8 ottobre 1803
Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel 1749 da famiglia nobile e ricevette la prima educazione all'Accademia militare di Torino. Ma presto si scopri poco adatto alla vita militare: temperamento inquieto e ribelle, smanioso di viaggiare, percorse gran parte dell'Europa, viaggiando quasi ininterrottamente per sei anni dall'Italia alla Spagna, dall'Inghilterra alla Prussia, in Francia, in Svezia, in Olanda, in Russia, senza mai trovare la pace che inseguiva per ogni dove.

Contemporaneamente aveva cominciato a leggere gli illuministi francesi, dai quali avrebbe tratto i primi spunti per la sua originale concezione antitirannica

I suoi viaggi lo avevano arricchito d’esperienze culturali e politiche; in quegli anni era cresciuta in lui la passione per la libertà e per l'arte. Fu cosi che a ventisei anni si dedicò alla letteratura, nella quale riversò la sua ansia di gesta eroiche e i suoi sogni di grandezza e di libertà.

Impostasi una severa disciplina, tra il 1775 e il 1789 scriveva diciannove tragedie, di cui le più notevoli sono il Filippo, l'Agamennone, il Sani, la Mirra.

Componeva intanto alcune opere in prosa, tra cui i trattati Della Tirannide e Del principe e delle lettere, e in poesia le Rime. Dopo il '92, ritiratesi a Firenze, portò a termine la sua autobiografia, una delle più vive del Settecento. Alfieri fu la più alta e sincera voce poetica del suo secolo; nelle sue opere ruppe con gli schemi compositivi tradizionali. Creò tragedie appassionate che presto godettero di largo favore popolare.

L'Alfieri si spense a Firenze l'8 ottobre 1803.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1874: Istituzione dell'Unione postale universale.

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RICORDIAMOLI

SAMUEL BECKETT E IL "FIN DE PARTIE"

Non si può parlare di Samuel Beckett se non si analizza l'opera, se non altro per carpire l'intima essenza del suo mondo, basato esclusivamente sull'evidenza dei simboli.

Nell'opera "BECKETT O L'ONORE DI DIO" del 1959, Samuel s’inoltra sulla strada del misticismo, tra il consapevole e il compiaciuto. Ma non dobbiamo farci illusioni, è solo il pretesto scenico di un motivo pittoresco. La Teologia cattolica, i Santi quali Tommaso e la rappresentazione della supremazia del sacerdozio, "L'onore di Dio" in qualsiasi impegno civile, non sono che strumenti per la sua immaginazione teatrale.

Beckett, per lunghi anni segretario, poi discepolo di Joyce, porta all'avanguardia parigina un ambiente d’innata tendenza al "grand-guignal", il senso di terrore comunicatogli dalle ultime esperienze della nostra era. Quest’esperienza si fa, in lui, incombente e dominante; gli sprigiona il gusto di riflettere la vigliaccheria, la paura, l'annientamento morale.

In "ASPETTANDO GODOT" traccia la parabola chiaramente metafisica. Il panico da cui l'uomo è colto al momento in cui si domanda che senso abbia il suo sopravvivere nell’attesa di un domani oscuro, è descritto in un'azione scenica schematica, il cui ritmo ossessivo e allucinante, segue il configurarsi psichico di monomania. Il discorso riflette il vuoto interiore, l'impotenza vitale degli ultimi uomini che attendono invano. Il suo linguaggio verista è un voluto contrasto con la fissità dello svolgimento drammatico, determinato e inesistente dopo il primo quarto d'ora, quando all'entrata del personaggio chiamato Pozzo, il gioco è fatto. La nausea interiore è testimoniata dal cinismo, dalla schiavitù simboleggiata, l'attesa conduce al suicidio morale e le giustificazioni sia metafisiche che storiche si scorgono in essa.

In "Fine del gioco" del 1957, la parabola è ancora più transitoria: quattro personaggi alle soglie della morte, "in un'atmosfera chiusa e grigiastra" si scambiano ancora discorsi la cui incoerenza logica testimonia l'assoluta impossibilità di comunicare; la morte interiore è già in atto, cui quella fisica non porrà che il suggello definitivo.

Clov, infuocato in volto, rigido come una scopa, a proposito della sua possibile morte, esclama:

- Eh...finirò per puzzare!...

Hamm, paralitico ed aspirante suicida, ribatte:

- Puzzi di già. Tutta la casa puzza di cadavere.

Clow, conclude:

- Tutto l'Universo.

Questa in sintesi, la morale della favola di Beckett, annunciata a metà strada dal vaniloquio svoltosi per un'eterna ora, tra questi due personaggi deliranti, con l'intervento occasionale di Nel e Nagg, genitori di Hamm, chiusi entrambi in due bidoni per l'immondizia, ma decisi a mettere la testa fuori il necessario dolore.

Il titolo "Fin de partie" (o fine del gioco) allude a quella partita persa che evidentemente è l'esistenza qui descritta nel suo fatale annientamento interiore, nel crepuscolo estremo della coscienza. Beckett vuole ritrarre il punto d'arrivo della parabola quando l'estrema, malvagia consapevolezza conduce alla distruzione di se stessi, come sola liberazione. Il dialogo si chiude sull'uscita di Clov che fugge di scena sperando invano di sottrarsi, ad un destino senza scelta, alla catastrofe finale, quali si stanno abbattendo sul padrone Hamm.

In questo si nota come la negazione avanza verso esiti in cui si rispecchia un mondo completamente deserto, una sostanza ibernata.

Nelle nuove opere che sono seguite, rinasce un certo vigore, aleggia perfino una vaga illusoria felicità, assurda perché chi la proclama sta sepolto nella terra fino al collo (Winnie, una quarantacinquenne isterica, esagitata nella parola e nei gesti).

