9 marzo 2000
Antonio D'Amato
nuovo presidente di Confindustria

Antonio D'Amato è diventato il nuovo presidente di Confindustria. L’elezione del quarantreenne imprenditore napoletano, viene considerata un elemento di novità negli ambienti politici. Antonio D'AmatoLa Confindustria abbreviazione di Confederazione Generale dell'Industria Italiana, è un organismo unitario in cui confluiscono le associazioni di categoria degli imprenditori. Sorta nel settembre 1944, si richiama, nel nome e nelle funzioni, all'analoga associazione creata nel marzo 1920 per costituire un fronte di resistenza padronale contro l'incalzare delle rivendicazioni sindacali del biennio rosso. Dopo il Patto di Palazzo Vidoni, la vecchia Confindustria decise di confluire ufficialmente nel fascismo con diritto d'inviare un rappresentante in seno al Gran Consiglio.

Compiti precipui riservati per statuto alla Confindustria sono, oltre naturalmente la tutela degli interessi dell'industria e lo studio dei problemi a lei attinenti, l'analisi dei problemi sindacali e la determinazione dei criteri da adottarsi per la loro risoluzione nei casi di trattative sindacali da parte delle singole associazioni a lei aderenti. Lo sviluppo accelerato dell'economia italiana nel secondo dopoguerra ha consentito alla Confindustria di esercitare una notevole forza di pressione all'interno della società e anche sui pubblici poteri.

Il lungo periodo di stagnazione iniziato alla metà degli anni Sessanta; i tentativi, seppur falliti, di programmazione; il nuovo vigore acquistato dopo il 1968 dai sindacati operai, avviati verso una linea unitaria di contestazione del potere tradizionale all'interno delle aziende, frapposero negli anni Settanta molteplici difficoltà alla tradizionale politica industriale. Tuttavia, superata verso il 1980 la fase della contestazione dura, la Confindustria negli anni successivi ha recuperato capacità d'azione sia verso il governo sia verso i sindacati.

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RICORDIAMOLI

CARDINALE MAZARINO

Mazarino di origine italiana nacque a Pescina nel 1602 morì a Vincennes nel 1661. Originario di una famiglia legata ai Colonna, fu educato dai gesuiti, poi studiò diritto canonico ad Alcalá de Henares e si laureò a Roma. Svolse diverse missioni diplomatiche e militari al servizio della Santa Sede. Vicelegato ad Avignone, poi nunzio straordinario a Parigi, conquistò la stima di Luigi XIII e di Armand Richelieu, cardinale francese nato a Parigi nel 1585 morto nel 1642.

Nacque in una famiglia della piccola nobiltà: il padre, François, era un uomo d'arme che si batté sotto le insegne di Enrico III e di Enrico IV; morì quando Armand aveva cinque anni e lasciò la famiglia carica di debiti; fu allevato al Collegio di Navarra dove ebbe una buon’educazione letteraria e quindi all'Accademia da dove sarebbe dovuto uscire ufficiale. Ma la decisione del fratello Alphonse di rinunciare al vescovado di Luçon per dedicarsi alla vita certosina obbligò Armand a intraprendere la carriera ecclesiastica: il cRichelieuhe fece senza drammi, anche se la passione per le armi rimarrà una costante della sua vita.

Nel 1606 si recò a Roma, vi rimase sei mesi, conobbe e fu stimato da Paolo V che lo consacrò vescovo. Prese possesso della sua diocesi nel 1608: fu, tutto sommato, un discreto vescovo, zelante, attivo, ma non si sentì mai a suo agio in quella fangosa provincia. Nel 1610 brigò per ottenere una delega e recarsi a Parigi. Vi andò, dopo la morte di Enrico IV, quando più serrata era la lotta tra la reggente e i grandi baroni. Richelieu, dopo un'attenta riflessione, aderì al partito di Maria de’ Medici che gli fu grata. Nel 1614 riuscì a farsi eleggere deputato del Poitou agli Stati Generali e nel 1616 si stabilì a Parigi.

