EDUARDO SCARPETTA

Miseria e nobiltà -  gli attori da sinistra Mimmo La Rana e Antonello Avallone

Eduardo Scarpetta nacque a Napoli il 13 marzo del 1854 da Domenico e da Emilia Rendina.

Il 16 marzo 1876 sposa Rosa De Filippo; a quindici anni debutta al Teatro San Carlino, che ristruttura quattro anni dopo che su quello stesso palcoscenico era morto Antonio Petito, con la commedia "Presentazione di una compagnia di comici" cui segue "Titillo", ridotto dalla brillante pochade francese di Najac e Hennequin, che inaugura una lunga serie di riduzioni scarpettiane.

Il 7 maggio 1885 porta in scena al Teatro Fiorentini Scarpetta "Li nepute de lu sinneco", che dà il via alle rappresentazioni in vernacolo in quel teatro. Il 7 gennaio 1888 mette in scena, al Teatro del Fondo "Miseria e nobiltà" che è considerato il suo capolavoro. Nel 1889 ritorna al Fiorentini Scarpetta e inaugura la stagione del 1890/91 con "'A nanassa".

Nel 1892 è al Teatro Sannazaro con "'O balcone 'e Rusinella". "Il figlio di Iorio", del 1904 è la parodia sarcastica di "La figlia di Iorio" di D’Annunzio con il quale accende una diatriba che li vede in tribunale; questa volta l'ilarità non giova a Scarpetta ma lo affossa.

Gli intellettuali lo aggrediscono, il magistrato lo assolve, ma non lo sostiene dentro la fede del suo teatro.

Nel 1908 si eleva il canto del cigno con la commedia "O' miedeco de 'e pazze".

Ciò che più gli fa male non è l'aggressione dei dannunziani, ma la valutazione negativa di Di Giacomo, di colui che lo aveva tanto esaltato dopo la rappresentazione e il grande successo di "Miseria e nobiltà", che si riferisce alla formula del teatro di Scarpetta specificamente alle riduzioni.

"L'una e le altre, dice, hanno affrettata la decadenza del teatro in vernacolo. Il teatro di Scarpetta è più facilmente e ampiamente collocabile nella storia del gusto che non in quella del cammino del teatro. Un gusto che peraltro non pare sia tramontato né pare lo si voglia rimuovere da che nel teatro opera e non certo responsabilmente come dovrebbe". Scrivendo di "Miseria e nobiltà" aveva affermato che "Scarpetta trasferisce a pié pari sulla scena una persistente e ampia condizione del quotidiano di quei personaggi che a parer suo esprimono la napoletanità come modo di essere storicamente incardinato e irremovibile. Giovani donne fuorviate e represse, mogli gelose e possessive che si ripropongono di ripagare l'infedeltà dei mariti con l'infedeltà medesima, uomini giovanissimi e avanti negli anni, sposati e non, che ravvisano nell'avventuretta le ragioni del prestigio e della superiorità del sesso; gente arricchita, carica di denaro ma priva delle cose che contano; servi spossati dalla fatica; spettri affamati, squallidi, diseredati, ridotti ombre che portano il corpo con sé. Quest'ultimi costituiscono la materia di impulso dal quale la vicenda in generale si divincola. Il racconto nasce con loro e va avanti con loro fino e oltre il miracolo. Ma tant'é. La condizione di costoro da quella che essa è, si individualizza nel rapporto con la platea. E allora il miracolo non si fa solo per gli affamati e i diseredati ma si fa per tutti, nessuno escluso, perché non c'é alcuno che avverta la stretta e la delusione del quotidiano. L'invito del teatro è di negare la realtà del quotidiano, di rigettarla. L'invito è di ridere".(1)

Addolorato, l’anno successivo si ritira dalle scene. Muore il 29 novembre 1925.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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