6 aprile 1993
La relazione di Luciano Violante

La relazione di Luciano Violante, del Partito Democratico di Sinistra, presidente della commissione antimafia è approvata anche con il voto della DC. Si denunciano i collegamenti con la mafia di Salvo Lima (eurodeputato DC, leader della corrente andreottiana in Sicilia, è ucciso a Palermo dalla mafia. Secondo i giudici di Palermo l'esecuzione è avvenuta perché Lima non garantiva più alla mafia i collegamenti con i poteri politico e giudiziario), e del giudice Corrado Carnevale.Luciano Violante

Luciano Violante nasce a Dire Daua (Etiopia) il 25 settembre 1941. Si laurea in giurisprudenza a Bari nel 1963 ed entra in magistratura nel 1966. È giudice istruttore a Torino fino al 1977. Nel 1970 diventa libero docente di diritto penale presso l'Università di Torino. Dal 1974 al 1981 è professore incaricato di istituzioni di diritto pubblico presso la stessa università. Dal 1977 al 1979 lavora presso l'ufficio legislativo del Ministero di Grazia e Giustizia e si occupa prevalentemente della lotta contro il terrorismo. Nel 1983 vince la cattedra di istituzioni di diritto e procedura penale e si dimette dalla magistratura. Dal 1979 è deputato, prima nelle liste del PCI, partito al quale s’iscrive nello stesso anno, e poi nelle liste del PDS.

Dal 1980 al 1987 è responsabile per le politiche della giustizia del PCI, di cui diviene poi vicepresidente del gruppo parlamentare.Fa parte della Commissione d'inchiesta sul caso Moro, della Commissione Antimafia, del Comitato parlamentare per i servizi di sicurezza, della Commissione per la riforma del codice di procedura penale, della Commissione Giustizia e della Giunta per il Regolamento della Camera dei Deputati.

E' Presidente della Commissione Antimafia dal settembre 1992 al marzo 1994. Dal 1994 al 1996 è Vice Presidente della Camera dei Deputati.

Nella Tredicesima legislatura, il 10 maggio 1996, è eletto Presidente della Camera dei Deputati. Dal 2001 è Capogruppo alla camera dei Democratici di Sinistra. Nel 2000 ha pubblicato Le due libertà - Contributo per l'identità della sinistra.

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RICORDIAMOLI

RICCARDO CUOR DI LEONE

Riccardo Cuor di Leone (si ricorda con questo nome Riccardo I d’Inghilterra) nato a Oxford nel 1157 morto a Châlus, Limousin, nel 1199, fu re dal 1189 al 1199. Figlio di Enrico II Plantageneto e di Eleonora d'Aquitania, nel 1169 ricevette l'investitura del ducato d'Aquitania e, insieme al fratello Enrico il Giovane, duca di Normandia, si ribellò per due volte al padre; Enrico II riuscì in entrambi i casi a domare le rivolte e non punì i figli ribelli. Alla sua morte avvenuta nel 1189, Riccardo ereditò la corona inglese.

Sovrano dal forte temperamento, durante i dieci anni del suo regno fu a lungo assente dall'Inghilterra sia per dare attuazione a un’audace politica estera, sia per dedicarsi alle imprese militari. Inizialmente si alleò con Filippo II Augusto di Francia e con lui progettò anche una Crociata per riconquistare Gerusalemme, che dal 1187 era nuovamente in mano ai musulmani.

Partito per la Terrasanta nel 1191, durante il viaggio s’impadronì di Cipro, dove istituì un regno cristiano. In Palestina si distinse nella presa di San Giovanni d'Acri, ma, pur avendo sconfitto il Saladino a Giaffa e Ascalona, ma non riuscì a conquistare Gerusalemme e nel 1192 s'imbarcò per tornare in Inghilterra. Nel frattempo il fratello Giovanni Senza Terra cercava di usurpargli il trono con l'aiuto dello stesso Filippo II. Per non attraversare la Francia Riccardo sbarcò in Friuli.

Travestito da templare cercò di raggiungere la Germania, ma fu riconosciuto e arrestato dal duca Leopoldo d'Austria che lo consegnò all'imperatore Enrico VI, suo nemico. Nel 1194 liberato dietro il pagamento di un forte riscatto, tornò in Inghilterra, dove sventò l'ennesimo tentativo di usurpazione da parte di Giovanni Senza Terra. Riconciliatosi con il fratello, intraprese una lunga guerra in Francia contro Filippo II, che si concluse il 13 gennaio 1199, con la tregua di Vernon, ottenendo la restituzione di tutti i feudi francesi dei Plantageneti che Filippo II aveva occupato.

