5 settembre 1661
L'arresto di Fouquet

Dopo la morte del cardinale Mazzarino, avvenuta nel marzo 1661, Nicolas Fouquet è il personaggio più potente del regno di Francia. Nel 1655 aveva occupato il posto di sovraintendente alle Finanze, e benché come amministratore generale fosse del tutto incapace a risolvere i problemi economici dello Stato, dimostrò molta più abilità a risolvere i propri. Fouquet aveva sempre goduto della protezione del cardinale Mazzarino e dal suo protettore aveva appreso l'arte di arricchirsi in modo scandaloso. S'era fatto costruire un bellissimo castello la cui decorazione fu affidata ai più celebri artisti francesi del tempo: Le Nótre, Poussin, Puget, Le Brun. Alla scomparsa di Mazzarino, il giovane re Luigi XIV decise di governare da solo. Fouquet temeva che gli venissero chiesti i conti e non ignorava che c'era alle sue dipendenze un funzionario, Colbert, che raccoglieva prove contro di lui. Decise allora di anticipare le mosse degli avversari e confessò al re tutte le sue colpe, poi per guadagnarsene i favori lo invitò nel suo castello e diede una sfarzosa festa in suo onore. Ma la manovra fallì. Luigi XIV rimase scandalizzato dall'esibizione di tanta ricchezza e potenza, e anziché perdonare decise di punire il suo ministro corrotto. Il 5 settembre 1661, il re affidò a d'Artagnan, il celebre moschettiere immortalato da Dumas, il compito d'arrestare Fouquet, che fu processato tre anni dopo, condannato e rinchiuso in una fortezza. Mori nel 1680.

1638: Nel castello di Saint-Germain-en-Laye nasce il futuro Luigi XIV.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1638: Nel castello di Saint-Germain-en-Laye nasce il futuro Luigi XIV.

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RICORDIAMOLI

LUIGI XIV

Luigi XIV detto il Grande o il Re Sole nacque a Saint-Germain-en-Laye il 5 settembre 1638 morì a Versailles nel 1715. Re dall'età di cinque anni sotto la reggenza della madre, regnò per settantadue anni.

Figlioccio di Mazzarino, ebbe in lui un altissimo maestro di politica. «Un ministro che mi amava, che amavo, che mi aveva reso grandi servigi» scrisse di lui, e fino a che visse Mazzarino il sovrano rimase in disparte. Dichiarato maggiorenne all'età di quattordici anni, quando imperversavano le due Fronde, Luigi XIV assunse le redini dello Stato nel 1661, con la famosa dichiarazione in cui affermava che da quel momento in avanti nulla si sarebbe fatto in Francia senza il suo consenso e senza i suoi ordini, sintetizzata nella frase «l'état c'est moi», che forse non pronunciò mai.

La Francia, che aveva tollerato Richelieu, il suo maggior statista, e odiato Mazzarino, il suo più abile diplomatico, si trovava ora di fronte ad un monarca assoluto che si accingeva a mettere in pratica gli ultimi consigli dello stesso Mazzarino: sostegno della Chiesa e dei privilegi, appoggio alla nobiltà, onore alla magistratura, da mantenere entro i limiti del dovere, assolutismo del re, soppressione della carica di primo ministro.

Uomo di media intelligenza, ma risoluto e di spirito analitico, non prese mai una decisione senza prima aver ascoltato i suoi consiglieri. Ebbe moltissime relazioni, fra cui quelle con le nipoti di Mazzarino, Olimpia e Maria, con M.me de La Vallière, con M.me de Montespan e con M.me de Maintenon, che sposò morganaticamente nel 1684, dopo la morte della regina.

Generò una dozzina di figli, che legittimò, così come insediò ufficialmente a corte le sue amanti.

Iniziò i lavori con l'équipe ministeriale che Mazzarino gli aveva preparato: Fouquet, Lionne, Le Tellier e instaurò la monarchia assoluta.

Nel 1661 la nascita del Delfino, due anni dopo il matrimonio con Maria Teresa, figlia di Filippo IV di Spagna, celebrato successivamente alla firma della Pace dei Pirenei, fu motivo di un celebre carosello e il re scelse com’emblema il Sole, considerandolo come l'immagine più viva e più bella di un grande monarca.

