6 settembre 1683
L'opera di Colbert

Quando mori a Parigi il 6 settembre 1683, all'età di sessantaquattro anni, Colbert era un uomo stremato, invecchiato prematuramente. Per ventidue anni si era dedicato senza tregua alla potenza economica del regno, lavorando sedici ore al giorno e imponendo lo stesso ritmo di lavoro a tutti i suoi funzionari. Il grande amministratore aveva riorganizzato le finanze, riformato la giustizia, favorito lo sviluppo dell'industria e del commercio, tracciato rotte e canali, creato una potente marina e un certo numero di istituzioni, fra cui l'Accademia delle scienze, la Scuola di Roma, la Biblioteca nazionale, le manifatture di Sévres e dei Gobelins.

Eppure quest'uomo che tanto aveva fatto per la Francia mori amareggiato e sfiduciato.

Il suo re, che egli aveva servito con devozione, era troppo prodigo del denaro del regno, troppo amante del fasto e della gloria. Colbert gli faceva continue rimostranze e non lesinava i consigli. Ma alla fine il re lo aveva stancato e deluso.

Quando scomparve, il Ministro delle Finanze non fu rimpianto da nessuno: né dal popolo, come sempre ingrato, né sia la corte che non aveva mai amato quell'uomo dai tratti volgari, dai modi freddi e duri, e nemmeno dallo stesso re. Tuttavia Luigi XIV, trentadue anni più tardi, avrebbe reso un omaggio postumo al suo ministro. Sul suo letto di morte il Re sole consigliò al nipote, il futuro Luigi XV, di non amare come aveva fatto lui la guerra, la gloria e i palazzi sontuosi: proprio tutto ciò che gli rimproverava Colbert.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1968: L'antico protettorato britannico dello Swaziland raggiunge l'indipendenza.

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RICORDIAMOLI

Enrico IV (re di Francia)

Parlando della morte di Colbert e dell’avvento al trono di Luigi XV, ho pensato che sarebbe stato bene accennare qualche notizia sugli avi di Luigi XV, cioè parlare di Enrico IV re di Francia nato a Pan, Béarn, nel 1553 e morto a Parigi nel 1610. Figlio di Antonio di Borbone e di Giovanna d'Albret, iniziò la dinastia dei Borboni quale erede della Navarra.

Per tradizione familiare era preconizzato capo degli ugonotti; sorvegliato dalla corte di Francia, sua madre riuscì nel 1567 a mandarlo nel natio Béarn e a farlo giurare come capo dinanzi alle truppe dei riformati.

Caterina de' Medici nel 1572 lo sposò a sua figlia Margherita e, per evidente favore, il re Carlo IX lo salvò dalla strage di San Bartolomeo.

Costretto ad abiurare e a firmare editti nel Béarn contro il culto protestante, solo più tardi, nel 1576, poté fuggire dalla corte. Seguendo la politica di Enrico III tornò al protestantesimo; tuttavia, alla morte del sovrano, ascese al trono dopo aver abiurato al protestantesimo dedicandosi subito a un'opera pacificatrice: rafforzò il senso dello Stato, impose sacrifici e restrizioni, ma, con l'aiuto del ministro Sully, portò anche benessere economico al Paese prefigurando un accentramento giuridico e amministrativo che troverà piena realizzazione più tardi con Luigi XIV.

In campo religioso emanò nel 1598 l'importante Editto di Nantes per la libertà di coscienza degli ugonotti.

Preparò una vasta azione politica in Europa, ma, mentre era intento a perseguire tale piano, un fanatico cattolico, certo Ravaillac, lo uccise a tradimento.

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L’ANEDDOTO

PERSONAGGI PADULESI "LUIGI SECONDO"
Prima di iniziare l’aneddoto di oggi, vorrei chiarire una cosa che ieri è parsa un poco ingarbugliata.

Piero ha scritto: "Accidentaccio, Reno... ora non puoi non spiegarci cosa avevi fatto di tanto tremendo, per meritare punizioni così dure (e violente!) da piccolo...": innanzitutto a quel tempo le punizioni agli scolari erano inumane, l’opposto di oggi che non si puniscono per niente, anzi se non si è attenti si prendono dagli scolari e se non sono botte sono copertoni tagliati o gomme sgonfiate.

