9 luglio 1997
Processo di San Marco

Processo di San Marco: degli otto uomini che hanno partecipato al blitz, i quattro più anziani saranno condannati a sei anni da scontare in carcere, i più giovani, ai quali vengono concessi gli arresti domiciliari, a quattro anni e nove mesi. Luciano Gasperini

S'abbatte severa la giustizia italiana nei confronti dei Serenissimi che parteciparono all'azione di San Marco l'otto maggio dello scorso anno, ma si mostra molto tollerante nei confronti degli squatters che a Torino si rendono protagonisti di una serie d’incidenti. Luciano Gasperini, senatore della Lega Nord e avvocato difensore del "commando del Campanile" sintetizza in questo modo l'atteggiamento della magistratura italiana: "Due pesi e due misure".

Il 27 aprile comincerà il processo d'appello per gli otto Serenissimi: come si prepara la difesa?

Innanzi tutto, cercherà di smontare i capi d'accusa più pesanti, che hanno portato alla condanna a sei anni di carcere di Buson e compagni in primo grado.

"Dimostreremo - afferma Gasperini - che non si è trattato di un gesto terroristico. La popolazione del Veneto non ha subito terrore, non c'era, da parte degli otto, nessuna voglia di fare del male a qualcuno: si è trattato di un gesto dimostrativo per vedere se era possibile arrivare ad un colloquio che potesse portare all'autonomia del Veneto".

Niente terrorismo, dunque, ma nemmeno sequestro del traghetto.

"Non è possibile sequestrare una nave sul Canale: nemmeno il Codice lo prevede. Poi c'è il discorso ridicolo dell'arma, assolutamente inutilizzabile che gli otto avevano con loro".

La difesa si muovere dunque per disinnescare i capi d'accusa più gravi.

Se la linea difensiva dovesse venire accolta cosa rischierebbero i Serenissimi? "Al massimo pochi mesi, con tutti i benefici di legge". Quindi scarcerazione immediata.

Gasperini, tra l'altro, fa notare che chi non ha partecipato direttamente all'azione, ha già avuto un trattamento del genere: pena minima e niente carcere.

Intanto, in attesa che il processo di secondo grado abbia inizio, sabato a Modena ci sarà una grande manifestazione a sostegno dei Serenissimi ancora dietro le sbarre.

"Sarà una fiaccolata - continua Gasperini - che avrà lo scopo di mettere in luce il diverso trattamento che questo Stato ha nei confronti a seconda di chi si trova dinanzi. A Torino si sono vissuti momenti di vero terrore, ci sono stati danneggiamenti, atti vandalici, vetrine infrante da parte degli squatters. A San Marco non si è verificato nulla di tutto ciò. Anzi abbiamo visto che l'unica cosa ad essere strappata è stata la bandiera della Repubblica veneta. Da parte di gruppi speciali della forza pubblica. Gruppi speciali che mai si sono fatti vedere in occasione dei disordini di Torino. Eppure a Torino c'era gente scatenata, che ha spaccato tutto quello che trovava sulla propria strada. Dov'erano i Carabinieri?".

Ecco quindi la tesi difensiva: due pesi e due misure. Da una parte una città è stata sfasciata ed è stato messo a tacere tutto, asserendo che si trattava di poveri emarginati che vanno compresi, capiti, aiutati; a Venezia, si mette in galera, per anni, chi compie un'azione dimostrativa. Insomma, per gli otto di San Marco non può reggere l'accusa di terrorismo; ma neppure quelle di sequestro e azione armata.

Continua l’avvocato Gasperini: "Sul traghetto hanno pagato il biglietto e dopo il tragitto, hanno salutato i conducenti gridando "Viva San Marco". Sicuramente non hanno utilizzato un blindato, ma piuttosto un carro allegorico e la gente sull'imbarcazione non può certo essere definita "sequestrata". E in tutta la vicenda nessuno mai ha avuto un attimo di terrore". Resterebbero in piedi allora solo reati minori. Ma a questo proposito l'avvocato Gasperini sdrammatizza: "Tutt'al più i responsabili dell'assalto al Campanile di San Marco potrebbero essere condannati per aver ecceduto con le dosi d’alcol. Per compiere la loro azione, infatti, si sono forniti di un bel quantitativo di bottiglie di grappa. Tutto qui. Altri, invece...".

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RICORDIAMOLI

I FATTI DI GENOVA

Quanto è accaduto a Genova durante lo svolgimento del vertice del G8, perché annoverarlo tra i "misteri d’Italia"? Cosa c’è di misterioso, d’irrisolto in una manifestazione di piazza, d’ampie dimensioni, attaccata e dispersa dalle forze dell’ordine?

