8 settembre 1943
Bugie e fuga fecero nascere il caos

Giovedì 2 settembre 1943, verso il tramonto  ritornavamo a casa dopo aver giocato per tutto il pomeriggio a “Bandiera”, poi qualcuno andò a studiare per gli esami di riparazione e rimanemmo in tre a divertirci a “guardie e ladri”. Per essere più liberi, vale a dire poter gridare a squarciagola senza dare fastidio a nessuno ci nascondevamo per il “malazzeo” (il magazzino in disuso da decenni) dove le terme di Traiano e l’orto di “Trecoglioni” facevano al caso nostro.

A pochi metri da Porta Columbro, c’è (o c’era) un larghissimo spazio dal quale si può vedere, in giorni sereni, Benevento. Ma quella sera rimanemmo imbambolati perché la città era avvolta dalle fiamme, non bruciava, era il sole rosso del tramonto che la faceva quasi fosse al centro dell’Inferno.

Noi ridevamo, con l’incoscienza dei ragazzi, ma una signora con molta più esperienza di noi, disse che aveva visto quel cielo una sera del 1935 e dopo pochi mesi scoppiò la guerra in Africa. Rimanemmo a bocca aperta; poi riprendemmo il gioco come se nulla fosse accaduto.

Ma la previsione della Signora, con il cesto in testa, era giusta. Il Paese non sapeva niente ma venerdì 3 il generale Eisenhower, Comandante delle Forze Armate alleate, autorizzato dai governi americano e inglese e nell’interesse delle Nazioni Unite propone, al Maresciallo Badoglio, Capo del Governo Italiano la resa senza condizioni, che accetta le dodici ferree condizioni cui ci si dovrà attenere.

Mercoledì 8 settembre 1943 alle ore 19,45, la radio blocca le trasmissioni in programma e in pieno silenzio si ode la voce di Corrado:

«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza».  

Nessuno, seppe niente, neanche i comandanti delle forze armate che il Capo del Governo Badoglio aveva mandato segretamente il generale Castellano, a trattare la capitolazione e questi il 27 agosto portò a Roma un testo di armistizio steso dagli angloamericani; che fu chiamato “corto armistizio”; cioè uno schema preliminare per la resa dell'Italia. Il testo porta la data anticipata del 3 settembre, Le condizioni di armistizio sono presentate dal generale Eisenhower.

Subito dopo l’annuncio di Corrado, avvenuto alle 19,45 dell’8 settembre 1943, inizia il dramma dell’esercito italiano anche perché la notizia dell’armistizio fu seguita dal messaggio del maresciallo Badoglio che comunicava di aver chiesto l’armistizio al “generale Eisenhower e che la richiesta era stata accolta.

Nel giro di poche ore il dramma si trasforma in tragedia per centinaia di migliaia di soldati abbandonati a se stessi, nell’ora forse più tragica dall’inizio della guerra.

Il 9 settembre gli Alleati sbarcano a Salerno, dove rimangono bloccati alcuni giorni a causa della feroce resistenza che i tedeschi oppongono dalle colline che circondano la zona, ritardando l’avanzata verso nord. Alcuni gerarchi fascisti scappati in Germania dopo il 25 luglio - tra i quali Vittorio Mussolini, Roberto Farinacci, Alessandro Pavolini, Guido Buffarini Guidi - dal quartier generale di Hitler lanciano un proclama che accusa Vittorio Emanuele Terzo e Badoglio di tradimento e annuncia la nascita di un nuovo governo fascista.

Ritornavamo dal Convento dei Frati Minori quando, dove la strada si divide in quattro direzioni, su quella che porta a Buonalbergo vedemmo tre auto con la bandierina sul lato sinistro,in bella vista;e Padre Ludovico,il Priore del Convento vi si parò davanti e si diresse verso la seconda salutando con umiltà, poi ci disse: “Ragazzi gridate viva il Re e salutate”. Che peccato non averlo visto!

