4 febbraio 1874
La Camera respinge il progetto di legge
sull'istruzione elementare obbligatoria

La Camera respinge con 140 voti contro 107 il progetto di legge sull'istruzione elementare obbligatoria, dopo che tra molte discussioni erano già stati approvati tutti i singoli articoli. In seguito al voto si dimette il ministro della pubblica istruzione Antonio Scialoja. Il portafoglio è assunto ad interim dal ministro degli interni Girolamo Cantelli.

Il 27 settembre sarà nominato ministro della pubblica istruzione Ruggero Bonghi. uomo politico e letterato italiano,nato a Napoli nel 1826 e morto a Torre del Greco nel 1895. Cadute le speranze in una lega italiana con l'allocuzione di Pio IX ai cardinali il 29 aprile 1848, si rifugiò in Piemonte dove conobbe Rosmini e Manzoni. Dedito ad una multiforme attività culturale, collaboratore di giornali, brillante conferenziere, autore di opere filosofiche, storiche e letterarie, nel 1859 ebbe da Cavour la cattedra di filosofia che aveva invece rifiutato dall'Austria. Deputato dal 1860 al 1892, professore in varie università Milano, Roma, Firenze, direttore della Perseveranza dal 1866, fondatore della Cultura, collaboratore della Nuova Antologia e del Politecnico, fu certamente uno dei maggiori pubblicisti e parlamentari della destra dopo l'unificazione.

Relatore di maggioranza del disegno di Legge delle Guarentigie nel 1871, fu successivamente ministro della Pubblica Istruzione e in tale qualità promosse numerose e importanti riforme e fondò a Roma la Biblioteca Vittorio Emanuele. Verso la fine della sua vita fu attento anche ai nuovi fermenti del mondo operaio e si volse allo studio del socialismo, ma con una certa superficialità e incertezza. Tra le sue opere si ricordano: I ritratti contemporanei, Le Stresiane pubblicate postume nel 1897 e il volume Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia nel 1856, al quale è pressoché interamente legata la sua fama di scrittore. Merito indiscusso del libro è quello di aver contribuito a gettare il discredito sul linguaggio accademico e paludato dei letterati italiani.

Bibliografia E. Savino, Ruggero Bonghi letterato, Lecce, 1940; G. Acocella, Dall'arte della politica

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RICORDIAMOLI

ERNESTO MUROLO

Ernesto Murolo poeta dialettale e commediografo nacque a Napoli nel 1876 si spense a Napoli nel 1939. Ernesto MuroloDopo essersi dedicato al giornalismo umoristico, scrisse numerose canzoni dialettali Canzonette napoletane, Canta Posillipo, Matenate, Poesie, postumo nel 1942, che richiamano la lezione di Salvatore Di Giacomo nell'alternarsi di un'accesa sensualità con una crepuscolare malinconia. Per il teatro d'arte napoletano scrisse commedie ricche di colore locale: Signorine, Addio, mia bella Napoli, O Giovannino o la morte, Calamita.

Quale paroliere in vernacolo acquisì una vasta popolarità dando a compositori come Tagliaferri i testi di alcune fra le più note e nostalgiche canzoni napoletane Pusilleco addiruso; Napule ca se ne va, Piscatore 'e Pusilleco, Tarantella internazionale. Ma soprattutto per lui esisteva il colore: il rosa delle casarelle il verde dei pergolati d'uva, il verde dei melloni appesi, il giallo dei canarini in gabbia. Percorrendo i soliti paesaggi, Ernesto Murolo riesce ad essere poeta singolare per intensità e timbro.

Si potrebbe azzardare che la sua è rimasta alla frontiera tra due Napoli: "quella perduta delle scampagnate e degli amori, dolce come il profilo della collina di Posillipo, e quella amara e più lontana dal mare, che stava perdendo orti e giardini per avviarsi al destino di metropoli. Don Ernesto sceglie la prima, con nostalgia gioiosa e leggera.

E nato da un'agiata famiglia di commercianti, il padre Vincenzo, madre Maria Palumbo del quartiere Montecalvario; i soldi scorrono. Interrotti gli studi di legge, entra nella redazione del "Pungolo". Pubblica a puntate 'A storia 'e Roma, in rima. In una lettera Ferdinando Russo la definisce "un bei cespo di fiori, fra tante erbe inutili".

