8 agosto 2001
Respinta la domanda di grazia
di Ovidio Bompressi

Il Ministro della Giustizia Castelli respinge la domanda di grazia di Ovidio Bompressi, condannato per l'omicidio Calabresi con Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.

E' stata respinta la domanda di grazia per Ovidio Bompressi, lo ha reso noto, con un comunicato, il ministro di Grazia e Giustizia Roberto Castelli: in pratica, il responsabile del dicastero ha stabilito di non inoltrare la richiesta al presidente della Repubblica, cui sarebbe spettata la decisione finale.Ovidio Bompressi

Il ministro della Giustizia ha annunciato che non inoltrerà la richiesta al Capo dello Stato: "L'ho deciso sulla base del parere negativo del magistrato, ma anche per le polemiche del dopo G8. Ho ritenuto di non dare corso alla domanda - ha spiegato il Guardasigilli - sulla base del parere negativo espresso dal magistrato di sorveglianza di Massa e dalla Procura generale di Milano. Ma non solo: ho ritenuto inopportuno in un momento come questo, in cui le forze dell'ordine sono criminalizzate in modo indiscriminato per quanto accaduto nel corso del G8, proporre la grazia per chi è stato giudicato colpevole, dopo ben sette gradi di giudizio, di concorso in omicidio ai danni di un commissario di polizia".

Insomma, una doppia motivazione, giudiziaria ma anche politica. La richiesta di grazia per Ovidio Bompressi era stata presentata il 12 luglio dello scorso anno. Dopo l'acquisizione di pareri (negativi) da parte dei magistrati competenti, due mesi fa il precedente Ministro della Giustizia Piero Fassino aveva deciso, al termine della legislatura, di rinviare la decisione al successore.

Ed è proprio Fassino, oggi, ha spiegare la sua decisione: "Non ho sottoposto al Presidente della Repubblica la proposta di grazia per Ovidio Bompressi perché l'attività istruttoria, da me avviata immediatamente dopo aver ricevuto la domanda di grazia, aveva registrato i pareri negativi della magistratura di sorveglianza e della Procura generale di Milano.

Ed è regola generale che il Ministro della Giustizia non inoltri proposte di grazia al Capo dello Stato, quando tutte le autorità giudiziarie interessate sono contrarie". La decisione odierna ha scatenato immediate reazioni nel mondo politico.

"Purtroppo si conferma che il Ministro di Grazia e Giustizia è il coerente rappresentante di quello statista italiano, attualmente autorevolissimo esponente del governo, che ebbe a dichiarare "meglio Milosevic che Culosevic" dove naturalmente Culosevic ero io" ha quindi commentato Marco Pannella. "Adesso sorge un problema interessante per i cultori del diritto costituzionale, perché il diritto di grazia è, come è noto, in ultima istanza, sovranamente del Presidente della Repubblica".

Bordate molto pesanti anche dai deputati verdi Marco Boato e Paolo Cento. Il primo ha definito la decisione "un capolavoro di meschinità politica e di irresponsabilità istituzionale". Grave perché il ministro ha, in questo caso, un compito meramente istruttorio e "ancora più grave, al limite dell'incredibile e della provocazione istituzionale, il riferimento ai fatti del G8". Mentre Cento ha parlato di una scelta che "afferma il concetto di una giustizia disumana e vendicativa", con chiaro riferimento ai fatti di Genova. (8 agosto 2001 - La Repubblica)

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RICORDIAMOLI

MARCO BIAGI

A Bologna, le "Brigate Rosse Comuniste Combattenti" 1l 19 marzo 2002, uccidono il consulente del ministero del Lavoro Marco Biagi, rivendicando l'omicidio poche ore dopo. L'arma usata per colpire il professore bolognese, che da qualche tempo riceveva minacce, è la stessa con la quale fu assassinato il sindacalista D'Antona.Marco Biagi

Questa sera a Bologna, è stato ucciso l'economista Marco Biagi, 52 anni, consulente del Ministro del Welfare Roberto Maroni. E co-autore del famoso Libro bianco prodotto dal Ministero. L'uomo girava senza protezione, dopo che nello scorso dicembre gli era stata tolta la scorta. Quanto alla dinamica, l'omicidio è avvenuto nel cuore della città, intorno alle 20,35, davanti alla residenza di Biagi, a pochi passi da piazza Maggiore.

