vivente de "La Porta" riprende e dimostra come la causa segreta e l'affetto da cui il Poeta è stato sopraffatto, suo malgrado, è definitivamente compiuta.

Sembra che abbia cessato di pensare a "La Porta" e si sia rifugiato nell'espressione generalizzata, impersonale; ma quando rileggendo la poesia si rende conto di aver poeticamente, annullato, non solo il peccato originale ma di aver vinto anche il "complesso di Edipo", non si abbandona al rimpianto ma vive pienamente il desiderio bello, pulito e sacro, come non lo è stato mai.

 

L'amore, nelle poesie di Giuseppe Selvaggi, non si riduce mai a erotismo o ossessione romantica, esso è inserito sempre nel contesto della vita e impegna l'intera umanità; è il punto di un altissimo equilibrio raggiunto.

 

Per Selvaggi l'amore non è la donna, ma un essere umano "completo", un amico, un compagno di lotta oltre che un'amante.

 

In Selvaggi l’amore riassume tutte le cose che ama, la sua battaglia, il suo slancio ideale, il suo paese, la speranza, integrata nella dinamica dell'esistenza.

 

Per Giuseppe Selvaggi la poesia è la sola espressione possibile di vita e di lotta.

 

Egli continua a cantare, nonostante tutto, anche se l'essere nato nel periodo di Montale, Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Cardarelli e Pasolini non ha permesso un esame più approfondito della sua produzione. Questo finirà col mettere la corda al collo ai cosiddetti "maceratori di poesia": quelli col nome altisonante nella critica letteraria attuale.

 

LA PORTA

Baciarti dove veniamo al mondo

sino alla volontà di viverti e viverci

il tuo volto cerchiato d'occhi ombra nel mio pensiero.

Questo baciarti cieco vedendoti

color di rosa, ma di che colore è la rosa?

mi ripropone l'assurdo Dio forma d'uomo

con questo vivere più vivere

nel desiderio di entrare dentro di te

rivarco impossibile della materna porta

invece che avviarmi al cunicolo della morte.

Con più disperazione sulla bocca

ti bacio le serene parole di amore.

                                             

(Da "CORPUS: racconto d'amore")


 

Arden Borghi Santucci

Arden Borghi Santucci nata a Carpi, si era trasferita con la famiglia, per esigenza di vita, prima a Modena, poi a Camugnano, in provincia di Bologna, era la primogenita di sette figli, del casellante Borghi.

Vissuta in mezzo ai binari, lungo la strada ferrata, come Cardarelli e come lui ribelle; smorza la sua ribellione tra le braccia dell'amore che si manifesta sotto le spoglie di un uomo dell'arma dei Carabinieri. La loro unione scorre serena fino al sopraggiungere della guerra che, con le sue paure, la sua fame, la sua ansia (nell’attesa di vederne la fine al più presto) non smorzano, ne scalfiscono la sua tempra di femmina emiliana, forte e generosa.

Nel 1960-61 dà alla stampa la sua prima raccolta che l'editore Gabrieli di Roma,

titola «POESIE». Da allora pubblica, una raccolta ogni anno; ma viene conosciuta dal grosso pubblico e dalla critica solo nel 1976 con la raccolta «SEMBIANZE» edita dalla Casa Editrice Andromeda, dell’Associazione Internazionale Artisti Poesia della Vita di Roma, cui fanno seguito: «L'Eterna notte» una raccolta di racconti autobiografici, per i tipi dell’Editrice Farnesiana Piacenza, in cui non smentisce il suo mondo poetico. «Immagini» Editrice Farnesiana Piacenza, conferma un’ispirazione feconda e coerente.

Non c'è poeta che non voglia avere un ideale tutto suo e spera, almeno una volta di vedere avverato il miracolo di Pigmalione e dargli contorno e sostanza.

Arden Borghi Santucci ha materializzato il suo ideale e l'ha reso sensibile, gli ha dato un nome, cento nomi, che accavallati, incastonati gli uni agli altri si ingigantiscono e formano un solo grande: ricordo.

Questo frutto Ella se l'è coltivato, perché certamente il suo ideale non è stata cosa subitanea, ma una lenta e contrastata battaglia interiore.

Le ombre dei grattacieli che s'allungano a dismisura e non le permettono di riconoscere il luogo natio; la pace serena dell'uomo che cammina nella notte; le speranze rotolanti che si frantumano sul viscido selciato; la panchina vuota sotto l'albero spoglio; la solitudine, tutto ha contribuito ad educare nel suo pensiero e a svolgere nella sua vita quell'ideale poetico ed umano insieme, temperato di fantasia, di coscienza e di sentimento; quest'ideale, nel ricordo struggente di una vita calma e serena ha fatto della Borghi Santucci l'idealista gigante, fuori, (ma dentro tutta, con la sua arte), del nostro tempo.

