5 marzo 1943
Sciopero alla Fiat di Mirafiori

Lo stabilimento della FIAT Mirafiore era stato inaugurato il 14 maggio 1939 alla presenza di Benito Mussolini, che è accolto con freddezza dalle maestranze.

Il 5 marzo 1943 gli operai, scendono in sciopero. L'agitazione è causata dalle difficili condizioni di vita delle città, poste sotto la costante pressione dei bombardamenti aerei e assillate da grossi problemi d’approvvigionamento di tutti i generi di prima necessità. La parola d'ordine è "pace e pane" (proprio come oggi. Il tempo sembra si sia fermato, con la differenza che oggi il grido non è per gli italiani, ma per altri uomini in pericolo, per il braccio di ferro di due dittatori, allora erano due alleati; Mussolini e Hitler, oggi sono opposti chi dei due vincerà? Chi ha sete di petrolio, o chi vuole sfamare e curare il suo popolo dalle malattie, pur essendo un sanguinario?), sono richieste indennità di sfollamento e di carovita. Le manifestazioni usciranno dal perimetro delle fabbriche e si diffonderanno in città: gli operai distribuiranno volantini nelle vie del centro di Torino. Si fermeranno i più importanti complessi industriali piemontesi e, a partire dal 23 marzo, la protesta interesserà la Pirelli, la Falck, la Ercole Marelli a Milano, estendendosi rapidamente in tutta la Lombardia. Alla fine d’aprile sarà riconosciuto un aumento salariale, ma al tempo stesso sarà avviata una vasta azione repressiva che porterà all'arresto di oltre duemila persone, per lo più lavoratori che avevano partecipato agli scioperi. Nelle fabbriche cominceranno a costituirsi cellule comuniste, che tenteranno di dare alle manifestazioni una valenza politica: è l’inizio della Resistenza!

Il 18 novembre 1943 gli operai della FIAT Mirafiori scendono nuovamente in sciopero. Ben presto la loro agitazione si estenderà agli impianti industriali e ai servizi del Piemonte, della Lombardia e della Liguria, protraendosi per tutto il mese di dicembre. La controparte non è più individuata negli industriali, ma nei tedeschi. Nel corso degli scioperi entreranno ripetutamente in azione i GAP (Gruppi d’Azione Patriottica).

Il 15 gennaio 1944, questa volta gli operai della FIAT scendono in sciopero per bloccare il minacciato trasferimento in Germania degli impianti dell'officina 17 destinati alla produzione di motori avio. La parola d'ordine è "né un uomo, né una macchina in Germania". Lungo tutto il corso dell'estate scioperi e agitazioni si susseguiranno un po' ovunque nelle regioni occupate dai nazisti: la Resistenza ha preso forma e organizzazione.

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RICORDIAMOLI

GIUSEPPE STALIN

Giuseppe Stalin è lo pseudonimo, il cui significato in russo è "uomo d'acciaio", del capo del partito e dello stato sovietico Josif Visarionovic Džugašvili nato a Gori, Tbilisi, nel 1879 morto a Mosca il 5 marzo 1953. Nato da una famiglia di umili condizioni sociali, il padre era ciabattino e la madre lavandaia, grazie ad una borsa di studio poté frequentare il seminario teologico ortodosso di Tbilisi.

Il contatto, però, con le idee e con l'ambiente dei deportati politici, così numerosi nella regione, gli fece conoscere il grado di ingiustizia e di degradazione in cui erano costrette a vivere le masse popolari sotto il regime zarista. Giuseppe StalinQuesto fatto impressionò subito il suo spirito insofferente e ribelle e lo spinse a impegnarsi in un'azione concreta per contribuire a modificare la situazione esistente. Entrato, così, nel movimento marxista clandestino di Tbilisi nel 1898, allora rappresentato dal Partito Socialdemocratico, lavorò per qualche tempo al locale osservatorio astronomico.

Ma soprattutto cominciò, da allora, un'intensa attività politica di propaganda e di preparazione insurrezionale, che lo portò ben presto a conoscere il rigore della polizia del regime. Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batum, dove però fu subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tbilisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, A proposito dei dissensi nel partito, divenne direttore del periodico Notiziario dei lavoratori caucasici e in Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tammerfors, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria. Passato a Baku, dove fu in prima linea nel corso degli scioperi del 1908, fu di nuovo arrestato e deportato in Siberia; riuscì a fuggire, ma fu ripreso e internato, siamo nel 1913, a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimase per quattro anni, fino al marzo del 1917.

Nei brevi periodi di attività clandestina, riuscì progressivamente a imporre la sua personalità e a emergere come dirigente di livello nazionale, tanto da essere chiamato da Lenin, nel 1912, a far parte del Comitato centrale del partito. Nello stesso anno contribuì a far rinascere a Pietroburgo la Pravda, mentre definiva, nel saggio Il marxismo e il problema nazionale, le sue posizioni teoriche, non sempre, però, in linea con quelle di Lenin, di cui non comprendeva la battaglia contro i deviazionisti, né la decisione di prender parte alle elezioni per la Duma. Tornato a Pietroburgo, nel frattempo ribattezzata Pietrogrado, subito dopo l'abbattimento dell'assolutismo zarista, insieme a Kamenev e a Murianov, assunse la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione rivoluzionaria contro i residui reazionari. Ma questa linea fu sconfessata dalle Tesi di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi Stalin, membro del comitato militare, non apparve in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entrò a far parte del nuovo governo provvisorio, Stalin e Leninil Consiglio dei commissari del popolo, con l'incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche.