La simpatia della regina per il giovane prelato non tardò a dare i suoi frutti e Richelieu ottenne con facilità l'incarico di segretario alla Guerra resosi proprio allora vacante. Ma l'esilio di Maria de' Medici e l'avvento di nuovi favoriti lo portarono a ritirarsi nuovamente in provincia, ad Avignone questa volta, dove si dedicò a studi teologici, senza però perdere di vista la situazione politica.

C'erano in Francia due partiti: i devoti, cattolici, conservatori, vicini a Maria de' Medici e i buoni Francesi, fautori della politica di Enrico IV; c'era un re, Luigi XIII, giovane velleitario ma sostanzialmente debole. Una situazione politica difficile, che vedeva gli ugonotti ergersi, con le loro munitissime piazzeforti, come uno Stato nello Stato e intrattenere rapporti privilegiati con l'Inghilterra e gli altri Paesi protestanti; un fronte cattolico temibilissimo, sostenuto dalla Spagna e dagli Asburgo cui aderiva un'ala consistente della corte sempre pronta alla fronda.

Le redini del governo erano nelle mani del potentissimo ma incapace duca di Luynes. Maria de' MediciIn questo contesto Richelieu mostrò una grand’abilità: facendo leva ora sull'uno ora sull'altro partito, dichiarandosi uomo di centro, cui i buoni rapporti con Maria non impedivano la simpatia per il Luynes, divenne in breve il fiduciario delle due parti: così quando si trattò di sistemare i rapporti tra madre e figlio, l'incarico fu affidato a lui che, con le paci di Angoulême e di Angers, riuscì a far accettare un onorevole compromesso. Fu ancora Maria a ottenere per lui dal re la berretta cardinalizia e a insistere perché gli fosse riservato un seggio nel Consiglio. Ma ben presto anche il re si accorse che era uomo d'eccezione. Anzi, era esattamente ciò che cercava: un cortigiano devoto, tale da lasciargli tutta l'autorità formale di cui si sentiva profondamente investito, ma anche un politico capace di ergersi sopra i partiti, per la maggior gloria della Corona, intesa come nazione: un interprete insomma, talora geniale, delle sue confuse aspirazioni.

Quattro mesi dopo essere entrato nel Consiglio, ne diveniva presidente. Il suo primo impegno fu di politica estera. C'era, gravissimo, il problema della Valtellina cattolica, presidiata dalle truppe papali: bisognava impedire che divenisse un ponte tra Spagna e Asburgo. Richelieu assoldò un esercito protestante e invase la regione, mentre il suo alleato, Carlo Emanuele I di Savoia, attaccava Genova. Lo spregiudicato colpo di mano suscitò un vivo fermento in Francia: i devoti presero a brigare per impedire una guerra alla Spagna; gli ugonotti, scontenti per il mancato appoggio ai protestanti tedeschi e alla diplomazia del Buckingam, si ribellarono.

La marchesa di Chevreuse mise in atto una congiura di palazzo per assassinare Richelieu, abbattere Luigi XIII e porre sul trono il fratello del re, Gastone. Richelieu, avvertito tempestivamente, sventò la congiura; l'arresto e la condanna a morte di alcuni grossi personaggi, l'esilio di altri, domarono, per il momento, gli ambienti ribelli della corte. Intanto chiudeva il capitolo Valtellina con il Trattato di Monzón. E poiché il partito dei buoni Francesi protestò violentemente, il loro capo finì alla Bastiglia mentre l'esponente più in vista dei devoti ebbe la nomina a cardinale. Frattanto era morto l'ultimo dei Gonzaga di Mantova e per la Francia si pose la necessità di sostenere, contro le mire spagnole, i diritti di Carlo di Nevers.