Il 10 settembre i tedeschi ottennero la resa dei contingenti italiani posti a difesa di Roma. In quelle stesse ore, in molte località del Paese, da Sud a Nord nelle zone occupate dai tedeschi, gruppi di antifascisti si ritirarono sulle montagne per formare i primi nuclei di guerriglia. A questi "antifascisti politici" si aggiungeranno presto soldati sbandati, o altri giovani per i quali, come afferma Guido Quazza, la scelta della resistenza era quasi "esistenziale", fondata su una spontanea volontà di reagire all'occupazione tedesca, in un tentativo di rivincita contro il fascismo. Inizia ufficialmente la Resistenza.

L’11 settembre dai microfoni di radio Bari il re con un filo di voce annunciò, dopo due giorni, il suo trasferimento nell'Italia liberata: "Per il supremo bene della Patria che è sempre stato il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell'intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della capitale e per potere pienamente assolvere i miei doveri di re, col governo e con le autorità militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale...".

Il giorno dopo il piano di invasione tedesco è concluso e il Paese è diviso in due zone, il Regno del Sud e l'Italia "occupata" al nord, dove Mussolini, dopo essere stato liberato sul Gran Sasso, per ordine di Hitler, costituisce la Repubblica Sociale Italiana.

Scrive Silvio Bertoldi: Re, ministri e generali, lo Stato in fuga. La cronaca delle drammatiche ore di quell'8 settembre 1943

«Alle cinque della sera, l’ora fatale in cui Ignacio Sanchez, il torero di García Lorca, affronta la morte nell’arena, Vittorio Emanuele III comincia a prepararsi a lasciare Roma. È l’8 settembre 1943, un sereno mercoledì che prelude a un dolcissimo autunno, e il re ha 74 anni. Il ministro della Real Casa, Acquarone, ha telefonato che il Quirinale è ritenuto più sicuro di Villa Ada, meglio trasferirvisi. Sarà il primo passo di un itinerario peraltro previsto e destinato, nell’ipotesi, a conclu-dersi in Sardegna, per sfuggire a una eventuale cattura da parte dei tedeschi. Si è pensato a tutto nel caso d’un abbandono della capitale: due cacciatorpedi-nieri dovranno prendere a bordo i sovrani e portarli alla Maddalena, beni e oggetti preziosi sono già in Svizzera, sedici milioni, per affrontare le prime esigenze, diciassette valigie per il viaggio, carte e documenti in una borsa. Alle 18.15 precise la Fiat 2800 dell’autista Baraldi varca il portone della reggia. Vittorio Emanuele ed Elena si ritirano nei loro appartamenti. Il preludio della fuga di Pescara è questo.
Ma gli avvenimenti precipitano ed è difficile dar conto in breve d’ognuno di essi. La cronaca segnala l'improvviso ritorno del sovrano a Villa Ada, come per un cessato allarme, e subito dopo l'altrettanto improvviso ritorno al Quirinale per un improvvi-satissimo Consiglio della Corona. È ormai certo che Eisenhower annuncerà alla radio in serata la firma dell'armistizio da parte dell'Italia e coglierà di sorpresa governo e militari, impreparati all'evento e chissà perché convinti che l'annuncio sarebbe stato dato il giorno dodici».

I primi reduci sporchi, affamati, cominciano ad affollare la via di Ravano, la quale essendo stretta li faceva camminar incolonnati uno dietro l’altro.

Fu proprio il 12 settembre che si sparse la voce che alla stazione ferroviaria di Apice c’erano vagoni di derrate e subito noi ragazzi ci organizzammo e partimmo per la strada sterrata della “femmina arsa” che ci permetteva di camminare per tre quattro chilometri e non dodici e più che richiedeva la strada normale.

Fu quel giorno che scrissi:

 

«Ad Apice un treno carico di vitto
dicono per le strade di Paduli;
siamo corsi pieni di speranza.