La tematica della poesia della Borghi Santucci è l'inafferrabile attimo che sfugge nel momento stesso in cui lo vive e lascia tracce di sangue nell'anima che lo insegue nella corsa inutile con il tempo.

 

Che cosa resta dell'uomo, di tutta una vita? Resta ciò che non abbiamo rivelato agli altri, ma che spesso, rimane ignorato anche da noi. E la nostra vita è come una barca che, nell'atto di affondare, si afferra ai ricordi per sentire in essi che non abbiamo vissuto invano.

L’attuale condizione della poesia porta, necessariamente, ad una nuova inter-pretazione della precedente produzione come esercitazione letteraria del tem-po, acquista una fondamentale impor-tanza della nuova valutazione della Borghi Santucci come espressione degli ideali di un determinato clima culturale.

La stessa particolare pro-spettiva che illumina alcuni canti oscurandone altri, giustificata in una produzione che non necessariamente deve sottostare alle norme della corrente letteratura poetica.

Lo stile, l’assunzione della forma, comporta per la Borghi il sorgere di espressioni convenzionali, retoriche,a scapito del termine tecnico preciso.  

Quel che resiste nella poesia della Borghi non è spessore verbale, ma il suo figurativismo colorito, l'estro puramente lirico, che immette gli umori della lingua parlata nel codice letterario; quel che resiste è il carattere personalissimo, carattere che farà storcere, la bocca al critico, e cioè la bivalenza del repertorio e del discorso autobiografico. Un tono di cordiale umanità pervade tutti gli scritti della Borghi che rispecchiano, appunto, quel mondo poetico di cui abbiamo, accennato, nemico delle esagerazioni, ma espresso con vigore e convinzione:

«Lo spazio della notte
nell'ampiezza dei sogni
abbraccia ogni resistenza umana
».

 


Renato Milleri

Renato Milleri in arte Remil, nato a Roma il 1° giugno 1947, ha fondato la sua poesia (che si ostinava a chiamare «prosa poetica») sulla ricerca analitica del proprio io e le «turbe» che seguono l’uomo dall’infanzia.

La ricerca inizia nell’infanzia. Interrotta durante l’impiego in banca, per riprenderla nel 1981, quando fu messo in quiescen-za per ragioni di salute, con il grido disperato per la «sua» città stretta nella morsa della violenza, dedicandole una raccolta di poesie.

«La nostra città violenta» è una raccolta divisa in cinque parti, quasi a voler fare il viaggio dantesco a ritroso: Dante dal peccato giunge alla redenzione, lui dalla redenzione scende nelle «bolgie infernali», una raccolta che affascina, rapisce e indigna il lettore; ma importante è che rimane incollato alla lettura fino all’ultima virgola, per sentirsi in «trance» per ore dopo aver finito la lettura che continua imperterrita nel cervello fino a far sentire placati, perché avvolti dalla sua rabbia e dal profondo amore che lo lega alla città eterna.

Per combattere il «Racket dell’Arte», non volendo sottostare alle imposizioni di certa editoria, e di certe organizzazioni di premi letterari, dai bricconcelli a quelli bricconi, si è creato un sito Internet, in cui pubblica non solo le sue opere ma anche quelle degli amici, che come lui combattono, con l’assenteismo, il «Racket dell’ Arte». Lo ha chiamato: «L’Angolo di Remil» in seguito, visto il successo (è stato segnalato da Virgilio e da altri), l’ha chiamato «Gutta Cavat» ed è diventato un sito trilingue, italiano, francese e inglese. Nella «home page» ci s’imbatte subito sulla premessa della nascita di questo sito:

«”GUTTA CAVAT” propone una pagina di cultura e d'arte popolare. Invia una tua poesia, un tuo lavoro grafico e saranno pubblicati. Chiunque lo desideri può osservare i momenti di spontaneità che viviamo».

Poi si trovano citazioni di Freud: «Sigmund Freud afferma che l'ES è la più antica delle aree dell'apparato psichico dove il bisogno della soddisfazione immediata  del piacere genera tensione che viene vissuta come dolore.

Nel 2000, introduce la raccolta di poesie «ISTINTO (l’urlo dell’Es)» dedicato alla moglie Mara.