La risposta è in ciò che è accaduto a Genova. Non solo, ovviamente, negli incidenti in quanto tali, ma nelle modalità in cui gli stessi si sono verificati e, soprattutto, nel susseguirsi degli avvenimenti, che hanno portato prima ad un premeditato raid poliziesco. Stando alle denunce, l’intervento delle forze dell’ordine, viola i più elementari diritti della persona che sono garantiti in qualsiasi Paese civile. L’oggetto di questa sezione sono quindi la gestione dell’ordine pubblico in Italia e le sue degenerazioni nel primo anno del XXI secolo. Dopo i fatti di Genova, una domanda ricorrente è stata questa: possibile che sia bastato che facesse la sua comparsa un movimento d’opposizione, trasversale, non organizzato, non parlamentare, con ramificazioni internazionali, fondamentalmente caratterizzato dal pacifismo, ma forte e radicato, perché la gestione dell’Ordine pubblico in Italia tornasse a mostrare il volto di sempre, il volto della repressione più dura, becera e sfrenata? E’ bastato che un nuovo movimento invadesse le piazze perché i corpi dello Stato tornassero a sparare, a caricare, a malmenare, violando il diritto costituzionale che ogni cittadino ha di manifestare il proprio dissenso?

Erano ventiquattro anni che non accadeva; ma è successo di nuovo!

Sul finire degli anni Sessanta la stagione del 1968 vide bloccare con gli scontri nelle piazze, Giorgiana Masima soprattutto con le bombe e le stragi la crescita e la maturazione di un movimento eminentemente studentesco e la sua possibile alleanza con un solido movimento operaio impegnato in un autunno di rivendicazioni non solo salariali. Nove anni dopo un nuovo movimento, del tutto diverso dal precedente subì la stessa fine: il movimento del 1977, l’ultimo tentativo di aggregazione politica giovanile di massa in Italia venne sconfitto con l’identico sistema: la repressione più indiscriminata, ancora una volta con la polizia e i carabinieri chiamati a tenere le piazze con le armi e ad aprire il fuoco: l’11 marzo 1977 a Bologna cadeva lo studente Francesco Lorusso.

Il 12 maggio 1977 a Roma la studentessa Giorgiana Masi. Il movimento del 1977 finì con il rimanere schiacciato tra il martello dell’insorgente terrorismo delle Brigate rosse e l’incudine della repressione statale. E si dissolse. In ventiquattro anni molto è cambiato. Forse tutto. A cominciare dal nuovo movimento di opposizione. Ma i metodi polizieschi, nonostante la riforma della Polizia del 1981 e il supposto processo democratico che ha investito l’insieme delle forze dell’ordine, sono rimasti uguali. E così un altro movimento ha dovuto confrontarsi con qualcosa che gli preesisteva. Sono certo che continuerò ad approfondire, analizzare e capire insieme a voi cose è accaduto veramente a Genova, nei prossimi giorni.

(1 continua)

***

IL FATTO

UN POETA AL GIORNO

PIERO DONATO E IL SILENZIO
Piero Donato è un giovane genovese, scrive per le Associazioni e le riviste letterarie. Ha avuto numerosi riconoscimenti, nazionali e internazionali (ne annovera più di trenta); questo anno è stato nominato Membro Honoris Causa a vita del Centro Divulgazione Arte e Poesia - Unione Pionieri della Cultura Europea. Ha bandito e organizzato la Prima edizione del premio "Arte Nuova" per la poesia Edita e inedita.

Dal 1993 ad oggi ha pubblicato alcune raccolte di poesie, tra cui: "Impulsi e forma", per i tipi della Erga Edizioni, Genova; "Utopia di fine Novecento" per la Ibiskos di Empoli, che gli sono valsi il 1° Premio "Franco collabora Bargagna"; il 1° Premio Speciale Internazionale "Associazione Artisti di Genova"; il 2° Premio "G. Leopardi"; il 2° Premio "Pirandello"; il 2° Premio "Dante Alighieri"; il Premio Selezione Europea "Carlo Goldoni". Sono numerosi i riconoscimenti anche nella narrativa e nel teatro.

II miglior commento alla poesia di Donati è la lettura che, secondo me, dev'essere fatta in solitudine e raccoglimento. Sono versi liberi e, penso, giustamente, perché un altro tipo di versificazione avrebbe forse interrotta o rallentata l'armonia. L'arte donatiana sta tutta nella ricchezza delle parole che sono scelte con una proprietà e una potenza di espressione che si può definire incomparabile. Il silenzio, veramente dominatore, nella stupenda semplicità linguistica scintilla e si scaglia su tutto, cioè è intessuto alla superficie di quei tristi ricordi in cui "il silenzio era obbligato". Dinanzi agli occhi attoniti, questi versi mi riportano alla memoria la fanciullezza non vissuta, il silenzio galoppa sulle piccole onde luminose che ben sono paragonate dal ritmo "da barcarola napoletana", cui le frasi lapidarie emettono cerchi concentrici e lucenti che scoprono come un velo "effetto notte" che fa tanto cinema. La grande distesa che apre il verso "Eppure il silenzio non tradisce" fa sentire il lettore come portato su una nave da crociera, dove, l’unico rumore è lo sciabordio delle acque contro lo scafo. Le onde ormai in pieno tripudio si scavezzano, si spezzano, precipitano nel cavo sonoro prodotto dai versi e noi rimaniamo ammaliati, come Ulisse dal canto delle Sirene. Il poeta le segue, queste onde, a una a una incantato, e le rimanda al lettore rimasto cogli occhi aperti e fissi in quel mare che riesce a vedere attraverso il Poeta.

