3 ottobre 1858
Eleonora Duse

II 3 ottobre 1858 nasceva in casa Duse, a Vigevano, una bambina che venne chiamata Eleonora.

Suo padre era un attore ed era più che naturale che la bambina dimostrasse assai presto una grande attitudine per il teatro.

Cominciò a calcare le scene e nel 1862, nel ruolo di Cosetta, da "I Miserabili" di Hugo. Nel 1879, a vent'anni, Eleonora era già celebre. La sua bellezza e il suo talento, che andavano affermandosi sempre più, le procuravano un successo che ben presto varcò le frontiere.

La Duse si esibì in Spagna, in America, in Austria, in Germania, in Russia e infine, nel 1897, a Parigi. Fu un vero trionfo: l'attrice era celebre nel mondo intero; la sua voce meravigliosa entusiasmava il pubblico

Nel 1887 inizia un sodalizio con Arrigo Boito e fu fedele a Boito per molti anni, legata dall’Antonio e Cleopatra che Boito aveva tradotto per lei. Vorrei tanto farvi conoscere il carteggio epistolare della Duse con Boito e chissà che parlando di della storia della poesia non venga fuori qualche lettera.

La tenera amicizia con Gabriele D'Annunzio, il più celebre scrittore italiano del tempo, contribuì ad accrescere il suo prestigio agli occhi del pubblico, sempre tenero e comprensivo quando c'è di mezzo il cuore.

La rottura del legame, avvenuta nel 1909, arrivò come un fulmine a ciel sereno, lasciando costernati migliaia d’ignoti ammiratori. La Duse, come ormai tutti la chiamavano, uscì distrutta da questa esperienza; aveva perso perfino il suo amore per il teatro.

Abbandonò le scene, ritornandovi soltanto nel 1921, tre anni prima della sua morte, avvenuta il 20 aprile 1924 a Pittsburgh, negli Stati Uniti.

Solo il cinema avrebbe potuto conservarci l'arte e il volto di questa grande attrice, ma la Duse girò soltanto un film, Cenere, nel 1916. Non soddisfatta del risultato, chiese e ottenne che il film fosse ritirato dalla circolazione e non rimise più piede in uno studio, perdendo cosi ogni possibilità di essere conosciuta dai posteri, immortalata dalla magia della settima arte.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1807: L'americano Fulton fa navigare sull'Hudson un battello a vapore, il Clermont, con il quale stabilisce il servizio postale tra New York e Albany.

1942: Primo lancio riuscito del razzo tedesco V-2.

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RICORDIAMOLI

D’ANNUNZIO E BOITO

Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863, morì a Gardone Riviera il 1 marzo 1938.

Condusse vita fastosa e brillante nei salotti romani e nella villa della Capponcina presso Settignano, dove visse un amore con Eleonora Duse. Partecipò alla vita politica, schierandosi nel 1915 con gli interventisti; a Quarto, pronunciò un infiammato discorso per l'intervento, e prendendo parte alla guerra, poi, anche con imprese audaci e clamorose come la beffa di Buccari e il volo su Vienna.

Nel 1919 marciò con i legionari su Ronchi e occupò Fiume, restando a capo per un anno della Reggenza italiana del Carnaro. Chiuse la sua vita in una villa presso Gardone, il Vittoriale, che egli trasformò in un mausoleo pieno di cimeli della sua vita inimitabile.

Fu il più importante esponente del decadentismo italiano: l'identificazione di letteratura e vita è il presupposto dell'arte dannunziana, che contrappone alla prosaica realtà dell'Italia giolittiana l'estetismo, cioè il culto religioso dell'arte; da qui l'estrema raffinatezza formale delle sue opere.

Ricavò da Nietzsche il mito del superuomo: forza fisica, sfrenata sensualità, disprezzo per la plebe, aspirazione alla grandezza nazionale; che influì sul costume del tempo. Scrisse in poesia: Primo vere nel 1879, prima raccolta di poesie, Canto novo, Poema paradisiaco, quattro libri Maia, Elettra, Alcyone, Merope delle Laudi. In prosa: Le novelle della Pescara; romanzi: Il piacere, L'innocente, Il trionfo della morte, Il fuoco, Forse che sì forse che no. Tragedie: La città morta, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio, La nave, Fedra; prose autobiografiche: La Leda senza cigno, Notturno, Le faville del maglio; postumo l'epistolario Solus ad solam.

Arrigo Boito, compositore, librettista e scrittore nacque a Padova nel 1842, morì a Milano nel 1918. Studiò violino, pianoforte e composizione nel conservatorio di Milano. Nel 1861 si recò a Parigi grazie ad una borsa di studio e vi conobbe Daniel Francis, Esprit Auber, Hector Berlioz, Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi. Fu quindi in Polonia.

Al ritorno a Milano, si inserì attivamente nell'ambiente della scapigliatura, invogliato dal fratello Camillo, scrittore e architetto, e ne divenne uno dei maggiori esponenti.

La sua prima opera, Mefistofele, rappresentata alla Scala nel 1868, diede luogo a dispute clamorose. Il fiasco iniziale si mutò in duraturo successo con la ripresentazione dell'opera, rielaborata, a Bologna nel 1875.

