4 marzo 1952
Il processo contro Pia Bellentani
ha inizio a Como

Il processo contro Pia Bellentani ha inizio a Como. Il caso della contessa, accusata di aver ucciso il proprio amante nel settembre 1949, aveva suscitato un grandissimo interesse, come conferma la partecipazione di un numeroso pubblico al dibattimento. La contessa Bellentani sarà condannata a dieci anni di reclusione per omicidio volontario.

Chi è la contessa Bellentani e perché ha ucciso? In breve la storia di un delitto che resta avvolto nel mistero. Ha ucciso per amore o per altri motivi? Il suo era amore vero o intrigo di volgare natura? Villa d'Este

Il delitto di Villa d'Este ha risvegliato nei lettori di giornali una morbosa avidità di particolari, un’insaziabile curiosità che non s’appaga con i comunicati ufficiali od ufficiosi.

Chi segue la cronaca nera n’aveva abbastanza di grassazioni alla periferia, di triangoli della morte, di svaligiamenti di banche, d’ignobili fatti nascosti al sole. Il lago di Como, ha riaperto improvvisamente i battenti, con una compagnia di grido, con un programma d'eccezione. Si costata che, dal punto di vista estetico, un delitto più allettante di questo sarebbe difficile trovarlo. Esso possiede tutto. La protagonista del dramma è anzitutto una bella ed elegante donna: la contessa Pia Bellentani, con i suoi 32 anni, e nel pieno della vita: è l'Amante interessante sotto diversi aspetti.

La vittima, nella morte è elevata; persino quel suo ultimo e probabilmente involontario ghigno di cui tutti i testimoni hanno parlato e che la foto del cadavere lascia ancora intravedere, gli conferisce una lieve patina satanica che certo lascia molto pensare. Anche se il poveretto ha pagato con la morte quel suo abituale cinismo.

Era l'uomo che quando l'amica nel suo sogno, tentava di portare la conversazione intima su quesiti astratti o sentimentali, rispondeva, senza dubbio convinto d’essere molto spiritoso: parliamo piuttosto di pasta asciutta che almeno la comprendono tutti. Fra l'altro tutti gli elementi fotografici che si possiedono di lui, antichi e recenti, ce lo raffigurano tanto di giorno che di sera, corredato da un paio d’occhiali neri: due dischi di vetro affumicato che impediscono nel modo più assoluto di conoscere il suo sguardo. Quale espressione naturale nascondevano? Ghignarono anche gli occhi come ghignò la bocca al momento della morte?

Il dubbio che la contessa abbia ucciso in un impeto d’ira dovuto a lunghe e successive umiliazioni concretatesi quella sera in un improvviso atteggiamento insultante del Sacchi, oppure si tratta d'un delitto premeditato, non ha per ora grande interesse: è un problema assai più giuridico che umano, soprattutto ai fini della condanna. Le voci che circolano negli ambienti del lago tendono piuttosto a questa seconda versione.

Pensando alla contessina in prigione, ci si limita a sostenere che fra lei e il Sacchi non correvano che rapporti confessabilissimi, che si trattava, d'una relazione sentimentale.Un tale fatto non ha mai rappresentato una contraddizione, ma quel che è certo è che egli era uomo di pochi scrupoli in materia sessuale e possedeva nel campo amoroso della sua vita la stessa natura prontamente realizzatrice che lo guidava negli affari. Sembra che la contessa abbia anche tentato il suicidio dopo il delitto, se ciò fosse provato, e che il mancato suicidio fosse dovuto ad un inceppo della pistola, la difesa della contessa potrebbe segnare un punto a suo favore. Del resto a Como, per i più, la versione del tentato suicidio non si discute: è acquisita. Se si tratta di un delitto di vero amore non inquinato per nulla da questioni d’interessi come alcuni hanno creduto di poter adombrare, è certo che la figura morale della contessa Bellentani ne usciva se non glorificata, almeno molto ingentilita, qualunque fosse stata la condanna che l'attendeva. Ma è possibile che lo sboccio e lo svolgimento di un amore di questo tono e di questa altezza poetica abbia avuto luogo nell'ambiente in cui vivevano ed evolvevano giornalmente, gli attori del dramma?

Al manicomio criminale di Aversa, vicino alle tenebrose invocazioni della saponificatrice di Correggio e sotto il penetrante sguardo degli psichiatri, Pia Bellentani fa un passo innanzi sul doloroso cammino dell’espiazione e del pentimento, forse della salvezza.