Il canto spumeggia, biancheggia, s'allunga, rotola, galoppa, s'intoppa con i versi che si succedono, in estasi di fronte al divino spettacolo del silenzio, il cantore vede e sente la gran voce del cuore e parla a chi sa ascoltarlo con quella religiosa attenzione che l'uomo deve portare nel gran tempio della Natura dove è presente l'onnipotenza del Creatore.

Ma la discordanza ripetitiva di alcune strofe dà un po’ fastidio perché il cantore si erge a "moralista" perdendo di vista il significato e il silenzio, che gli aveva risvegliato fantasmi corali e chiacchieroni, ed è un grande peccato. E’ solo un attimo perché dopo, fingendo che quanto ha detto è solo apparenza cerca con l’ultima strofe di ridare quella grande armonia, che si vedeva perduta; quindi: accoglie e fonde le dissonanze acute nelle sue volute profonde libere e belle. La scena ora è avviata e completata dalla presenza del poeta. La sua Musa ispiratrice, che coglie nel verso i moti, i colori, i sussurri tutti del silenzio e li fissa nell'eternità della parola. Piero Donato è felice al richiamo canoro della Musa: è lo stesso poeta che non vuole più il silenzio, in quanto ha capito che può essere controverso, specialmente se ci si sente soli. E veramente si deve affermare che qui il Donato si è immedesimato nella musica delle sue parole, dimenticando tutto, per inebriarsi in essa e godere tutta la freschezza poetica, ritornata a lui, ricca di sensazioni delicate e vivaci per cui egli gode di ciò che ha visto e di ciò che ha saputo creare, di ciò che ha rubato ai ricordi e di ciò che egli dona agli uomini col suo verso che gareggia con la voce imponente delle cose e le supera perfino, modulando una squisitezza di note varie e profonde che forse nessun'altra potenza naturale può dare.

La poesia si sarebbe potuto concludere, eliminando "il moralista" e racchiuderla in una sola strofe perché il poeta potesse concludere dicendo d'aver cantato qui la lode "della storia".

E' in sostanza, anche un gioco stupendo di rime interne, tutte indovinate, tutte necessarie: ripagherà, spalancherà, mutarsi, dissiparsi, ecc… ecc… un luccichio di immagini appena accennate ma chiare e attraenti, uno scintillio tripudiante di colori che si inseguono e si accordano miracolosamente in virtù di una musica semplicissima che si sviluppa impetuosa e dolce dal principio alla fine senza mai interrompersi, come non s'interrompono le onde quando il vento agita la vasta superficie del mare. Il poeta qui, celebrando il silenzio, ha celebrato se stesso, interprete del silenzio che nella fanciullezza gli fu imposto facendolo creatore di bellezza.

IL SILENZIO
(dedicata a un amico)
di Piero Donato

Da piccolo non trovavo quiete nel silenzio,
perché era non voluto, ma obbligato.
Eppure il silenzio non tradisce
semplicemente perché non ne è capace.

Se vuoi cercare purezza, bontà
o tutto ciò che è comparabile al candore
solo nella sincerità del silenzio
potrai trovarlo,
ma solo se veramente cercherai.
Non troverai nulla di diverso da ciò che cerchi
nel silenzio,
esso è nobile
perché dà sempre ciò che gli viene chiesto.

Ma il silenzio può essere un nemico mortale
perché è specchio inesorabile
e ti getta addosso ciò che sei,
ciò che non vorresti, forse.
Ti lascia solo
quando avido annaspi in una solitudine sottile
che non è che commiserazione di te stesso,
autocompiacimento.
Il silenzio oggi sa d'esser cosa rara,
poco importante,
quasi non voluta
perché non cercata.

Ma il silenzio ampiamente ripagherà
quando dal fondo spalancherà la porta alla tua voce
e sentirai il gemito mutarsi in polvere
e la fatica dissiparsi nell'attesa,
quando finalmente accetterai la tua anima scarna
riflettersi dallo specchio,
quando non avrai più paura del futuro
perché futuro e passato saranno la stessa cosa.
Soltanto allora il silenzio restituirà in eco
la memoria di te stesso.

Il silenzio non ti tradirà
semplicemente perché non ne è capace.

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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