L'appellativo di Re Sole gli rimase per sempre.

Nel 1665 a Fouquet sostituì Colbert, come controllore generale delle Finanze, e a Le Tellier l'anno dopo succedette il figlio, il marchese di Louvois, come ministro della Guerra.

Il bisogno di grandezza gli suggerì di far costruire Versailles, contro il parere di Colbert.

La corte, cento persone o poco più, nel giro di vent'anni raccolse diecimila persone.

A Versailles accorsero artisti, poeti, scrittori, una fioritura che non ebbe altri esempi in futuro: Corneille, Racine, Molière, La Fontaine, M.me de Sévigné, M.me de la Fayette, Boileau, La Rochefoucauld, La Bruyère, Bourdaloue, Bossuet, Lulli; il re stesso manifestò, con tangibili appoggi a musicisti e ballerini, specie a Lulli, e con la personale partecipazione agli spettacoli allestiti a corte, il suo vivo interesse per la danza, segnatamente per il ballet de cour.

Artisti come Le Vau, Mansart, Le Brun, Coysevox, Le Notre costruirono e decorarono Parigi e la Francia.

Dal 1660 al 1670 nella sola Parigi furono eretti l'Osservatorio, il colonnato del Louvre, il Pont Royal, place Vendôme e vennero conclusi le Tuileries e i lungosenna.

Il re curò la politica interna con molta saggezza, ma con nessuna considerazione degli istituti parlamentari.

Gli Stati Generali dal 1641 non vennero più riuniti. Per la prima volta nel regno venne considerata l'importanza del bilancio di previsione e per la prima volta furono presi provvedimenti protezionistici in favore dell'agricoltura e dell'industria, specie con l'abolizione dei dazi; vennero ridotte le franchigie e i privilegi e istituiti i «grandi commessi», con funzione temporanea, non ereditaria, di controllo sull'amministrazione generale.

Tutti i provvedimenti economici furono naturalmente ispirati da Colbert, ma esaltati nel re che in sé vedeva rifulgere l'immagine dello Stato. E così come credeva nello splendore del regno, aveva fede nella grandiosità delle campagne militari.

Nella sua centralizzazione sentì il valore della Francia come un erede di Carlo Magno e si considerò difensore della fede come Costantino.

Per quarant'anni condusse una forte azione diplomatica che per i primi tempi continuò i successi della politica del padre, o piuttosto del suo ministro, ma più tardi, specie alla fine del regno, non subì che insuccessi.

Organizzato l'esercito e istituita la marina, volle diventare l'arbitro d'Europa, in un sogno egemonico che alla fine andò distrutto.

Con la guerra di Devoluzione occupò nel 1667-68 fortezze dei Paesi Bassi spagnoli.

Dopo la Pace di Aquisgrana nel 1668 la diplomazia francese isolò l'Olanda e nel 1672 Luigi XIV mosse contro quest'ultima. Ma una coalizione europea lo fece desistere da imprese di conquista ed egli nel 1678 firmò la Pace di Nimega, che significò la restituzione delle terre prese all'Olanda e la rinuncia alla politica protezionistica di Colbert.

Con la Pace di Rijswijk del 1697 cedette Pinerolo a Vittorio Amedeo II e tutte le terre conquistate, mentre Olanda e Inghilterra vedevano rafforzato il loro prestigio e la loro sfera di influenza.

Altrettanto negativa fu la campagna per la successione di Spagna, causata dalla morte di Carlo II che per testamento lasciava erede Filippo d'Angiò, secondogenito del delfino di Francia. Nella lotta con il papa la corte francese ne usciva disfatta. Del malcontento in Francia si fece portavoce Saint-Simon con l'acre condanna del sovrano nelle memorie manoscritte e per lungo tempo ignote.

Troppi lutti di famiglia avevano creato il vuoto intorno al grande re, che morì facendo un cerimoniale della sua stessa morte.

Bibliografia G. Mongrédien, Luigi XIV, Novara, 1989.