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RICORDIAMOLI

ANTONIO VIVALDI

Antonio Vivaldi nacque a Venezia nel 1678 si spense a Vienna nel 1741. Figlio di Giovan Battista, violinista della cappella di San Marco, studiò nella città natale, sembra con Giovanni Legrenzi;nel 1703 fu ordinato sacerdote, certo più per convenienza sociale che per vocazione, e che chiese quasi subito una dispensa dal celebrare messa, adducendo ragioni di salute. Antonio VivaldiNello stesso anno entrò come insegnante di violino all'Ospedale della Pietà, uno dei quattro conservatori veneziani nei quali fanciulle orfane o bisognose erano avviate alla musica; qui rimase con varie mansioni, tra cui quella di maestro di cappella, sino al 1740, con varie interruzioni legate alla sua professione di virtuoso di violino e, soprattutto, di compositore di melodrammi. Questa attività, sovente considerata di secondo piano, fu invece l'occupazione principale di Vivaldi, che, sovente impresario di se stesso, trovò in questa direzione una fonte di guadagno e l'esplicazione di una disposizione fantastica naturalmente atteggiata secondo una prospettiva drammatica. Sovente ospite dei maggiori centri teatrali italiani, Vivaldi fu spesso anche all'estero, Praga, Vienna, Amsterdam; e all'estero lo colse la morte, in un momento in cui a Venezia lo si considerava ormai un compositore non più attuale.

La riscoperta di Vivaldi risale alla fine dell'800 e fu sollecitata dalla musicologia tedesca che indagava sul peso determinante che la sua opera strumentale ebbe su Johann Sebastian Bach; ma solo dopo il 1945, grazie alla pubblicazione delle opere strumentali, di buona parte di quelle religiose e di qualche rappresentazione della produzione melodrammatica, ci si rese conto della sua singolare importanza nella civiltà musicale europea del primo '700. Solo una parte modesta della produzione vivaldiana vide le stampe durante la vita dell'autore, la maggioranza fu edita ad Amsterdam: Nove raccolte di concerti, L'estro armonico, La stravaganza, Il cimento dell'armonia e dell'invenzione, La cetra. Il resto delle opere edite include sonate da camera per uno o due violini e basso, e per violoncello. Dubbia è l'attribuzione delle sonate, Il pastor fido, per diversi strumenti melodici e basso continuo. Ma accanto agli Ottantaquattro concerti e alle quarantadue sonate date alle stampe, esiste un vastissimo corpus di composizioni pervenute manoscritte: circa trecentoventi concerti, per violino, per violoncello, per viola d'amore, per mandolino, per flauto, per oboe, per fagotto, per tromba, per corno, per complesso d'archi, per complessi vari di archi e fiati, trentuno sonate e un numero imprecisato di cantate. Non definitivamente determinato è anche il numero dei melodrammi composti o riadattati da Vivaldi: le più recenti ricerche lo fanno ammontare a una cinquantina. A queste composizioni occorre aggiungere la serenata La Sena festeggiante, l'oratorio Juditha triumphans e una vasta produzione religiosa, comprendente una sessantina di composizioni tra parti di messa, salmi, due Beatus vir, due Dixit Dominus, un Nisi Dominus, tre Laudate Pueri, un Laetatus sum, due Magnificat e altre pagine, due Salve Regina, lo Stabat Mater, vari mottetti ecc.

Carattere distintivo della produzione strumentale di Vivaldi è il rifiuto di ogni concezione astrattamente architettonica, in favore di uno stile aperto alle suggestioni di una disposizione soggettiva, ora drammatica, ora lirica. Questo atteggiamento di fondo, che distingue l'esperienza vivaldiana dall'oggettivismo classicheggiante di Arcangelo Corelli si accompagna a un senso acutissimo dei valori timbrici, che sembrano spesso porsi come perno del discorso compositivo. Questi dati si collocano in una poetica allineata con le esigenze di chiarezza, di ordine e di semplicità della contemporanea Arcadia letteraria; con, in più, un gusto naturalistico, che emerge in particolare nelle numerose composizioni "a programma": dalle celebri Quattro stagioni, comprese nel Cimento dell'armonia e dell'invenzione, a La tempesta di mare, La notte, L'inquietudine, La Caccia ecc.

Notevoli sono la produzione melodrammatica, nella quale spiccano arie ed episodi strumentali di squisita fattura, e la produzione, che si impone per la varietà delle soluzioni stilistiche, che spaziano dalla riproposta della più complessa scrittura contrappuntistica negli episodi corali all'uso solenne dello stile concertato, al canto solistico e virtuosistico, e per la forza della sua significazione espressiva. Per quanto riguarda la produzione teatrale, si segnalano Arsilda, regina di Ponto, Teuzzone, La verità in cimento, Il Giustino, L'Orlando furioso, La fida ninfa, L'Olimpiade e Griselda.