Ha detto della sua opera Lorenzo De Ninis: «La nostra città violenta», è una ventata di vita, sospesa tra sogno e realtà, mi ha spinto indietro nel tempo a rivedere la mia esistenza. Mi ha impressionato la freschezza dei suoi versi e, dietro l’apparente semplicità, la profondità dei pensieri e dei sentimenti espressi con immagini sinestetiche che ci avvolgono e ci fanno penetrare nel mondo presente-lontano-sereno-inquieto dell’uomo Remil (ma non solo lui). Spazio e tempo si fondono nel tentativo di spiegare a se stesso e agli altri l’arcano della realtà, della vita (la nostra città violenta), che si regge sulle ali dell’amore, del desiderio, del sogno, della solitudine, del conformismo, dell’ingiustizia. Tutto è permeato da una tristezza esistenziale che porta il poeta ad accettare l’ineluttabilità del vivere:

“unico momento vero
della nostra esistenza:
la morte.”

"La nostra città violenta" è una rappresentazione reale e metafisica, esteriore ed interiore, e si intreccia con i problemi irrisolti dell’uomo moderno».

Febbraio, mese “curto e amaro”! Fortuna che il tempo fa sì che  il ricordo non sia più dolore.

Ho detto che i versi di Remil travalicano il tempo, per diventare storia e documento del proprio tempo. Immaginate, siamo negli anni Cinquanta dello scorso secolo, il bambino è svegliato dai tuoni che la pioggia torrenziale provoca, scende dal letto e cerca la madre: l’unica persona di cui si fida, che sa consolarlo e calmarlo; imbocca il corridoio per raggiungere la camera dove sa che la mamma dorme e:

 

Il corridoio

immenso, lungo, interminabile.

Il freddo sotto i piedi

mentre la pioggia assordante

vuole sfondare il tetto della casa.

Apre la porta senza bussare e, alla luce dei lampi che illuminano la stanza, il padre che cavalca la madre, gli sembra un drago e, improvvisamente grida:

Io
verrò a salvarti.

Chiunque tu sia
drago od ombra della notte,
affonderò le mie unghie
nel tuo cuore
e lo mangerò per pane.


Questo incubo vivrà fino alla fine nella mente e nell’animo del Poeta anche se, ora sa, che i genitori facevano l’amore; però non riesce a staccare dalla memoria il drago che stava uccidendo la mamma.

Arden Borghi Santucci, il 24 del 1997; Renato Milleri (Remil) il 25 del 2004 e Peppino Selvaggi il 26.

Non soddisfatto ha voluto dopo quattro anni, il 23 febbraio scorso, un altro amico, anche se non visto mai, mi offrì la sua generosità: Nunzio Gallo andato a cantare la Napoli Classica con altri grandi cantanti che lo hanno preceduto.

«Ho avuto tutto dalla vita: successo, amici, famiglia» riferisce “Il Mattino”
quotidiano di
Napoli.

Ho avuto modo di dire già altre volte che il primo a credere nella mie capacità giornalistiche e poetiche è stato Amedeo Greco, fondatore del quindicinale “Pusilleco” che col tempo si italianizzò in “Posillipo” ma io ero già a Roma, nauseato dall’imbroglio di un pseudo manager teatrale che dopo parecchie repliche, sparì con i soldi della compagnia e mi trovai a pagare sia l’affitto del teatro, sia i manifesti con i quali infestai la città di Napoli.

Amedeo, ancora una volta mi venne incontro, asserendo, bontà sua, che il mio dialogo era scorrevole e scoppiettante come una mitragliatrice, ed avendo pensato di voler inserire nel periodico una pagina di fotoromanzo gli sarebbe piaciuto se me ne fossi occupato.

Era stato allestita e varata al Teatro Mercadante di Napoli, con la sponsorizzazione di un grande Casa di produzione di una bevanda mondiale che concesse otto milioni di lire per l’allestimento di un Festival che ricordasse la primavera napoletana, ma la primavera intesa come l’età giovanile dei cantanti partecipanti.

Lo spettacolo ebbe un grandissimo successo e per essere nelle spese, Amedeo mi suggerì di sfruttare la personalità dei cantanti.

Tra i cantanti c’era il figlio della sorella di Nunzio Gallo.

Il padre del ragazzo suggerì di scrivere una sceneggiatura (il soggetto era di Amedeo Greco e s’intitolala «Ai piedi del Crocifisso»), adatta perché il figlio fosse protagonista o cooprotagonista, che avremmo avuto la sponsorizzazione totale da Nunzio Gallo che voleva tanto bene a questo ragazzetto di dodici anni con una voce incantevole.