L’ANEDDOTO PERSONAGGI PADULESI «LUIGI SECONDO»Come tutte le mattine dopo aver scaricato la posta e letto qualche poesia (per fortuna ce n’è sempre qualcuna che mi solleva lo spirito), con la scusa di comprare il giornale faccio la passeggiatina di tre chilometri. Mentre stavo ritirando la copia del quotidiano già pagato, mi sono sentito prendere per la «collottola», una mano rugosa stringeva il mio collo e una voce forte e decisa ha gridato:

- Bene! Leggiamo il giornale dei signori, eh?

- Se «Il Mattino» è il giornale dei signori evidentemente lo sono. – Dico senza voltarmi.

- T sei dimenticato di quando morivamo di fame e camminavamo scalzi nella neve, con zoccoli di legno?

Visto che lo guardavo stralunato, mettendo la memoria a dura prova senza riuscire a ravvisare in quel vecchio rugoso, con una dentiera sfavillante, chi fosse ha detto con una maliconia nella voce che mi ha stretto il cuore: «sono Luigi secondo, non ti ricordi?»

- Luigi secondo! Sei ancora vivo, Dio che bello! – E l’ho abbracciato con affetto sincero. Quando partisti militare avevi circa venticinque anni più di me, quindi adesso ne hai novantacinque?

- I tuoi conti non tornano. Ne ho novantanove, fra qualche giorno suonerò il secolo, sono del 1902. E’ di prammatica per noi napoletani festeggiare un incontro con una buona tazzulella ‘e cafè, così siamo andati al Bar a pochi metri dall’edicola ed abbiamo ricordato il suo rimpatrio dal fronte per il congelamento di terzo grado ai piedi e della paura che aveva vissuto sul Don, quando credeva di morire anche lui come morivano italiani e tedeschi in piedi. Pensa, m’interrompe, se guardavi sulla distesa immensa di neve vedevi statue vestite in grigio verde.

- Da quanto tempo sei alla Rustica, ci abito da dodici anni e non ti ho mai incontrato

- Perché non mi permettevano di uscire. Stamattina ho scavalcato la finestra, abito al piano rialzato…

- Avresti potuto farti male.

- Stai tranquillo, non sono morto sul Don, non muoio più.

- Da quanto tempo sei a Roma?

- Dal 1950, ho abitato a Monteverde, poi mi mandarono a Monte Mario; conosci Monte Mario?

- Perché ti mandarono al manicomio?

- Pensavano ch’io fossi pazzo quando raccontavo delle statue vestite in grigioverde che facevano la guardia al fiume Don, in Russia.

Si sono fatte le undici, stavo scrivendogli il numero del mio telefono, per invitarlo a pranzo da me, mi avrebbe fatto piacere parlare ancora con lui e sapere del Manicomio, quando la voce tonante della… padrona di casa si leva sul vocio degli avventori:

- Tu, hai deciso di uccidermi, farmi morire con un infarto per non andare in galera. Sono quattro ore che sei uscito, non hai messo nemmeno il cerotto, che ne so io se stai bene o t’hanno portato all’obitorio. Mi sono grattato in… testa, ho salutato Luigi dandogli appuntamento al bar. Forse è meglio se mi dai il tuo indirizzo così ti vengo a prendere. Non lo ricordava. Mi auguro di ritrovarlo, domani e che mia moglie non muoia d’infarto per la paura che fosse venuto a me.

***

LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

8

Per la prima volta, stamattina, (1)
sono stato punito duramente:
non ho fatto i compiti assegnati.
Nel quaderno, invece, hanno trovato
un foglio scritto in fretta che diceva:
«Angela, ti prego, per favore;
non toccarmi la mano di nascosto
voglio imparare e non capisco niente.
Tra le righe del libro i tuoi begli occhi
brillano nel vuoto delle O;
il foglio del quaderno, troppo bianco,
è illuminato e abbaglia il tuo sorriso;
nel cucchiaio dell'olio di merluzzo
vedo il tuo volto bello più dall'alba
in un giorno pulito a primavera».

Sono rimasto due ore inginocchiato
sui ceci duri, dietro la lavagna.

A casa, mio padre, mi ha fatto la testa
piena di bitorzoli, a furia di cazzotti.


1) Scritta nell'aprile del 1939. Papà era ritornato, per una breve licenza, cosa che gli bastò per generare mio fratello Nino - nato il 26 gennaio 1940 - e farmi conoscere le sue mani.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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