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IL FATTO

IL GIURAMENTO DI STRASBURGO

Le prime esperienze in lingua italiana si estendono in tutta Europa, ed è così che si cominciano a trovare citati dei nomi di luogo come Lunata, Guamo, VicoFigline, e nomi di persona o soprannomi che sono ormai italiani, come Aldo, a Siena, nel 730; Baroncello a Lucca, nel 754; Piperello a Chiusi, nel 765; e moltissimi altri. Un nome come Aldo, per esempio, era di origine longobarda, e dopo il 774 in Italia si diffuse anche la moda dei nomi di origine franca, come Carlo o Alberto.

Ma il primo testo esteso e intenzionalmente riportato in volgare italiano ha una data, il 960. La nostra lingua sorella, il francese, aveva invece dato segni di vita assai prima, comparendo per la prima volta in un’attestazione scritta nell’842, per la precisione il 14 febbraio. Si tratta del famoso Giuramento di Strasburgo, un luogo di incontro già allora predestinato per l’Europa, dove oggi ha sede il Parlamento europeo, che è un testo particolare perché bilingue: francese/ tedesco, un testo che contiene la formulazione degli accordi con cui i nipoti di Carlomagno si alleano, giurando ciascuno nella lingua dell’altro. Carlo il Calvo, infatti, sovrano della porzione francese dell’Impero carolingio, pronuncia in tedesco le formule di giuramento per farsi intendere dalle truppe del fratello Ludovico il Germanico, sovrano della parte orientale e tedesca dei domini franchi; mentre Ludovico giura in francese perché lo capiscano le truppe di Carlo. E, alleandosi con Carlo ai danni del terzo fratello Lotario, pronuncia il fatidico "Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d’ist dì in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo…". Piuttosto lontano dal francese attuale, si dirà; eppure il linguaggio di questa formula è il suo diretto antenato, una forma di francese antico, a sua volta nata dalle ceneri del latino parlato in Gallia, quel latino rustico e provinciale allontanatosi sempre più col tempo dalla lingua scritta dei dotti e della Chiesa.

Questo testo bilingue lo conosciamo tramite il cronista Nitardo, che lo riporta nella sua Storia; e possiamo fidarci di lui, che sapeva bene quel che diceva perché era addentro alle cose, perché cugino di Carlo il Calvo, e forse anche testimone oculare degli accordi strasburghesi fra i due fratelli.

Quasi cinque secoli di lenta e sotterranea evoluzione, prima che emergessero le parlate neolatine, e giungessero infine a conquistare un posto sulla pagina scritta, su una pergamena stilata e ricopiata da qualche oscuro scriba. Il quale per giunta si sarà sentito pure un po’ a disagio, inizialmente, a dare corpo in inchiostro, in lettere, in parole, in un’ortografia ancora tutta da inventare, a quella lingua popolare che si era ormai differenziata e distaccata dalla matrice latina, e che dalla bocca del volgo cominciava ad avere accesso addirittura alla scrittura. Ormai, tra il Nono e Decimo secolo, i nuovi volgari neolatini acquistano cittadinanza sulla pagina scritta accanto al latino. Da questi faticosi inizi prenderanno poi la via per un lungo viaggio, che li porterà presto a raggiungere dignità letteraria e gloria poetica. In Francia ritmi e sequenze in metrica nuova, ad esempio la Sequenza di Sant’Eulalia, dell’882, che inizia coi versi "Buona pulcella fut Eulalia, bel auret corps, bellezour anima…", quindi l’epica delle Canzoni di gesta, e poi la poesia lirica, i meravigliosi romanzi cortesi in versi, il ciclo del Graal e della Tavola Rotonda. In Italia sarà creata la forma poetica del sonetto in endecasillabi, destinata a immensa fortuna, e si avrà infine la fioritura dello Stilnovo.

E la parte tedesca del Giuramento di Strasburgo, pronunciata da Carlo il Calvo? Questa è ancora un’altra storia. Le lingue di coloro che un tempo erano stati i barbari Germani, che all’epoca dell’Impero Romano abitavano di là dal Reno e dal Danubio, erano state messe per iscritto addirittura prima delle lingue neolatine. È una storia meno nota e per certi versi sorprendente, che merita un racconto a parte.

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LA POESIA DEL GIORNO

I FARI DEL TRENO

La luce dei fari mi giunge
nella nebbia del mattino
mentre un sole sincero
va colorando l'aria di rosa.
E' passata la notte!
Un nuovo giorno viene
un altro giorno amore.
S'arrossano il cielo e il mare
mi perdo in quel rosso fuoco
del tramonto nel ricordo di te.
Il lampo dei fari ritorna
nella notte nera e nebbiosa:
è il treno che te conduce
per l'infinito spazio del cuore.

Reno Bromuro (da «Nuove poesie»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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