La guerra alla Spagna era osteggiata dai devoti, ma se essa, per se stessa, poteva avere una qualche giustificazione, diveniva, ai loro occhi, insostenibile dopo la grazia di Alais: assumeva cioè il senso di una linea politica anticattolica. Lo scontro tra Maria de' Medici e Richelieu fu inevitabile e durissimo: già nel settembre 1629 il cardinale aveva posto in consiglio la questione di fiducia e il re aveva respinto le dimissioni. Un anno dopo si giunse alla drammatica giornata del 10 novembre in cui Maria giocò il tutto per tutto: la battaglia polemica fra i tre, al palazzo del Lussemburgo, fu senza esclusione di colpi. La caduta di Richelieu parve inevitabile. Ma dopo una notte di dubbi, Luigi optò per lo Stato.

La Corona non aveva più né oppositori né alleati: nasceva in Francia il potere assoluto. Libero da remore interne, da quel momento Richelieu si dedicò quasi completamente alla politica estera. Chiusa la guerra d'Italia con la Pace di Cherasco, che attribuiva Mantova al Nevers, ebbe il sopravvento la lotta agli Asburgo. La guerra contro la dinastia austriaca, che fino ad allora era stata condotta indirettamente dalla Francia, ebbe una preparazione diplomatica straordinariamente abile da parte di Richelieu. Ma la Francia non era altrettanto preparata militarmente a sostenere l'urto con le massime potenze d'Europa, e predominanti furono le truppe ispano-imperiali.

Tuttavia riorganizzò Parigi e l'esercito, suscitò energie nei prelati delle diocesi francesi trasformandoli in altrettanti generali e vinse ancora una volta. Infine, scelto come comandante dell'esercito il futuro gran Condé e come capo dell'esercito il Mazarino, poteva, morendo, aver fiducia nella continuazione della sua opera. Notevole fu nel cardinale l'interesse per la cultura. Se è una leggenda quella che si basa sulla sua pretesa rivalità con Corneille per il Cid, la fondazione dell'Académie Fraançais rimane una gloria culturale imperitura. Sorse sull'esempio della Crusca fiorentina al fine di comporre il vocabolario ufficiale della lingua francese, intesa come gloria del regno.

Questa piccola accademia privata di cinque poeti permise al cardinale di partecipare alla stesura di parti di opere teatrali e di essere anche giudice letterario. Isabella d'EsteCultore d'arte, tra i maggiori collezionisti del suo tempo, raccolse al Palais Royal una straordinaria scelta di dipinti del Rinascimento italiano, tra cui la Vergine e S. Anna di Leonardo e i quadri dello studiolo di Isabella d'Este, sculture antiche e rinascimentali, tra cui i Prigioni di Michelangelo, oggetti d'arte e di artigianato di altissima qualità. Celebre fu anche la sua ricchissima biblioteca. Passate al patrimonio reale, gran parte delle raccolte si trovano attualmente al Louvre.

Fra i suoi scritti, fra cui di dubbia autenticità sono le memorie e il noto Testament politique, si notano, in lettere di Stato e in ordini militari, quella vigoria e quell'acutezza di vedute che derivano dalla sua educazione giovanile. I suoi interventi in favore della marina e dell'esercito furono indubbiamente assai positivi. Anche qui seppe scegliere gli uomini adatti come il Sublet de Noyers, ministro della Guerra, abilissimo organizzatore, cui affiancò un ottimo gruppo di ingegneri militari. Assai meno brillante fu la sua opera amministrativa. L'economia gli fu sempre estranea: dichiarava francamente di non capirne niente. Per avere il molto denaro che gli occorreva per alimentare le guerre non trovò di meglio, né forse poteva al suo tempo, che opprimere il popolo con tasse, a costo di scatenare violente rivolte contadine come quelle dei croquants e dei nus-pieds.

Mazarino, naturalizzato francese nel 1639, divenne il più stretto collaboratore di Richelieu che nel 1641 lo fece nominare cardinale. Ministro di Stato nel 1642, fu nominato presidente del Consiglio Reale dopo la morte di Richelieu e durante la reggenza di Anna d’Austria divenne in pratica l'arbitro della politica francese. Dovette affrontare l'opposizione dell'aristocrazia e del Parlamento, ostili alla sua politica accentratrice, e si scontrò con la congiura degli Importanti, diretti dal duca di Beaufort, la prima delle crisi di questo tipo. Dopo la Pace di Vestfalia con cui pose fine alla guerra dei Trent’anni, ereditata dal suo predecessore, esplosero le due, più gravi, crisi della Fronda a causa delle quali Mazarino fu costretto ad allontanarsi dalla capitale, ma che riuscì a dominare entro il 1653.