Per merito di Nunzio ebbi la gioia di realizzare il fotoromanzo: sceneggiatura, scenografia, regia e interpretazione.

Dal nipote, che era un ragazzo oltre che bravo, intelligente e educato, eseguiva i miei consigli alla lettera senza mai ribellarsi, neanche nell’ultima scena che lo vedeva attaccato al ramo di un albero sopra un precipizio di oltre cento metri.

Ovviamente era stato ben assicurato che non potesse cadere, tra una scena e l’altra mi disse che zio Federico voleva vedere le fotografie girate giorno per giorno. Zio Federico!

Esclamai e lui mi spiegò che Nunzio Gallo era il nome d’arte e che il vero nome di questo cantante, che adoravo, non so neanche il perché, passavo le giornate ad ascoltare i suoi dischi alternati con quelli di Gabriele Vanorio, era Federico Vacalebre presi a seguire più direttamente il cammino verso il successo di questa amante della canzone napoletana classica, tanto che ha voluto con tutte le sue forze il ritorno della Canzone di Piedigrotta, così l’8 settembre 2007 era dietro il palco della Rotonda Diaz con il cuore in gola per la gioia: è Lui l'ospite d'onore della serata che vedeva la ritrovata festa di Napoli.

Dopo la festa della Piedigrotta si lancia l’idea di festeggiare il suo ottantesimo compleanno il 26 marzo del 2008; ma lui spiega: «A dir la verità il compleanno sarebbe il 25», «Sono cose che a Napoli accadono spesso. Sono nato il 25 e mi hanno dichiarato un giorno dopo, comunque non importa quando, basta che me la fate questa festa, penso di essermela meritata. Ho vinto i Festival di Sanremo e di Napoli. Ho cantato nei teatri lirici e nei templi della musica leggera. Ho venduto milioni di dischi, ho avuto successo anche come autore e attore. Ho fatto una bella carriera e ho una bella famiglia. Voglio bene a tutti e sono felice. Ho sempre ricevuto gentilezze da tutti. O almeno da quelli che io considero i più grandi: Tito Schipa, Anna Magnani, Eduardo De Filippo, Totò. Chi dovrei invidiare?».

L'atmosfera è allegra, la vicinanza di colleghi che lo spingono a cantare: «Quanto mi sono battuto per il ritorno della Piedigrotta e com'è bello stanotte vederla tornare, con i carri, la musica, i fuochi d'artificio. A Napoli abbiamo dei tesori che non sappiamo far fruttare. Come la canzone, come la Piedigrotta».

Un tempo c'era anche il Festival di Napoli: «Lo so bene, ne ho fatti tanti e vinto quello del '58 con ”Vurrìa. All'epoca questa città era la capitale della canzone, se non della discografia, e io dividevo quasi sempre il camerino con Sergio Bruni. Chiusi dentro quelle stanzette del Politeama o del Mediterraneo chiacchieravamo a lungo, poi guardavamo l'orologio e improvvisamente tacevamo. Mancavano trenta minuti alla chiamata in scena, ci serviva concentrazione».

Ancora un ricordo, su Totò: «Mi concesse la sua amicizia, quando vivevo a Roma, sulla Nomentana, ero spesso suo ospite in via Buozzi: parlavamo di poesia, il principe mi declamava versi di Bovio e Di Giacomo. Un giorno, poi, mi portò in tv, al ”Musichiere di Mario Riva”, a fargli da ”controfigura canora”. Cantai ”Chitarra mia”, lui si emozionò e mi ringraziò con un bacio in fronte: ”M'e fatto chiagnere, si 'o ffaje n'ata vota nun te faccio ridere cchiù”. Poi, prima di uscire di scena, urlò ”Viva Lauro” e la Rai lo escluse per qualche tempo dai suoi programmi». Il gioco delle memorie potrebbe andare avanti all'infinito, ma sul palco delle Audizioni di Piedigrotta è il momento della premiazione. E' bello vedere dei giovani che provano ad aggiornare il dialetto dei poeti dell'epoca d'oro, come ho fatto anch'io ai miei tempi. Ci vediamo il 25 settembre, però Lui non ci sarà, o meglio starà al centro della baldoria canzonettistica di Napoli».

Bibliografia

R. Bromuro “Il mondo Poetico di Arden Borghi Cantucci, di Renato Milleri (REMIL), Narciso e la totalità dell’esistere nella poesia di Giuseppe Selvaggi . Ursini Editore 1991”; Il Mattino, 23 febbraio 2008; scuola paterna.

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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