I treni sono tre nella stazione
la gente più di mille e scalmanati
m'intrufolo nel «Silos»: c'è riso e grano»…

Al ritorno vissi la prima tragedia della mia vita, per giungere prima in paese lasciai la strada e m’incamminai per Montesanto, cantando a squarciagola e saltando da un albero all’altro, quando, una voce gridò: “Acthung”, continuai a correre, sulle spalle avevo lo zaino militare di papà, e fui raggiunto da una scarica di mitra. Corsi per la discesa a zig zag tra gli alberi e respirai solo quando mi sentii al sicuro.

Ai miei non dissi niente, altrimenti mi avrebbero proibito di uscire.

E dal giorno dopo la via sterrata di Ravano divenne la nostra casa, scrutando, se tra la fila interminabile di uomini, ci fosse anche il viso di papà e di zio.

I reduci, per aggirare i posti di blocco dei tedeschi, scendevano dai treni colmi,dove erano attaccati come acini al grappolo, alla stazione di Paduli, salivano in paese per rifocillarsi,per fortuna molti padulesi avevano fatto man bassa alla stazione di Apice, per cui i reduci potevano non solo saziare la fame arretrata ma portarsi dietro anche la riserva per rifocillarsi fino a quando non sarebbero arrivati alle loro case, in Puglia, in Basilicata, in Calabria e Sicilia.

Tutti i giorni, passavo in rassegna la carovana di reduci fino alla stazione ferroviaria di Paduli, dove passavo l’intera giornata sgolandomi ad ogni arrivo di treno, ma mio padre e mio zio non risposero all’appello fin al Natale del 1944 mio padre e a Pasqua 1945 il fratello, zio Giovanni.

I ricordi più drammatici li ho raccontati in “Occhi che non capivano”  (poesie scritte come un diario giorno dopo giorno dal 1943 al 1945 con una pagina aggiunta nel 1968) che è piaciuto molto. Non ho più venduto tante copie quante ne vendetti allora nel 1975.

Chiudo questo mio ricordo dell’8 settembre 1943 con la lirica 14 settembre 1943, che ben si adatta, a mio parere al racconto dei ricordi di quei giorni: racconti di note che non si trovano in nessun libro di storia. Una lirica augurale anche per gli orfani del Medio Oriente, nella speranza che l’ultimo verso sia di buon auspicio.

«Interminabile colonna di carne
lungo le rive del Tammaro
in quei giorni di settembre.
Corpi, anime sozze
di pidocchi
di vergogna

occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.

Uno, ai piedi di una vite
in mano, un grappolo d'uva:
- Non voglio tornare a casa! -
e piangeva.

Fetore di pelle:
non pidocchi giganti
mangiano giovane carne
non mia;

vergogna morde l'anima:
eravamo duemila

due soltanto ci hanno disarmato:
non voglio vedere mio padre!

Occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.

Dritto, sulla collina
si staglia verso il cielo
come accusatore:
uomo in grigio-verde
armato fino ai denti.

Stupore, meraviglia,
domande che si intrecciano
risposte non avute...
Michele era armato

non sapeva perché.
Fedele al giuramento
era tornato a casa
ai padulesi non più
da ebete, da eroe.

Occhi, che non capivano cercavano
tra carne putrefatta dai pidocchi
propria carne pieni di speranza.

Un grido che sapeva
di prima liceo,
una parola petrarchesca
scosse lo stupore, l'apatia:
             «Italia mia
              vengo a vendicar
              l'altrui vergogna!»

Ancora imberbe, armato di bastone
corse per lo scosceso pendio: gridò!.

Una scarica di mitra!...

Il volto di fanciullo
gli occhi innocenti
aperti verso il ciclo
il corpo inerte
ai piedi dell'ulivo
sembrano dire: BASTA!

Occhi che non capivano, i miei,
cercavano non vergogna...

Piansero, piangono
e gridano: basta».

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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