Di nuovo a corte ristabilì il potere regio e cercò di ricreare un equilibrio nel Nord e nei principati tedeschi per concludere vantaggiosamente la guerra con la Spagna. La Pace dei Pirenei segnò il trionfo della sua politica: la Francia ottenne compensi territoriali in Fiandra e la cessione del Rossiglione e la Cerdaña; Mazarino concordò inoltre il matrimonio di Luigi XIV con Maria Teresa, infanta di Spagna, atto che servì poi al Re Sole per avanzare diritti alla successione in Spagna. Poco dopo, Mazarino entrò come mediatore nelle paci di Oliva e di Copenaghen, dando alla Francia, in un'Europa pacificata, una posizione di predominio.

Bibliografia

V. L. Tapié, La France de Louis XIII et de Richelieu, Parigi, 1967;H. J. Elliot, Richelieu e Olivares, Torino, 1990; Il cardinale Mazzarino in Francia, Roma, 1977.

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IL FATTO

Dalla fotografia al cinema Inoltre dopo i primi dagherrotipi non riproducibili del 1837, nel 1840 era stata messa a punto da Talbot la possibilità di moltiplicare le copie di una fotografia attraverso il negativo su carta fotosensibile e, nei decenni successivi, iniziarono ad apparire sui giornali le prime immagini fotografiche; nello stesso tempo i giornali iniziarono ad avvalersi della pubblicità a pagamento per diminuire i costi ed aumentare il numero delle pagine. Ma nel corso dell'800 fecero soprattutto grandi progressi gli studi sull'elettricità che, grazie alle possibilità sempre più sofisticate di produrre, trasportare ed utilizzare l'energia elettrica, avrebbero rivoluzionato anche il sistema delle comunicazioni.

Nel 1837 fu inventato il telegrafo, che rese facile e rapida la trasmissione delle notizie anche a grandi distanze: nel 1886 fu effettuato il collegamento telegrafico attraverso cavi sottomarini tra Europa e America. Un'altra invenzione che avrebbe profondamente modificato le comunicazioni, nonché i costumi individuali e collettivi, fu il telefono: brevettato nel 1871 dall'italiano Meucci e nel 1876 dall'americano Bell, incominciò a diffondersi in Italia a partire dal 1889.

Nel 1877 Edison inventò invece un apparecchio che registrava e riproduceva i suoni, il fonografo, progenitore del grammofono e del registratore. Ma ancora più importante fu l'invenzione del telegrafo senza fili di Guglielmo Marconi, che preluse alle prime trasmissioni radio. Quasi contemporaneamente, nel 1895, veniva brevettato dai fratelli Lumière un apparecchio che riproduceva immagini in movimento: era nato il cinema.

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LA POESIA DEL GIORNO

TI SENTIVI UN PUROSANGUE

Ti sentivi un purosangue
e sognavi correre pascoli verdi
saltando ostacoli insormontabili.
Tirando carrettini al trotto vivevi
e amavi per vivere intensamente.
Poi ti inculcarono il dubbio
ti trovasti a valicare sentieri
sassosi e irti, con una soma pesante,
troppo pesante per le tue capacità.
Ti sentisti asino da tiro e faticasti
per mantenerti in piedi per l'erta salita.
Fosti a valle senza più speranze,
affaticato e stanco,
stracco, sfinito, solo e moribondo.
Venne una mano ti rimise in piedi
i muscoli atrofizzati non rispondevano,
però la mano era forte e rimasti dritto.
Lotti per ritornare purosangue
fra le sue braccia solo un uomo sei
che non corre. Solo un uomo che vive,
vive fortemente per amare
e ama per vivere intensamente.

Reno Bromuro (da «Poesie sparse»

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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