Negli anni seguenti scrisse libretti per Alfredo Catalani "La falce", Amilcare Ponchielli "La Gioconda", e altri compositori e iniziò, quindi, la straordinaria collaborazione con Giuseppe Verdi con il rifacimento del Simon Boccanegra, Otello, Falstaff, per il quale aveva precedentemente scritto il testo dell'Inno delle Nazioni. A questo incontro, che ebbe un'importante influenza sull'anziano musicista, Boito ha legato la sua maggior gloria di librettista.

La musica di Boito, invece, pur mostrandosi consapevole dei risultati stilistici tedeschi ed europei, appare oggi innovatrice più nelle intenzioni che nei fatti e realizza un compromesso in cui il gusto melodico è ancora assai vicino a quello del melodramma italiano contemporaneo. A prescindere quindi da qualche momento riuscito, il merito maggiore di Boito è nell'aver posto esigenze di svecchiamento, d’allargamento di prospettive alla cultura musicale italiana. Meno riuscita del Mefistofele è la sua seconda opera, Nerone, incompiuta e rappresentata postuma nel 1924.

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L’ANEDDOTO

PERSONAGGI PADULESI "LA TRASFERTA"

Trovandoci al centro di persone (e che persone!), che hanno dato cultura e sentimenti a questa nobilissima arte, vi racconto il debutto della prima trasferta teatrale da professionista. Prima di debuttare in una grande città, com’è abitudine si rappresenta qualche spettacolo in provincia sia per perfezionare lo spettacolo stesso che (nel mio caso, essendo allievi alla loro prima esperienza) per far sì che i ragazzi "facessero amicizia" col palcoscenico, decidemmo di rappresentare alcuni spettacoli nel beneventano e, per primo Paduli, dove avevano aperto da poco una sala cinematografica che si adattava anche a teatro.

Presi i dovuti accordi con Ninì, il proprietario del locale, mi preoccupai solo di preparare uno spettacolo che fosse degno di quelli che gli studenti del luogo rappresentavano tre volte ogni anno.

Cercammo un pulman per il trasporto delle nostre "carcasse" e di quanto altro avrebbe potuto servirci. Alle otto del mattino eravamo (la compagnia era formata da dodici persone) fermi al luogo dell’appuntamento, ma il pulman non arrivava. Allora Gianni fece la proposta di andare col treno. A questo punto cominciarono i dolori.

Tutti si dissero senza un centesimo, che la speranza era di fare un buon incasso a Paduli e con quello pagare il pulman, ma in quel momento non c’era una sola lira per il biglietto del treno. A malincuore ricorsi a mio padre (ero disoccupato e non disponevo soldi miei) e papà un po’ "incazzatino" ci finanziò il biglietto di sola andata. Giungiamo a Benevento alle 11,30 circa, del 9 dicembre 1956, andammo alla fermata degli autobus ed essendo domenica ci dissero che non facevano servizio.

Mentre con Gianni cercavamo un automezzo che ci portasse a Paduli, andare a piedi, percorrere quattordici chilometri non ci andava proprio. Ritornare indietro? E come? Intanto vediamo giungere all’Arco di Traiano dove c’eravamo dato appuntamento, Enzo con una di quelle pagnotte di pane che fanno solo nel Sannio, credo; pagnotte che pesano almeno cinque chilogrammi ognuna, imbottita di mortadella, prosciutto e salame vario con salsicce piccanti.

I soldi da dove erano saltati fuori? Fu un mistero che non riuscii mai a scoprire. Dovevamo necessariamente andare avanti. Arriva un taxi da Paduli, il conducente mi conosceva e si offrì di portarci in paese con un prezzo di 200 lire a testa.

Ci accordammo sul pagamento a fine spettacolo e giungemmo, finalmente al sospirato paese. Il primo pensiero fu di andare a vedere il teatro, il palcoscenico era sfondato e dovetti ricorrere dal mio ex principale (quello dell’acqua da indurire, ve lo ricordate?), che gentilmente e affettuosamente si dedicò per sistemarci il palco…

Il resto ve lo racconto domani così rideremo insieme.

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

48
Da due anni, mio nonno non parla
lavora con rabbia e scrive lettere...
Mio padre, perché non ritorna?
E zio Giovanni dove si è perduto?
Mio nonno scrive lettere e non parla!

NELLE ACQUE PROFONDE (15)

Nelle acque profonde
dolora

caro ai pescecani
corpo ventenne.

Cascate di lacrime
divoro nel tuo ricordo.

Si prodigò il fratello
ne porse in salvo dieci
lui rifiutò.

Era bello come
un giovane dio
principe azzurro
alle ragazze.

Luce di rettitudine
di nobiltà, di valore
suono al mio cuore.

Il tuo sacrificio
anonimo resta
nell'albo d'oro della Patria.

(15) Scritta nell'ottobre 1943, dopo circa due anni dalla morte di Poldino. "Il fratello..." è Rocco Limongelli che si prodigò nel salvataggio, dei naufraghi feriti (per questo era stato decorato al valor militare), ma Poldino, essendo stato ferito leggermente, rifiutò il soccorso, perché c'erano altri marinai che avevano maggiore necessità d’aiuto; ma non tenne conto dei pescecani. Uno di questi se lo portò nel fondo del mare.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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