A fare fuoco, secondo una prima ricostruzione, due persone che si sono avvicinate in scooter all'uomo, che stava tornando in bicicletta, esplodendo alcuni colpi d'arma. Sul luogo del delitto sono stati ritrovati quattro bossoli; secondo fonti vicine agli investigatori, le pallottole mortali che hanno raggiunto la vittima sono state due. Inquietanti le analogie con l'omicidio di Massimo D'Antona, consulente dell'ex Ministro del Lavoro Antonio Bassolino, e ucciso nel maggio 1999, a Roma, da esponenti delle nuove Brigate rosse. E come allora anche adesso, a oltre due anni e mezzo di distanza, l'intero Paese è sotto choc. "E' un segnale. Biagi era consulente del ministero del Lavoro: a parlare è il procuratore reggente Luigi Persico, titolare delle indagini, parlando con i giornalisti in via Valdonica, poco dopo l'assassinio. "E' possibile ipotizzare analogie con il caso D'Antona?", hanno chiesto i cronisti. "Con tutta l'attenzione che c'è sull'articolo 18, fate voi", è stata la risposta.

Un collegamento confermato anche dal Ministro dell’Interno Claudio Scajola: "Il pensiero - ha dichiarato stasera - corre all'omicidio D'Antona e alle indagini da tempo in corso. E che ci preoccupavano perché non avevano portato ad identificare i responsabili del delitto". Scajola, comunque, sulla vicenda riferirà domani mattina, prima in Consiglio dei ministri e poi ai due rami del Parlamento. Lo scorso 26 febbraio, ricordiamolo, un ordigno era esploso a pochi passi dal Viminale, per fortuna senza provocare vittime. Quel che è certo è che il delitto colpisce tutto il mondo del lavoro, indipendentemente dalle convinzioni politiche. Un mondo di cui Biagi, nato a Bologna nel 1950, era grande esperto, nel suo ruolo di docente di diritto del lavoro all'Università di Modena, di collaboratore del Sole-24 ore e Affari sociali dell'Unione Europea. Proprio qualche giorno fa il docente aveva firmato, insieme ad altri intellettuali vicini alla Casa delle libertà, un appello sulla riforma dell'articolo 18.

Marco Biagi, la borsa da professore, la bicicletta, il suo spirito bonario e abitudinario. C'era tutta la sua vita, il suo carattere nell'ultimo momento della vita, assassinato mentre tornava a casa, dalla moglie Marina Orlandi e dai figli in via Valdonica, nel suo ghetto ebraico, a due passi da piazza Maggiore che voleva far rivivere perché "sporco e senza controllo". La borsa del giurista, l'esperto di diritto del lavoro della grande scuola bolognese di Federico Mancini che lo aveva portato a lavorare con Bassolino e Treu, prima, e ora con Maroni. La bicicletta dell'instancabile pedalatore sui colli bolognesi con l'amico Romano Prodi, o verso il mare dove andava con la due ruote da corsa a trovare gli amici socialisti. I movimenti regolari del professore che arriva a casa quasi sempre alla stessa ora, di ritorno dall'università di Modena, dove insegnava. Chi ha sparato lo immaginava un falco, un nemico da distruggere nel cuore di un conflitto sociale che spacca in due l'Italia perché collaborava con Maroni. Ma Biagi era tutto meno che un falco. "Basta trovare una via di mezzo - diceva nella sua ultima intervista televisiva - una strada diversa da quella del governo, che anche la Cgil potrebbe accogliere. Magari escogitare una sospensione per i neo assunti al sud".

Poi lo spazio per le mediazioni si è chiuso. E Biagi ha aderito all'appello in favore delle correzioni all'articolo 18 di Renato Brunetta, l'economista di Forza Italia, mentre molti dei suoi amici bolognesi si schieravano dall'altra parte, con il sindacato. Ne aveva discusso appassionatamente e animatamente la settimana scorsa con i colleghi Giorgio Ghezzi, Luigi Mariucci, Franco Carinci e con l'ex sindaco Walter Vitali, in uno dei tanti viaggi da pendolare tra Roma e una Bologna dove tutti si conoscono. Ieri, quando l'hanno ammazzato c'era un'assemblea di giuristi del lavoro in appoggio alla manifestazione della Cgil di sabato prossimo. "E' accaduto un fatto terrificante", ha balbettato uno di loro. E hanno sospeso l'incontro.