Quando accadde il fatto frequentavo la seconda classe (avevo compiuto sei ani il due luglio), il giorno prima non avevo svolto i compiti: avevo passato tutto il pomeriggio tra i carpini, nella mia capanna nel bosco a leggere "I Canti" di Leopardi, anche se non capivo niente mi piaceva sentire la mia voce che leggeva con l’accompagnamento del piccolo rivolo di acqua sorgiva; mi sentivo rinato dopo essermi riempita l’anima della musica delle parole di Giacomo.

Dissi alla maestra che cosa avevo fatto ma non mi credette e per questo mi punì facendomi stare due ore inginocchiato sopra i ceci, dietro la lavagna.

Quando mio padre lo seppe, mi diede il resto, non per i compiti che non avevo fatto, ma perché avevo perduto tempo a leggere poesie: "astrazioni che non danno pane", ripeteva gli risposi a tono, non l’avessi mai fatto, mi riempì la testa di pugni.

No, Piero, non ero cattivo o irruente, lottavo per le cose giuste se ne vedovo una storta mi ribellavo e le prendevo.

Stamattina mi sono fermato al bar fino alle 10,15 nella speranza di rivedere Luigi, ma non si è visto.

Ho chiesto notizia al barista e agli avventori che conosco, al benzinaio che mi consce da quando sono venuto ad abitare qui e che mi chiama signor Santoro e non ho mai capito perché, pur avendogli ripetuto il mio nome migliaia di volte; adesso non ci faccio più caso e lo lascio libero di chiamarmi come vuole; per caso parla di quel signore che stava con lei eri? Ma credevamo fosse venuto con lei, noi prima di ieri non l’abbiamo mai visto.

Nel caso lo vedeste mi fate un colpo di telefono e lo trattenete?

Senz’altro se viene lo incollo sulla sedia, non si preoccupi sor Santò, ha detto il benzinaio, che è proprio attaccato al bar.

Avrei voluto tanto invitarlo a casa per il suo compleanno.

Luigi faceva il calzolaio, prese il posto di mio padre quando papà credette di crescere meglio i figli con la quindicina dello stato, patendo volontario con la milizia per la guerra d’Africa.

Con Luigi lavorava anche un ragazzo di sedici anni, si chiamava Michele Scaramuzzo, col quale giocavo a "bandiera" o a "nascondino" oppure a "guardia e ladri", ma nel 1941 quando compivo nove anni, Luigi fu richiamato alle armi e Michele partì volontario, lasciando le mie scarpe incompiute.

Nell’inverno del 1942 Luigi ritornò a Paduli in convalescenza aveva avuto un congelamento ai piedi, ma Michele che faceva parte della divisione Julia, non si è saputo più niente, mi ricordava Luigi ieri, forse è una delle statue di ghiaccio lungo la riva del Don.

Ho smesso un attimo di scrivere ed ho telefonato a mio fratello, che vive ancora a Paduli, chiedendogli di Luigi Secondo.

- Come ti viene in mente, Luigi Secondo?

- L’ho incontrato ieri, e mi ha detto che il 13 settembre compie cento anni, oggi l’ho cercato per invitarlo a passarli a casa mia in compagnia dei ragazzi della compagnia teatrale.

Mio fratello ha riso e mi ha preso in giro, guarda che lo hai sognato e pensi di avergli parlato. Luigi, è morto almeno una trentina d’anni fa, con il cancro ai polmoni.

L’ho lasciato in malo modo, senza nemmeno domandargli come stesse.

Non è possibile forse si sbaglia, parliamo di due Luigi diversi; appena finito di scrivere questo notiziario quotidiano, a coso di girare tutta la Rustica a piedi, lo troverò: gli ho parlato ieri e non era certo un fantasma.

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

9
Per non prendere botte, sai che faccio?
Scrivo di nascosto, sotto il letto;
salgo in soffitta e nascondo, le mie cose,
nel vuoto della camera d'aria
di una vecchia bicicletta in disuso.

10
Angelina mi ha tradito
è andata con Idillio
a far l'amore, per una macedonia,
sotto il ponte fuori da "scarrafone". (b)
b) località di Paduli

11
Stanotte ho pregato il Signore
di far morire i vecchi più ricchi
voglio guadagnare qualche soldo
perché andar via voglio da Paduli.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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