6 novembre 1937
L'Italia aderisce al Patto Anticomintern

Mentre in Spagna era in pieno svolgimento la guerra civile, nella restante Europa e in Estremo Oriente accadevano altri gravi avvenimenti che avrebbero di lì a qualche anno fatto precipitare il mondo nella seconda guerra mondiale.

Prima ancora, era accaduto luogo l'accostamento tra il nazismo tedesco e il fascismo italiano, che trovò una sanzione definitiva nell'ottobre del 1936, nella stretta collaborazione che andò sotto il nome di "Asse Roma-Berlino". Il 25 novembre 1936 fece seguito il patto contro la Terza Internazionale, o Anticomintern, tra la Germania e il Giappone.

Questo patto anche se era principalmente rivolto a combattere il comunismo, aveva tra i suoi obiettivi anche quello di creare un baluardo contro le democrazie occidentali. E per il Giappone esso costituiva una premessa per l'aggressione da lungo tempo progettata ai danni della Cina.

Le condizioni favorevoli che con quest’alleanza venivano a crearsi per i piani espansionistici del Giappone erano basate sul fatto che la minaccia della Germania sul confine occidentale della Russia avrebbe impedito a questo paese d'aiutare la repubblica cinese. Dopo pochi mesi dalla stipulazione del trattato, nel luglio 1937, l'imperialismo giapponese scatenò la sua guerra di conquista contro la Cina.

Il 6 novembre 1937 l'Italia firmò anch’essa il Patto Anticomintern. Il 13 marzo 1938 Hitler occupava definitivamente l'Austria.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1792:Vittoria di Dumouriez a Jemmapes.

1805:Nella Senna a Parigi,è avvistato un marsovino (cetaceo simile al delfino).

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RICORDIAMOLI

RAF VALLONE

Raf Vallone è stata una figura anomala nel panorama del cinema italiano.Raf Vallone Nella sua brillante carriera cinematografica, ha evitato gli atteggiamenti tipici del divo, privilegiando la componente strettamente professionale. Si può affermare che, in contrasto con il suo aspetto fisico prestante, adatto a ruoli da seduttore, il carattere dominante della sua recitazione fosse legato alla curiosità intellettuale. Due lauree: giurisprudenza e filosofia, conseguite all’università di Torino, città nella quale si era trasferito con la famiglia, un passato da giornalista, fu caporedattore della pagina culturale dell’Unità, trascorsi da traduttore di classici latini, grande familiarità con le lingue straniere: Vallone non poteva e non voleva limitarsi ad un solo ambito artistico e ai suoi stereotipi. Quando acquistava dei libri ne comprava sempre due copie, sopra una vi scriveva gli appunti, l’altra la conservava integra. Osservatore acuto della cultura e non solo italiana, leggeva molto. Sul Set non avvertiva mai la noia, perché l’eternità dell’attesa, tra un ciak e l’altro, la riempiva con la lettura e non si accorgeva neanche del tempo che passava.

Dopo aver recitato in alcune importanti pellicole del neorealismo "Il cammino della speranza" di Pietro Germi, "La spiaggia" di Alberto Lattuada, "Roma ore 11" di Giuseppe De Santis, e aver ottenuto notevoli successi all’estero, fu al fianco di Simone Signoret in "Teresa Raquin" di Carné ed ebbe un ruolo da protagonista in "Obsession" di Jean Dellanoy, decise di non sacrificare la passione per il teatro al grande schermo. La sua interpretazione in "Uno sguardo dal ponte" di Arthur Miller, in scena a Parigi nel 1958 con la regia di Peter Brook, fu talmente apprezzata da spingere Sidney Lumet a scritturarlo per l’adattamento cinematografico della pièce. Il sodalizio con il regista inglese Peter Brook proseguì poi con la messa in scena del "Tommaso Moro" e di "Desiderio sotto gli olmi" di Eugene O’Neil. Quelle che molti registi e produttori consideravano semplici "diversioni" o inutili sprechi di tempo ed energie, costruirono, invece, la personalità profonda e ricca di Raf Vallone, uno dei grandi antidivi.

Nato a Tropea, in provincia di Catanzaro, nel 1916, si trasferì a Torino nella prima giovinezza. Nella capitale piemontese tentò anche l’avventura calcistica, divenendo nel 1937 titolare del Torino. In seguito si dedicò al giornalismo, professione grazie alla quale entrò in contatto con alcuni grandi nomi della cultura dell’epoca come Italo Calvino e Cesare Pavese. Negli stessi anni, mosse i primi passi nel mondo del teatro, ancora a livello amatoriale; fu la successiva esperienza di attore radiofonico, fatta a Roma, a indirizzarlo decisamente verso la recitazione.

Dopo una comparsata in "Noi vivi" di Goffredo Alessandrini, con Alida Valli, venne scelto da Giuseppe De Santis nel 1949 per interpretare il soldato Marco in "Riso amaro", film che lo proiettò sulla ribalta del cinema italiano e internazionale. La consacrazione avvenne nel 1950,con "Il cammino della speranza" di Pietro Germi, nel quale ebbe il ruolo del protagonista a fianco di Elena Varzi, sua futura moglie.

Ha lavorato con molti dei più grandi interpreti italiani, da Vittorio Gassman a Sophia Loren ne "Il segno di Venere" e "La Ciociara", da Gina Lollobrigida in "Cuori senza frontiera" a Lucia Bosé in "Roma ore 11", a Silvana Mangano in "Riso Amaro"; memorabile la sua interpretazione in "Cristo Proibito" di Malaparte, e godette di grande considerazione all’estero; nel 1990 fu il Cardinale Lamberto nel terzo episodio del "Padrino" di Francis Coppola. La vena poliedrica di Vallone si manifestò anche nei lavori per la televisione, ennesima tappa del suo ricco percorso artistico.

Negli anni Sessanta recitò in numerosi sceneggiati, perlopiù di argomento storico, e nel 1962 fu protagonista nella serie tratta dal romanzo "Il mulino del Po" di Riccardo Bacchelli. Del 2001 è la sua autobiografia intitolata "Alfabeto della memoria". Raf Vallone muore a Roma il 31 ottobre 2002, all’età di 86 anni.

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L’ANEDDOTO PERSONAGGI PADULESI "IL TERREMOTO"

Quante cose si possono vedere sopra un cumulo di macerie, che hanno nascosto per giorni piccole vite non vissute e non per loro colpa. Vedo un bambino di otto anni, me, seduto sul cavalletto che i sarti chiamano "ciuccio", perché è un arnese che permette di stirare bene sia le maniche che il collo. Nonno era sarto, mamma intenta a ricamare, affinché non ci mancasse il cibo, infatti, ricamava e si faceva pagare con i frutti della terra, quindi nonno lavorava e guardava noi. Giocavo ad "asso pigliatutto" con mio fratello Peppino, seduti sopra il suddetto "ciuccio"; improvvisamente il cavalletto cominciò a ballarci sotto il sedere e le carte ballavano come rami scossi dal vento, mentre le tegole sul tetto della casa di fronte sembrava suonassero. Nonno, senza scomporsi e con una calma serafica, ci prese per mano e ci fermò, tenendoci stretti, sotto l’arco della porta dicendo: "Qui, staremo un poco più sicuri". Quando tutto si fu calmato, e zittite anche le voci stridule e isteriche delle donne che con i figli in braccio correvano verso la campagna come un branco di mucche inferocite e anche i cani avevano smesso di guaire, nonno ci spiegò cosa era accaduto e la mia curiosità lo spinse a parlarmi per la volta del terremoto. Così seppi che era un movimento della terra e che poteva manifestarsi in due modi: sussultorio e ondulatorio. Altre domande per capire la differenza fra le due terminologie. Poi ho visto ancora altri terremoti. Quello ce mi ha fato più paura è stato quello che scosse la Campania negli anni Sessanta. I bambini erano dei nonni a Napoli e appena sentito alla radio del terremoto, mi misi nel treno e corsi a Napoli, presi i bambini e stavo facendo ritorno in stazione per riprendere il treno e ritornare a Roma, quando l’auto che ci stava portando alla stazione, giunto a Piazza Principe di Napoli, fu bloccato dalla terra che tremava, sembrava di stare in pentola piena di fagioli sballottati a destra e a sinistra. L’autista scese di corsa dal pulman e sparì nella marea di gente che con involucri di lenzuola, cercava di raggiungere un posto non abitato. Mi trovai con tre bambini, uno in braccio, la più piccola e due per mano spinti dalla folla ci trovammo in stazione senza aver appoggiato i piedi per terra. I treni non partivano e dovetti aspettare le tre di notte, perché un treno lasciasse la stazione, con i bambini addormentati in braccio.

Questo ricordo mi tranquillizza in parte per quanto accaduto a San Giuliano di Puglia, perché se i bambini hanno avuto al fianco un adulto coraggioso o amante loro, gli angioletti sono saliti accompagnati dagli angeli senza accorgersi di passare da un punto all’altro della vita.

Voglio pensare questo, per non vedere ombre disperate sulle macerie della scuola di San Giuliano di Puglia; ché il mio cuore è rimasto, anch’esso sotto quella montagna di detriti.

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LA POESIA DEL GIORNO

TU CHE FUGGI

Tu fuggi e credi che fuggendo possa ritrovare
l'amore che ancora riempie tutto l'essere tuo
come la vallata il torrente e il rigoglio delle erbe.

Tu che ancora ramificata a quell'amore sei
come la radice del cipresso alla terra: fermati!

Non serve fuggire se i ricordi sono vivi e palpitanti.
Potrai volare sì,
come una farfalla intorno alla lampada accesa
fino a quando non sentirai le ali bruciate.
Potrai volare sì,
come un'ape di fiore in fiore cercando il nettare
per continuare a vivere,
ma non potrai fuggire la realtà della tua esistenza.

Fuggi e fuggivi ieri quando mi chiamavi amore
sapevi e sai che l'amore non è stare chiusi
tra quattro mura sdraiati sopra un materasso,
che odora d'amore, da quando nasce la luna
alla scomparsa della prima stella del mattino.

Sapevi e sai che non è questo l'amore
ecco perché hai bisogno di vino e di whisky
prima di spogliarti per rimanere a gambe in su
come un tronco scheletrito che al cielo implora.

Quando ti accorgerai che la fuga è stata vana
come inutile è stato vivere come talpa
rimpiangerai la vita e nemmeno l'immenso
mio amore potrà ricostruirti le ali per volare
potrà ridarti il fiore colmo di nettare
potrà permetterti ancora di camminare
perché le gambe sono ormai ramificate al cielo:
sei rimasta a dorso in giù come una tartaruga
che ha giocato con la lepre ed ha perduto.

Reno Bromuro (da "Senza levatrice" Editrice Albatros Roma 1983)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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