A lui si deve l'elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia, che costituisce un documento fondamentale del principio di autonomia delle varie nazionalità nell'ambito del regime sovietico. Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin fu nominato, nell'aprile del 1918, plenipotenziario per i negoziati con l'Ucraina. Nella lotta contro i generali "bianchi", fu incaricato di occuparsi del fronte di Tsaritsyn e, successivamente, di quello degli Urali; in queste circostanze diede prova di grande coraggio, ma anche di notevole insensibilità e rozzezza nei rapporti umani e di eccessiva presunzione e schematismo nel valutare le vicende dello scontro tra le forze contrapposte.

Proprio questo sollevò le esplicite riserve di Lenin nei suoi confronti, manifestate nel testamento politico in cui accusava Stalin di anteporre le proprie ambizioni personali all'interesse generale del movimento. Nominato nel 1922 segretario generale del Comitato centrale, Stalin, unitosi a Zinovev e Kamenev, la famosa troika, seppe trasformare questa carica, di scarso rilievo all'origine, in un formidabile trampolino di lancio per affermare il suo potere personale all'interno del partito nel 1924, dopo la morte di Lenin. Fu allora che nel situazione di una Russia devastata dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati, diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppiò violento il dissidio con Trotzkij, ostile alla NEP e sostenitore dell'internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sosteneva invece che la "rivoluzione permanente" era una pura utopia e che la Russia doveva puntare alla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione, teoria del "socialismo in un Paese solo". Le tesi di Stalin trionfarono soltanto nel 1927, quando infine il Comitato centrale si schierò sulle posizioni staliniane isolando Trotzkij, con il quale, nel corso del dibattito, avevano finito per associarsi anche Kamenev e Zinovev.

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IL FATTO

Il problema dell'alfabetizzazione Dialetti e analfabetismo

Nel 1861, all'indomani dell'Unità, su circa venticinquemilioni di cittadini del Regno d'Italia meno di duecentomila padroneggiavano pienamente l'italiano; a questi andavano aggiunti circa quattrocentomila toscani e duecentomila romani, le cui parlate locali erano abbastanza vicine alla lingua italiana codificata. Gli italofoni rappresentavano quindi una esigua minoranza della popolazione:tutti gli altri parlavano nei diversi dialetti. La lingua italiana, e fiorentina in particolare, era fin dal 1300 la lingua letteraria, celebrata dai poeti e dagli intellettuali, ma paradossalmente non era usata se non da cerchie ristrette: le vicende storiche del paese, frammentato per secoli in entità statuali diverse e tra loro scarsamente collegate, avevano favorito, sul piano linguistico, il sorgere e il prosperare di una selva di dialetti molto diversi gli uni dagli altri. Inoltre, al momento dell'unificazione, quasi l'ottanta per cento degli italiani era analfabeta, perciò non era mai venuto a contatto con l'uso dell'italiano.

Si pose dunque con forza il duplice problema dell'alfabetizzazione e dell'unificazione linguistica del Paese. Esso costituiva parte integrante della questione nazionale, giacché le barriere linguistiche rappresentavano uno dei tanti ostacoli all'unificazione culturale e sociale del Paese. Il problema fu diversamente affrontato, dal punto di vista teorico, da molti studiosi. Alessandro Manzoni propose di individuare nel fiorentino parlato un modello unitario efficace e prestigioso, da estendere a tutta l'Italia, sacrificando i dialetti: a questa concezione, che aveva trovato esemplare espressione nei Promessi sposi, si sarebbero uniformati per un certo tempo la scuola, i libri di testo, i vocabolari. Giosué Carducci propose invece una soluzione classicistica e aristocratica, fondata sull'utilizzazione della lingua letteraria cinquecentesca. Ma la questione fu risolta, sul piano teorico, da Graziadio Isaia Ascoli, grande studioso di linguistica e di dialettologia, il quale chiarì con i suoi studi che l'unità linguistica non poteva essere perseguita imponendo dall'alto un modello astratto e rigido, bensì sarebbe stato il risultato di un lungo processo di diffusione della cultura a livello nazionale e di costruzione concreta della lingua parlata.

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LA POESIA DEL GIORNO

DANZAVA L’AMORE

Amore, che meraviglia! Sono un libero canto
in un cielo libero, solcato solo da noi Gabbiani
felici di cabrare e volteggiare
cadere, rialzare,
ricadere e volare
fianco a fianco come nuvole vere;
non cirri che stringono vento e bufera
ma alianti bianchissimi in un cielo
azzurrissimo che illumina il mondo.
Danzava l'amore
sul nudo pavimento
quando poveri amanti
passavamo ore a guardare
Socrate sopra una nuvola
mentre Aristofane rideva.
Solo due Gabbiani volano.

Reno Bromuro (da «Poesie nuove»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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