"Era la mascotte del gruppo" ricorda il professor Umberto Romagnoli, scosso dalla notizia. Era ancora studente quando il suo maestro, Federico Mancini con l'agguerrita e nutrita pattuglia dei suoi allievi Romagnoli, Ghezzi, Pedrazzoli e Montuschi scriveva lo statuto dei lavoratori. Lavoravano gomito a gomito con Gino Giugni, socialista come Mancini. E come Biagi. Era rimasto socialista anche negli anni della caduta di Craxi. Grande amico di Enrico Boselli, lo aveva seguito anche quando dirsi socialisti era un'onta. Negli anni novanta nel mondo laico-socialista ogni volta che si parlava di un rimpasto di giunta o di un assessorato, saltava fuori il suo nome. Era un professore, infatti, e un professore stimato. Alla fine il sindaco Ds Walter Vitali lo scelse per il consiglio di amministrazione dell'azienda trasporti. La lasciò nel 1999 quando Giorgio Guazzaloca espugnò la roccaforte rossa. Quell'anno Biagi si era candidato nella lista dello Sdi che stava dalla parte sbagliata. Ma la politica veniva dopo. Al primo posto c'era l'attività di studioso del mondo del lavoro. E' da quel momento Biagi segue passo passo l'inasprirsi dello scontro. Sul Sole 24 racconta la cronaca di uno scontro sociale che, nonostante i tentativi di mediazione, si inasprisce. E che qualcuno, colpendo lui, vuole ora rendere esplosivo.

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IL FATTO
UN POETA AL GIORNO "FRYDA ROTA"

Fryda Rota è nata a Vercelli e vive a Borgovercelli. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie: Il pendolo dei giorni (1971), Giorno per giorno (1972), Il giorno difficile (1973), Il tempo della ricerca (1974), Di fronte al tempo (1976), Dalla parte di lei (1977), Le erbe amare (1979), L'amara libertà (1980), Voci dal pianeta condominio (1981), Andar per mare (1982), Insidie e sinfonie (1983), L'insidia del pensiero (1983), Bersaglio coniugale (1984), I giorni uccisi (1985), Anima celata (1986), Monologhi per gatto Nice (1987), Per pagine di libro (1988), Triade (1988), Più che madre (1990), Alpe (1992), Il veggente (1992), La canzone dell'amore vecchio (1994), Il verso e la parola (1995), Donne di Pasqua (1996), L'arcangelo dal passo pesante (1997, ed. ridotta; 1998, ed. completa), Manoscritto dal naufragio (1998), Il tempo di mezzo (1999), India (2000). Nei concorsi letterari ha conseguito numerosi riconoscimenti, e infiniti primi premi.

Collabora a giornali e riviste italiane e straniere con poesie, racconti, articoli d'attualità, ricerche storiche, interviste, rubriche di corrispondenza, critica letteraria ed artistica. Sull'opera letteraria di Fryda Rota hanno scritto, fra gli altri: G. Bárberi Squarotti: "C'è sempre in ogni raccolta qualcosa di diverso dalle precedenti, lungo un itinerario che testimonia la grande vitalità e costanza del suo lavoro poetico"; C. Betocchi dalla prefazione a "Il tempo della ricerca", afferma "Il linguaggio della raccolta, la metrica che scandisce il discorso e regola la meditazione spesso appassionata, riescono a coinvolgere il lettore, e addirittura a comprometterlo nei suoi problemi di fondo"; G. Bufalino sottolinea "...denso di solidi succhi poetici e tramato d'una forte malinconia"; D. Cara dichiara "È il poema dell'urto e della separazione da un sentimento fondamentale dell'esistenza quanto mai ispido, continuo, attento. C'è partecipazione assoluta allo scontro e al riscontro dell'io"; U. Facco de Lagarda "Trovo in lei una non comune esacerbazione vitalistica, che fa pensare e coinvolge il lettore fino a turbarlo"; M. Guidacci, parlando della raccolta Anima celata scrive: "Libro asciutto, essenziale, più immediatamente poetico. Il suo cammino è sicuro.".

RUDERI
di Fryda Rota

"Li colse il lamento della morte
forse a banchetto – forse a riposo:
nessuna reliquia di antichi signori
tra pietre che erette con orgoglio
sembrano ora nate sul colle – mentre
le crepe della torre sfumano
nei contorni dell'edera.
Sacro è il silenzio alla fantasia
che trae dalla sacca del passato
il respiro di vite smemorate
e le compone in forma di canto"

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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