9 ottobre 1963
La tragedia del Vajont

La notte del 9 ottobre 1965 la diga del Vajont, che sovrasta la vallata del Piave, veniva invasa da un enorme pezzo staccatosi dalla montagna sovrastante, e una spaventosa, immensa valanga d'acqua s'abbatteva con violenza inaudita sulla vallata sottostante, travolgendo e sommergendo ogni cosa.

La disastrosa inondazione spazzò letteralmente via cinque villaggi: Longarone, Pirago, Rivalla, Villanova e Faè, provocando ovunque devastazioni e danni incalcolabili. Fu una sciagura spaventosa: migliaia di morti sorpresi e uccisi nel sonno da un mare d'acqua, fango, detriti.

Chi si recò sul posto vide un desolato deserto di fango, sabbia, roccia estendersi dove prima c'era la vita: quasi un paesaggio lunare. Non si trattava d'una disgrazia imprevedibile: al contrario, la strage era prevedibilissima e si poteva quindi evitare.

Già quattro anni prima s'era levato un coro di denunce che avevano sottolineato come la diga rappresentasse una minaccia costante: essa era stata costruita su un terreno argilloso e franoso, e poteva perciò portare alla catastrofe. Ma c'erano in gioco interessi troppo grossi, per difendere i quali i costruttori della diga si guardarono bene dal muovere un dito. A tragedia avvenuta, si levò un coro generale perché giustizia fosse fatta.

Ma giustizia non fu fatta: coloro che avevano giocato a freddo con migliaia di vite umane, allo scopo di accrescere i propri profitti e il proprio potere, furono processati e condannati a pene irrisorie.

Dunque, i morti di Longarone aspettano ancora giustizia.

***

E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1968: Il francese Rene Cassin riceve il premio Nobel per la Pace.

1970:Dopo undici secoli di monarchia, in Cambogia è proclamata la repubblica.

***

RICORDIAMOLI

RENE’ SAMUEL CASSIN

Il magistrato René Samuel Cassin era nato a Bayonne nel 1887, scrisse la "Carta dei Diritti dell’Uomo" nel 1948, un documento e un impegno che gli fu premiato il 9 ottobre 1968 con il "Nobel per la Pace".

Quando presentò il testo all’Assemblea generale dell’ONU lo paragonò ad un tempio retto da quattro pilastri: il primo, rappresentato dai diritti attinenti alla persona: la vita e la libertà personale; il secondo, dai diritti dell’individuo in relazione alle comunità nelle quali realizza la sua personalità: la nazionalità, il matrimonio, la libertà religiosa. Il terzo è poi l’insieme dei diritti di partecipazione alla vita democratica dello Stato: votare, essere eletti, fare attività politica; il quarto racchiude gli aspetti economici e sociali della vita di un individuo: il lavoro, l’istruzione, l’assistenza. Vi è poi, disse, il frontone del tempio, composto da quegli articoli che - tra l’altro - auspicano l’esistenza di un ordine sociale e internazionale che renda possibile la piena realizzazione della Dichiarazione.

Quando fu scritta la Dichiarazione, alle Nazioni Unite aderivano 58 paesi. Quattordici nazioni appartenevano allo schieramento occidentale, sei a quello orientale. Vi erano molti paesi latino americani, asiatici e africani che però non avevano una linea politica unitaria: accadde che in molti casi si orientassero sulle posizioni occidentali. Il dibattito sui contenuti della Dichiarazione risultò così influenzato dal clima della guerra fredda.

In particolare si incontrarono e si scontrarono la visione liberaldemocratica occidentale e quella socialista orientale. Ma entrarono in gioco anche fattori religiosi e culturali più particolari, mentre alcuni paesi, cercavano di avanzare rivendicazioni proprie.

Il risultato fu un testo dall’importanza eccezionale. Sebbene non priva di lacune, la Dichiarazione sarebbe stata la base, in ogni parte del mondo, per tutte le future discussioni sui diritti umani.

René Samuel Cassin morì a Parigi nel 1976.

***

L’ANEDDOTO

L’ANEDDOTO PERSONAGGI PADULESI "DOPO TREVIGNANO"

Il fiasco sonoro perché tale fu quello di Trevignano Romano, sia per urla del commediografo settantaduenne, sia per il ragazzo che si alzò dal suo posto per dire al punto ci trovavamo con la recita, sia per le grida di Carletto rimasto appeso alla trave che regge il sipario.

Mi fece considerare che in quel modo la commedia non funzionava. Rimisi mano al copione, riprendemmo le prove e poi andammo al teatro de’ Satiri. Il proprietario del Teatri era entusiasta del copione e certo che i ragazzi avrebbero fatto la loro bella figura. Debutto previsto il 2 gennaio 1972.

Il mattino del 31 dicembre mi telefona Antonello, che copriva il personaggio di Francesco (il cui compito è quello di far rinsavire i tossicodipendenti che la droga uccide, invece l’artista, anche se pseudo, deve vivere per dare il meglio di sé alla società), e mi dice che il 3 gennaio deve presentarsi al distretto per il servizio di leva. Che si può fare in certo casi? O l’autore regista va lui sul palcoscenico e interpreta quel personaggio oppure trova un sostituto così bravo che impara la parte in quarantotto ore.

Non mi perdetti d’animo. C’era Franco che mi stava sempre vicino (ora è un grande poeta) allora c’inventammo il copione incollato. Prendemmo un libro che somigliasse ad un breviario e v’incollammo tutto il copione.

La sera del 2 gennaio fu un successone: avemmo in teatro quasi quattrocento persone (ora i teatri sono più vuoti della mie tasche). Nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo, Salvatore, che interpretava un personaggio complesso con tante sfaccettature, fu scritturato da un grande del attore-regista di Catania, mi disse che appena assolto l’impegno con me sarebbe andato via: aveva già firmato il contratto.

Gli dissi di non aspettare che le compagnie stabili trovano attori quanti ne vogliono, basta un fischio, e lo liberai dall’impegno. Il suo personaggio l’avrei interpretato io, fino a quando non avremmo trovato un altro attore. Mi tagliai la barba per sembrare più giovane e mi presentai in teatro, là trovai una "bellissimissima" sorpresa. Il maggior azionista del teatro tolse lo spettacolo dal cartellone.

Chiesi giustificazione e mi fu risposto che era impossibile permettere ad un gruppo di giovani che non avevano mai recitato di riscuotere tanto successo, mentre loro avevano fatto il… per arrivare dove erano. A domani con la fine…

***

LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

CANTO DI NOTTE (20)

Cantore notturno
che mi porti le note
di un antico verso
in questa notte di nostalgia:
non cantare quel verso.

Devo tornare? Ritornerò!

20) Scritta il 10 aprile 1948, due mesi dopo che mi ero trasferito a Napoli.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

Torna all'indice

Reno Bromuro
reno.bromuro@elbasun.com

Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE