6 giugno 1997
Le fotografie sulle torture durante la missione Ibis

Le fotografie sulle torture che paracadutisti della Folgore, durante la missione Ibis di quattro anni fa, avrebbero compiuto su civili somali catturati, sono oggetto di riprovazione e di sdegno da parte delle autorità di tutte le forze politiche, che sollecitano indagini scrupolose. Michele Patruno, l’ex parà autore di quelle foto, ora pubblicate, sarà ascoltato dal pubblico ministero militare Antonino Intelisano.

Dal 1992 al 1994 i militari italiani hanno fatto parte dell'operazione "Restore Hope" in Somalia. Quella che in Italia si è chiamata "Missione Ibis", si è in parte rivelata un fallimento: sebbene ci sia attualmente un governo provvisorio che tenta di restaurare una qualche democrazia legittima, i signori della guerra sono ancora lì a contendersi il territorio. Adesso, la Somalia è fra i possibili prossimi obiettivi della lotta al terrorismo: basi di Al Qaeda si trovano proprio lì,nel Corno d'Africa,anzi, reparti speciali dell'esercito britannico avrebbero addirittura compiuto dei blitz, anche se ufficialmente tutto tace. Ma cosa significa partecipare ad una missione? La risposta l’ha data Gianfranco Paglia, 33 anni, tenente. Nel 1992 faceva parte del 186esimo reparto paracadutisti della Folgore, e il 2 luglio è rimasto ferito nell'attacco subito dal nostro contingente nei pressi del pastificio di Mogadiscio.

"Ci siamo trovati in mezzo a tre ore di conflitto a fuoco, io sono rimasto ferito e adesso, pur su una carrozzina ho ripreso la mia vita, sono stato fortunato. Ma ritornerei in missione, se fossi di una qualche utilità: ritengo che le missioni all'estero, se fatte in un certo modo, servono, sono rischiose, è vero, ma servono a far rivivere una nazione. Questo è molto importante".

Queste missioni di pace, in soccorso delle popolazioni sottomesse è un’ideale onorevole, moltissimi nostri militari ne sono coscienti, ma c’è stato un piccolo-grosso inghippo in Somalia: sembra che, stando alle foto scattate e poi vendute ad un settimanale, non solo hanno infangato l’operato italiano della missione di Pace, ma hanno anche suscitato un vespaio, che ha messo a dura prova la presenza del ministro della difesa, Andreatta.

Vi trascrivo l’interrogazione al Ministro avvenuta nella 66° Seduta di giovedì 19 giugno 1997,

"Il presidente GUALTIERI avverte che era pervenuta la richiesta, ai sensi dell'articolo 33 del Regolamento, di attivazione dell'impianto audiovisivo, in modo da consentire la speciale forma di pubblicità della seduta ivi prevista ed avverte che, in previsione dell'adesione della Commissione a tale richiesta, il Presidente del Senato aveva già preannunciato il suo assenso. E passa alla lettura della "Comunicazioni del Governo su episodi relativi alla missione "Restore Hope-Ibis" in Somalia.

Il PRESIDENTE propone di abbinare lo svolgimento dei due punti all'ordine del giorno, vertenti sugli episodi relativi alla missione "Restore Hope-Ibis".Conviene la Commissione.

Il ministro ANDREATTA precisa preliminarmente che nell'effettuare le comunicazioni del Governo sugli episodi relativi alla missione Ibis in Somalia risponderà contestualmente alle interrogazioni n. 3-00964 del senatore Russo Spena e n. 3-01108 del senatore Russo Spena ed altri, n. 3-01078 del senatore Ucchielli, n. 3-01079 del senatore Semenzato e n. 3-01113 del senatore Palombo ed altri.