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IL FATTO

L'AMORE NELLA COMMEDIA

La commedia antica è essenzialmente politica. Con questo tuttavia non s’indica solo la satira politica in senso moderno, bensì la traduzione in termini comici di alcuni aspetti e di alcune caratteristiche intimamente legati alla vita del cittadino ateniese. Aristofane nacque ad Atene attorno al 450 avanti Cristo e esordì sulle scene giovanissimo come autore comico. Le sue prime due commedie, I Banchettanti e I Babilonesi, furono perciò rappresentate sotto il nome di Callistrato. La vena poetica e satirica del commediografo si esprimeva con straordinaria efficacia tanto su temi politici (con i suoi celebri attacchi a Cleone, uomo forte del partito democratico), quanto su quelli che avevano a che fare con la sfera privata dell'uomo ateniese. Delle sue quarantaquattro commedie ne restano solo undici: Acarnesi, Cavalieri, Nuvole,Vespe, Pace, Uccelli, Tesmoforiazuse, Rane, Ecclesiazuse, Pluto. Fu il più illustre dei commediografi e tra i temi a lui più cari c’è senza dubbio l’amore, o meglio l’incontro-scontro tra gli uomini e le donne del suo secolo, come possiamo leggere nella sua Lisistrata. E’ un genere letterario pullulante di giochi di parole, metafore, ricco di espressioni della lingua parlata e qualche volta, a prescindere dal linguaggio colorito, l’autore si concede espressioni elevate per mettere in parodia i toni solenni della tragedia. Ed eccovi una scena da:

"LISISTRATA" di Aristofane

Le donne Ateniesi e di Sparta escogitano un piano, ideato da Lisistrata, per far cessare la guerra tra Atene e Sparta: astenersi dai rapporti sessuali finché i mariti stipulino finalmente la pace. Alcune di esse finiscono col cedere al desiderio.

M -Ma dove lo vuoi fare?
C -Mi sembra che la grotta di Pan vada bene.
M - E come faccio a purificarmi per tornare all’acropoli?
C -Non c’è problema puoi lavarti alla clessidra.
M -E io dovrei mancare al mio giuramento?
C -Ricada sulla mia testa; non badare al giuramento.
M -Allora porterò qui un lettino
C -Ma no, ma no, va bene per terra.
M -Per Apollo, non sia mai detto che ti faccia coricare per terra, anche se sei quello che sei
C - E’ chiaro che mi vuole molto bene.
M -Su, coricati qua sopra presto. Io mi spoglio. Però bisogna prendere anche una stuoia.
C -Ma quale stuoia! Non la voglio.
M -Per Artemide, c’è da vergognarsi a farlo così, sulle cinghie.
C -Lasciati baciare.
M -Ecco.
C -Che bello! Torna subito!
M -Ecco la stuoia. Coricati, io mi spoglio. Oh dio, ma non hai nemmeno un cuscino!
C -Non ne ho nessun bisogno.
M -Ma io sì.
C -Comincio a pensare che questo cazzo farà la fine di Eracle e resterà a bocca asciutta.
M -Alzati. Ora c’è proprio tutto.
C -Tutto, tutto. Vieni qui, tesoro mio.
M -Devo togliermi il reggiseno. Ma ricordati: su quella faccenda della pace non ingannarmi.
C -Piuttosto morire!
M -Ma non hai una coperta.
C -Non ne ho bisogno, perdio, voglio fare l’amore.
M -Stai tranquillo che lo farai. Torno subito.
C -Mi farà morire con questa coperta!
M -Rizzati.
C - E’ già ritto lui, guarda.
M -Vuoi che ti profumi?
C -Per Apollo, no!
M -Per Afrodite, sì, che ti piaccia o no.
C -Che Zeus lo disperda, il profumo.
M -Qua la mano. Prendi e ungiti.
C -Per Apollo, questo profumo non è buono per niente: sa di ritardo, non d’amore.
M -Povera me, ho perso quello di Rodi!
C -Va bene, lascia andare, accidenti a te!
M -Vuoi scherzare?!
C -Possa venire un colpo a chi ha inventato i profumi!
M -Tieni questo arnese.
C -Ho già quest’altro. Maledizione, non portarmi più niente, e sdraiati!
M -Va bene, va bene. Ora mi tolgo le scarpe. Tu però ricordati di votare per la pace.
traduzione R. Cantarella

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LA POESIA DEL GIORNO

PORTAVO NEL CUORE (1)
Portavo nel cuore canti primaverili
nella mia casa cinguettavano uccelli
sempre festanti all’apparire del sole
io stesso mi lasciavo inondare
dai raggi, dall’amore e dal canto.
La casa non ha chiuso nelle mura
neanche l’eco di quei canti
neanche i sospiri di quell’amore
vissuto uno accanto all’altra
nella fame
nell’attesa
nel sorriso
nelle lacrime
nella gioia
nel dolore.
Le mura non rimbalzano nemmeno un ricordo
eppure è vivo il materasso sul nudo pavimento
e una voce di bimbo che ridendo dice:
«quanta felicità, quand’eravamo poveri!»
papà stava con noi e ridevamo gioiosi
davanti ad un piatto di carta che
conteneva un pollo di rosticceria.
Allora eravamo i più ricchi del mondo
ora, la povertà alberga nell’anima
e questo corpo tremolante e avvizzito
non ha il coraggio di guardarsi indietro.

Reno Bromuro (da Poesie nuove).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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