Ma è poi vero che l'attesa di Beckett è desertica ibernazione?

No, di certo. Sono convinto che è cogitazione. E sotto quest’aspetto, il pessimismo beckettiano non è più esistenziale perché l'attesa è un'attendere qualche cosa: la morte, Dio, o un altro giorno che sprigiona ottimismo, altrimenti l'attesa non avrebbe ragione di essere. Ma in questo dramma c'è anche un rapporto sociale tra il padrone Hamm e il servo Clov, se teniamo conto della scena in cui Clov deciso, dice al padrone che lo vuol lasciare e questi lo prega che prima di partire gli dica qualche parola, egli risponde che non ha niente da dire; allora il padrone lo implora ancora:

- Qualche parola... che possa rievocare... nel mio cuore...

- Il tuo cuore! - Esclama Clov e rimane silenzioso, avvolto nella sua cecità, combattuto tra la scontrosa fedeltà al padrone e il desiderio di volerlo abbandonare, ma solo dopo la morte di Nagg e Neil, egli si decide a partire, mentre Hamm si prepara a morire in solitudine.

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L’ANEDDOTO

PERSONAGGI PADULESI "IL DEBUTTO A TREVIGNANO"

Avevo deciso di metter su compagnia più per dimostrare agli amici che si può fare teatro senza soldi, che per pura necessità artistica. Misi un’inserzione e fissai l'appuntamento. Si presentarono più di quaranta persone tra attori e attrici, tra cui alcuni famosi. Parlai delle mie idee e poi passai alla lettura del copione.

Il debutto avvenne in un paese vicino Roma. A questo punto cominciano le peripezie. Era il 7 dicembre 1971, Trevignano romano, era ammantato di neve e faceva un freddo, ma un freddo, che sembrava si stesse al Polo Nord anziché a quaranta chilometri dalla capitale.

Un uomo, che poi si seppe fosse il sindaco, acquistò duecento biglietti pagando in… contanti.

Alle 20,30 eravamo tutti febbricitanti: avremmo avuto duecento spettatori. Cercavamo di reggerci l’uno con l’altro con la scusa di passeggiare sottobraccio. I ragazzi erano emozionati, anche perché nessuno di loro aveva mai recitato prima.

Dentro i camerini e nel retroscena, qualcuno attraverso il sipario bucherellato, tremanti aspettavano di vedere entrare queste duecento persone, ma alle 22,00 non si era visto nessuno. Per far rilassare i ragazzi pregai il Frate Rettore di un collegio per ragazzi discoli di farli scendere in teatro affinché ci si potesse scaricare. Don Carmelo dopo tante reticenze fece rivestire i suoi ragazzi, che ormai erano a letto, e si diede inizio allo spettacolo.

Luigi, un settantaduenne commediografo mai rappresentato, che mi aveva pregato di fargli interpretare il giudice, non aveva imparato la parte a memoria, convinto che dovendo avere delle carte davanti avrebbe letto le battute. Non aveva fatto i conti con i riflettori ed io lo avevo preavvisato, che la forte luce dei fari non gli avrebbe permesso di vedere nemmeno le sue mani, si era perduto. Lo spettacolo "stagnava". Il giovanotto che interpretava un avvocato difensore, si alzò dal suo posto ed andò sulla cattedra del giudice. "Ecco, signor giudice… - disse indicando col dito – noi siamo qui".

Volente o nolente si giunse alla fine, e dopo il dialogo con i ragazzi che avevano assistito alla rappresentazione, Luigi mi si rivoltò contro piangente: "Ti ho dato il cuore… l’anima, per farti fare bella figura e tu non permetti che mi si aiuti in un momento di smarrimento".

Allora tutto quello che vi ho insegnato l’ho insegnato alle pecore? Sono certo che se avessi parlato a loro anziché a voi mi avrebbero capito.

Luigi che a settantadue anni era alto oltre il metro e ottanta (immaginate in gioventù!), si alzò di scatto e sbatté sotto la scenografia (bellissima opera di Antonello Zanini), cadde lungo disteso per terra, con la scenografia addosso. Nello stesso istante, Carletto che voleva chiudere il sipario per non far vedere le malefatte ai ragazzi, appeso al cordone del sipario gridava… (Carletto non era più alto di un metro e venti), Reno per favore tirami giù, tirami giù. Lo sentivo gridare ma non riuscivo ad orientarmi, in mezzo a tanto chiasso (i facenti parte la compagnia erano ventitré), non capivo da dove venisse la voce. Finalmente lo videro appeso come un salame al cordone del sipario e facendo la scala (uno sopra l’altro) riuscirono a riportarlo a terra. Ancora oggi, durante le prove non la finisco mai di fare raccomandazioni. Immancabilmente, però, ad ogni debutto ne accade sempre una.

Il sindaco aveva giocato, ma io, avevo dimostrato, con certezza, che si può fare teatro senza un soldo.

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

IMPROVVISO (19)

Improvviso
inesorabile
come acqua gelata sulla pelle
arrossata dal sole di luglio
giunse il tuo male.
Ti fummo vicino.
Volesti che il medico
parlasse in tua presenza:
il medico non parlò!

Seguisti
il suo sguardo
come il viandante
i nostri
ansiosi:
nel Sahara
speranza d'acqua.

Un triste sorriso
sulle tue labbra esangui
aleggiò:
e fu il silenzio.

Con quel triste sorriso
finiva
la tua vita
in quel silenzio
ti riconciliasti con Dio.

Dopo sorridesti ancora
ma era sempre silenzio.

19) Scritta il 27 ottobre 1968 quando sapemmo che papà aveva un "carcinoma alla vescica", infatti, è morto il 3 novembre dello stesso anno.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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