Il Ministro conferma che i fatti relativi alla missione "Ibis" in Somalia denunciati nei giorni scorsi e il corredo di immagini crudeli e ripugnanti hanno turbato le coscienze di tutti. Il Governo è unanimemente impegnato a fare chiarezza su tutti gli elementi e si augura che dalle risultanze dei vari organi che stanno indagando emerga in maniera inequivocabile la verità. Non ci saranno da parte del Governo e dell'Amministrazione militare incertezze, tentennamenti, coperture o ritardi. È assolutamente indispensabile giungere in tempi rapidi alla verità su quanto accaduto, non solo per ciò che concerne singoli episodi, ma anche per accertare entità e diffusione di fenomeni devianti e contrari ai valori militari che possono essersi verificati nel corso dell'intera operazione "Ibis" nei confronti della popolazione civile, nonché eventuali responsabilità nella catena di comando. Le indagini e le inchieste avviate potranno consentire di accertare rapidamente la verità dei fatti. Questo è essenziale, sia perché occorre fare giustizia in modo esemplare e con il massimo rigore e sia per confermare che fatti come quelli denunciati costituiscono deviazioni eccezionali ed aberranti rispetto alla generalità dei comportamenti che hanno caratterizzato l'operato generoso ed umano delle nostre Forze armate nel corso delle operazioni all'estero di questi ultimi anni.

Le missioni di questo tipo pongono esigenze di preparazione e di addestramento specifico del personale partecipante, considerata la diversa tipologia di impiego e di comportamenti che esse presentano. In questo caso si era posto anche un altro problema di fondo, quello dell'utilizzazione del personale di leva. D'altronde, a parte i quadri permanenti, fino a qualche anno fa le nostre Forze armate e l'Esercito in particolare era basato quasi esclusivamente sulla leva, quindi la scelta era obbligata e si è prevista la partecipazione dei soldati di leva solo su base volontaria.

La Somalia ha fatto registrare, con 8 morti e 45 feriti, il tasso di gran lunga più alto di perdite. Vale quindi la pena di documentare più diffusamente le attività svolte nel corso di ciascuna delle missioni e i risultati conseguiti. Il mandato delle Nazioni Unite prevedeva, infatti, l'applicazione del Capo VII della Carta e l'autorizzazione ad usare "tutti i mezzi necessari" al fine di garantire rapidamente un ambiente sicuro per disarmare e demilitarizzare gruppi o individui, anche quando non manifestassero intenzioni ostili".

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RICORDIAMOLI

I KENNEDY "L’ULTIMA SCONFITTA"

Come abbiamo notato la politica va di pari passo con gli affari: il presidente Roosevelt, per premiarlo dell'appoggio, soprattutto economico, alla sua campagna presidenziale, nel 1937 lo nomina ambasciatore a Londra. Alla corte di San Giacomo, però, Joe Kennedy è ricordato innanzitutto per la sua prestanza fisica, per il suo stile e per la tribù di nove figli che si è portato appresso. Dice apertamente ciò che pensa, era molto contrario ad un intervento degli Stati Uniti in un eventuale conflitto contro gli stati nazifascisti: "Non voglio che i miei figli muoiano in una guerra che non riguarda l'America". Probabilmente, era uno dei pochi che non riuscisse a comprendere la dimensione planetaria delle conseguenze che la possibile espansione del Terzo Reich avrebbe provocato. Ma le cose vanno diversamente, e la guerra gli porta via il primogenito, Joseph jr. E così, la tribù di nove figli, nati dal matrimonio con Rose Fitzgerald, figlia del sindaco di Boston John F. Fitzgerald, comincia il lento e inesorabile assottigliamento.Rose Fitzgerald e John Kennedy

Joseph jr, nato nel 1915, è un valido e coraggioso pilota di aerei da bombardamento, i B-52. Durante la guerra, compie numerose missioni sull'Atlantico, alla ricerca di quei sommergibili tedeschi che insidiano i rifornimenti tra Stati Uniti e Inghilterra. Terminato il periodo obbligatorio di volo, ha la possibilità di continuare la vita militare facendo l'istruttore o sbrigando pratiche d'ufficio.

Ma il suo temperamento tipicamente kennediano, tutto votato all'azione e all'espressione del massimo coraggio in ogni situazione, gli impedisce di fermarsi e non appena viene a sapere che l'aviazione degli Stati Uniti sta approntando l'Operazione Incudine, il cui obiettivo è smantellare le basi tedesche delle V-2, è tra i primi a offrirsi volontario: un coraggio che gli costerà la vita. La prima missione ha inizio nel 1944 e Joseph vi prende parte: il suo aereo, però, non ritorna alla base.