Elegante, slanciato, profumato, Ernesto Murolo colleziona donne generose e nuovi amici. Tra questi c'è Libero Bovio, enorme, trasandato nell'abbigliamento, ed è un bei gioco di contrasti.

Alla diciottenne cantante Silvia Coruzzolo, ex bambina prodigio, Murolo e Rodolfo Falvo destinano nel 1907 Tarantelluccia, piena di grazia e resistente al tempo.

Lascia il giornalismo e sposa la venticinquenne Lia Cavalli, figlia di un pittore toscano. Avranno sette figli, il penultimo, Roberto, sarà cantautore-chitarrista famoso.

Suspiro mio vieneme a dì che ffà,

penza 'e fa pace o ponza 'e me lassa?

La Galleria Umberto I parla. Le mura raccontano cose che le ricorda solo chi sa ascoltare; un giorno sentii per caso questo aneddoto: era domenica, donna Lia era in cucina per preparare il pranzo, "steve facenne ‘o raù" Ernesto la chiamò con una voce languida ed Elle accorse: sapeva che cosa volesse il marito.

- Liùzzé è nata, finalmente è nata!

- … e fammella sentì!

Giunto ai versi Suspiro mio vieneme a dì che ffà, penza 'e fa pace o ponza 'e me lassa?

Lia si buttò tra le sue braccia dimentica di tutto, quando improvvisamente sentirono un odore di bruciato…

- U Madonna, me so’ scurdate ‘o rraù ‘ncopp’o fuoco!

- E noiue ‘nce ne jammo a Pusilleco!

Mentre la carrozzella saliva verso Pusilleco, Ernesto iniziò a canticchiare a mezza voce_

Ah! LI'ammore che ffa fa'!

E I’ammore è 'na bannera,

'na bannera ch'è liggiera,

cagna viento e 'a fa' vutà...

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IL FATTO

IL RINASCIMENTO

Il Rinascimento si manifesta nella poesia come tendenza a rappresentare un mondo idilliaco e fantastico. Il contenuto è tratto dalla tradizione cavalleresca, classica, petrarchesca o è, spesso, pura favola o materia nelle mani del creatore che se ne serve non per fuggire la realtà, bensì per renderla degna di diventare poesia, colorandola di sogno. Ed è con Ludovico Ariosto che, questo spirito rinascimentale, trova la sua più alta espressione. Nella giovinezza scrisse liriche prevalentemente amorose in latino e in volgare, improntate ad una calda sensualità che mostra l’assimilazione dei poeti erotici latini. Le commedie Cassaria, prima commedia regolare italiana, del 1508; Suppositi, del 1509; Negromante, del 1520; Lena, del 1529; I studenti, rimasta incompiuta e conclusa dal fratello Gabriele con il titolo La scolastica, pur riprendendo i temi della commedia plautina e terenziana, rivelano un gusto tutto ariostesco dell’intrigo che avrà il suo sviluppo nell’Orlando Furioso. Le sette Satire in terza rima, scritte tra il 1517 e il 1524 e pubblicate postume nel 1534, pur seguendo il modello del sermone e dell’epistola oraziana, sono dettate da un risentimento morale che si nasconde dietro un’apparente bonarietà e si purifica nella favola. L’Orlando Furioso, la prima edizione fu stampata a Venezia nel 1516, in 40 canti; la seconda a Ferrara nel 1521, ancora in 40 canti con revisione della lingua e dello stile secondo i moduli del toscano letterario; del 1532 è l’edizione definitiva di Ferrara in 46 canti; i cinque canti pubblicati postumi erano stati rifiutati dal poeta, è la massima espressione del Rinascimento sia per lo stile sia per la sostanza stessa dell’ispirazione, che traduce in arte la visione armoniosa ed equilibrata della realtà, propria dell’età rinascimentale. Impegno realistico e piacevole abbandono al sogno fantastico costituiscono la magia del Furioso: l’ironia è il mezzo di cui si serve Ariosto per equilibrare realtà e fantasia.