In guerra rischia la vita anche il secondo dei figli John Fitzgerald. Partito volontario, John è nominato ufficiale di marina e s’imbarca a bordo di una piccola unità che naviga nelle acque del Pacifico e che, nel 1943, è colpita da un siluro lanciato da un sommergibile giapponese. Il giovane John, ferito alla schiena, riesce comunque a nuotare per tre miglia traendo in salvo un suo compagno: una dimostrazione di coraggio che gli vale una medaglia al valore e che, dopo la morte del fratello Joseph, convince definitivamente il padre a riporre in lui tutte le speranze di successo politico e personale che aveva posto nello sfortunato primogenito.

John non lo deluderà: la sua carriera politica è veloce e brillante, e a soli 46 anni viene eletto senatore per il Partito democratico. Ma prima di dedicarmi a John, non posso dimenticare altri due drammi che sconvolgono l'apparente felicità del clan kennediano. Anno 1928 i fratelli kennedy da bambini - Jean, Robert, Patricia, Eunice, Kathleen, Rosemary, Jack, e Joe, Jr.Il primo è quello di Rosemary, terza figlia e prima tra le femmine. Una malattia cerebrale la distingue da tutti i fratelli, con i quali il rapporto è problematico. Educati alla competizione a tutti i costi, i fratelli fanno a gara per primeggiare e Rosemary, oggettivamene limitata, ne subisce le conseguenze.

Il padre, tuttavia, quasi rifiutandosi di credere che un Kennedy potesse avere delle possibilità in meno della normalità delle persone, la costringe a prendere parte ai giochi di gruppo, dai quali la figlia preferirebbe invece tenersi lontana. Intanto, le sue condizioni si aggravano, e nel 1941, a 22 anni, subisce un'operazione al cervello che la costringe ad un internamento lungo 54 anni in un istituto per malati mentali, dal quale uscirà nel 1995.

La vicenda di Rosemary è sempre stata vista come un macchia, qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere; lo stesso futuro presidente degli USA, durante la campagna elettorale, che lo porterà alla Casa Bianca, dichiarerà che la sorella Rosemary, sempre assente nelle foto ufficiali di famiglia, è insegnante in un istituto privato. Solo in seguito, quando da presidente dovrà chiedere uno stanziamento di fondi a favore delle cliniche per ritardati mentali, dichiarerà la verità sul conto di sua sorella. La seconda tragedia riguarda un altra sorella, Kathleen, quarta figlia.

Sempre nel 1944, sposa il nobile inglese William Cavendish di Hartington. Quattro mesi dopo, rimane vedova, e quattro anni dopo, nel 1948, muore in Francia, a causa di un incidente aereo. Ma torniamo a John: dopo la guerra, l'occupazione principale dei Kennedy diventa la politica, e le speranze di tutto il clan si concentrano su di lui. Non è mia intenzione condurre un'analisi di natura politica sull'operato di John, che necessiterebbe di più ampio spazio; tuttavia, non posso non considerare che John Kennedy è il presidente che più è rimasto nel cuore degli americani.

Egli è passato alla storia grazie alla politica della "nuova frontiera", che ha regalato al mondo intero la John Kennedy e la moglie Jacquelinesperanza di creare un futuro migliore all'insegna di una pace definitiva che governasse il pianeta dopo gli orrori della seconda guerra mondiale. Se da un lato, grazie ai ripetuti incontri con Nikita Kruscev, con il quale ha avviato quel processo di disarmo nucleare in seguito continuato da Reagan e Gorbaciov, il presidente Kennedy ha dato prova di voler far di tutto per raggiungere l'impegnativo risultato, dall'altro va detto che proprio durante i suoi anni alla Casa Bianca il mondo ha vissuto l'incubo di una Terza Guerra Mondiale giocata a colpi di testate nucleari con l'Unione Sovietica. In più, è proprio lui che decide di intensificare l'intervento militare americano in Vietnam. Contraddizioni così vistose non sono presenti solo in ambito politico, bensì anche in quello più personale. John Kennedy e sua moglie, Jacqueline Bouvier, sposata nel 1953, sono, agli occhi dell'opinione pubblica mondiale, un modello da invidiare: belli, famosi e potenti.

L'immagine ufficiale che di loro si conserva è quella di una coppia felice, spesse volte ritratta alle prese con la vivacità dei due figlioletti, Caroline e John jr., che rallegrano le loro giornate particolarmente intense. Ma l'apparenza cela molte cose. A dispetto di tutte quelle fotografie che li fanno vedere insieme con i figli sulla spiaggia di Hyannis Port in quegli abiti informali e quei teneri atteggiamenti che hanno fatto storia anche sotto il profilo del costume, è risaputo che il presidente non lesinava scappatelle con altre donne. Voci maligne, ma mai smentite, hanno parlato di almeno tremila rapporti extraconiugali di John durante i tre anni alla Casa Bianca, tra i quali quello famoso e controverso con Marylin Monroe.

(continua 2)

***

IL FATTO

UN POETA AL GIORNO "MARCO GAVOTTI E IL BOSCO" 

Marco Gavotti Nasce a Grottaferrata (Roma) il 2 gennaio del 1959; risiede in Albano Laziale e lavora come impiegato presso il Comune di Marino. Marco GavottiScrive poesie da circa trenta anni ma solo negli ultimi anni, decide di porsi in rilievo partecipando a concorsi e pubblicazioni. Unisce all'amore per la narrativa e per la poesia, una passione particolare per l'informatica e per l'elettronica. Svolge volontariato dal 1995 in una sigla sindacale nazionale ove collabora come revisore dei conti e curando due siti web di comprensorio. Figlio dello scultore Mario,ne affranca lo spirito indipendente e sensibile atto a trarre dal quotidiano, gli stimoli creativi.

HA PUBBLICATO IN PROPRIO

Nel 1997, "Racconti Storie ed allucinazioni alla fine del Ventesimo secolo".

Nel 1998, la Raccolta di Poesie: "Il Giardino".

Nel 2001 come vincitore di concorso, insieme con altri, l’Antologia di Poeti Contemporanei: "E il naufragar m'è dolce in questa Radio..." Collana Gli Emersi Aletti Editore. Nello stesso anno "Res Divinae, Humanae Res-Due uomini a trattar di donne", percorso iconico letterario sulla condizione femminile nel Medio Evo;e,insieme con altri autori"Erotico-Narrando" NoialtriEdizioni (Me)

Nel 2002 come vincitore di concorso, è inserito nella Antologia di poeti contemporanei, "Il Filo - I quaderni Letterari" Giuseppe Lastaria Editore. Subito pubblica in proprio l’Antologia "ArteNuova per la Pace" e la sua raccolta di poesie "Origini diverse" Edizioni Il Filo.

E inizia ad annoverare premi di Poesia tra i più importanti.

La poesia di Gavotti che prendiamo in esame oggi s’intitola

IL BOSCO

Pulviscolo e lance di sole,
tra le fronde,
macchie di luce sui dormienti prati,
umido e soffice, multicolore manto,
calpesto piano.
Dubbio sboccio di ciclamini a lato,
m'è compagna la quiete.
Sopra, carezze del vento,
sospiri dei rami,
sotto, cenni di sentieri,
ciottoli brinati, rivoli inquieti,
e le corse arrotolate,
delle foglie.

(Da «Il naufragar m’è dolce in questa radio» (Edizioni Il Filo)

Poesia inconsueta, descrittiva e narrativa insieme, che richiama a paesaggi fascinosi, intravisti in una sospensione magica e musicale della fantasia poetica. Il soggetto, lasciato nell'indeterminatezza e richiamato dalla presenza dei predicati e si muove in un'atmosfera di mito, dove ogni fatto, ogni rumore, ogni apparizione ha lo stupore del miracolo, ed è inutile cercare in questo paesaggio, in queste impressioni e sensazioni, un significato nascosto, un valore allusivo di determinate situazioni. Inutile e illegittimo; vale piuttosto una lettura che, tentando i vari momenti dell'invenzione poetica, ne colga l'arcana suggestione. Dal lato strettamente tecnico il mio primo sforzo è stato quello di ritrovare la naturalezza e la profondità e il ritmo nel senso d'ogni singola parola; ho ora cercato di trovare una coincidenza fra la metrica tradizionale e le necessità espressive.

Leggendo questi versi si ha la sensazione che il sole, filtrando tra i rami del bosco, faccia dei raggi archetti e dei rami violini che hanno preso in prestito da Mascagni "L’inno al Sole" dall’Iris.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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