Se Ariosto può ritenersi il massimo esponente della poesia rinascimentale, Niccolò Machiavelli può senz’altro essere considerato il fondatore del moderno pensiero politico, alla cui formazione contribuisce la concreta esperienza personale dei pubblici affari. Ritiratosi in un esilio volontario a San Casciano presso Firenze, dopo il ritorno dei Medici, egli compone le sue maggiori opere politiche e letterarie: i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Il Principe, i dialoghi Dell’arte della guerra, le Istorie fiorentine e la Mandragola, una delle più belle commedie del Cinquecento. Per primo il Machiavelli considerò la politica come una scienza distinta dalla morale ed autonoma rispetto ad essa; la politica è dominio dell’uomo, il quale per organizzarsi in Stato e società deve saper tempestivamente individuare e dirigere ai suoi fini il corso delle forze morali, civili ed economiche. Anche Francesco Guicciardini muove dal senso del concreto e considera l’uomo motore della storia, ma ritiene impossibile dedurre dalla storia schemi teorici, prevederne il corso e intenderlo fuori del concreto agire e reagire delle passioni dei singoli. L’unica virtù dell’uomo consiste nel saper trarre profitto dalle circostanze che si verificano di volta in volta. Il Guicciardini non si preoccupò di pubblicare in vita le sue opere; dopo la sua morte furono conosciute la Storia d’Italia e una parte dei Ricordi politici e civili, ma solo nell’Ottocento fu pubblicata la maggior parte della produzione guicciardiniana, tra cui le Storie Fiorentine e le Considerazioni intorno ai "Discorsi" del Machiavelli.

Alla fervida fantasia di Ariosto, al realismo politico di Machiavelli e Guicciardini fanno da contrappunto le controversie e dispute sulla ricerca del tipo di lingua valida per tutti gli scrittori italiani. Colui che, affrontata la questione, propone una soluzione che rimarrà valida per quasi tre secoli è Pietro Bembo. Nelle Prose della volgare lingua egli sostiene che la lingua letteraria deve essere il fiorentino dei grandi del Trecento: Dante e Petrarca per la poesia, Boccaccio per la prosa. Egli stesso con le Rime dà l’avvio all’imitazione, mai solo puramente formale, di Petrarca che caratterizzerà tutto il secolo. Il resto della produzione letteraria del Cinquecento si esplica nel quadro dei generi: tra i novellisti vanno ricordati Anton Francesco Grazzini, detto il Lasca, e Matteo Bandello, testimone e pittore, nelle sue Novelle, di fatti, uomini e costumi del tempo; nel quadro della prosa morale, di particolare rilievo è la figura di Baldassar Castiglione, il quale nel Cortegiano si propone di illustrare il tipo del perfetto gentiluomo di corte; sullo stesso piano è da collocare il Galateo di Giovanni Della Casa. Ma il più moderno e il più profondo dei moralisti cinquecenteschi è il fiorentino Giambattista Gelli.
Lontano da qualsiasi tipo di cultura ufficiale si pone la figura di Pietro Aretino, la cui produzione letteraria può essere considerata una delle più originali del secolo per il suo spirito antiaccademico. Vicino allo spirito dell’Aretino, ma assai più povero di lui,fu Francesco Berni mentre un irregolare, nel quadro della poetica cinquecentesca, fu Teofilo Folengo, la cui opera maggiore è il Baldus, poema in latino maccheronico. Per il gusto vivacemente antiaccademico si può accostare agli esempi maggiori dell’Aretino e del Folengo la Vita di Benvenuto Cellini.

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LA POESIA DEL GIORNO

MI DANZANO ANCORA NEGLI OCCHI

Mi danzano ancora negli occhi
miriadi di luci e di colori: canto d'amore
che sgretola mattonelle inquadrate
divelle alte mura incolonnate
per ascoltare, nel calore, le Valchirie
e avere sempre nell'anima la forza del Reno
spaziare nell'Universo cogliendo la vita
nel vuoto senza fondo, in una mela azzurra:
peccato originale da annullare.
Una musica calda si espande:
racconto d'amore. Vedo note
confondersi coi colori della vita
per abbattere solitudine incolmabile
dell'incomprensione umana. Ma c'è l'amore
fulcro invincibile che dipinge ponti rossi
- a forma di cornetta telefonica -
ragnatele che difendono le idee
mondi diversi, dove una scarpetta rossa
è pronta a fare il primo passo verso la Pace.
In questo grande quadro
ce n'è un altro più bello
non dipinto, dove ogni giorno
una pennellata aggiunge nuovo colore
per una mela non ancora svelata.

Reno Bromuro (da Poesie sparse)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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